Piantaggine, esoterica rinascita

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Plantago Major, detta anche lingua di ariete, simboleggia la rigogliosa rinascita primaverile. Le sue foglie contengono anche acido salicilico.

di Claudia Filipello

L’apparente suono buffo del nome di questa pianta nasconde in sé una etimologia di origine esoterica.
Piantaggine proviene infatti, dal latino Plantago, che deriva dalla voce ancora più antica di Balantago, discendente a sua volta dal celtico Tarbelothadion, cioè “unione di Tarvos” (Toro) e “Bèlier” (Ariete).
Gli antichi legano tale pianta al simbolismo zodiacale del segno dell’Ariete che evolve verso il successivo segno del Toro. Essa infatti era conosciuta col magico nome di origine greca “Arnoglossa”, cioè “lingua di ariete”, dalla forma delle foglie simile a una lingua ovina e perché rappresentava simbolicamente il terzo decano dell’Ariete.
Il nome botanico “Plantago Major” è comparativo di “Majus” cioè “grande” per le dimensioni delle foglie appartenenti alla sua specie.
E’ originaria delle regioni temperate dell’Europa, dell’Asia occidentale, dell’Africa settentrionale con estensione fino all’Etiopia. In Italia è diffusa ed è molto comune su tutto il territorio, generalmente dal mare al piano montano fino 1700 metri di altitudine. La Piantaggine ama luoghi erbosi incolti, lungo i sentieri o ai margini delle strade, presso cortili di abitazioni, infestando spesso aree coltivate. Gradisce un terreno profondo, a secchezza moderata pur sopportando agevolmente escursioni di temperature elevate fino a intensa umidità.
La Piantaggine è simbolo della rigogliosa rinascita, dell’indelebile dono della cedevolezza, dello scrosciante e tumultuoso risveglio della primavera e poi dell’estate; evoca la ricchezza della vita che sta per sbocciare. Essa silenziosamente partecipa in modo attivo ad ogni evento cosmico che la primavera e l’estate cedono e concedono. Simboleggia il potere della fecondità grazie ad un impetuoso fuoco che manifesta nell’invisibile percorso del seme liberato al vento e alla sua maturazione.
Nell’organismo umano la pianta trova largo uso ed applicazione negli stati congestizi ed infiammatori dell’apparato gastroenterico, broncopolmonare, genitale ed urinario.
E’ utilizzata inoltre, nelle problematiche ginecologiche quali metrorragie, infiammazioni e prolasso dell’utero.
Da un punto di vista farmacologico ha proprietà astringenti, emollienti, decongestionanti, antiflogistiche, antisettiche, depurative, diuretiche in modo lieve, evacuanti (semi), emopoietiche cioè ricostituenti del sangue, emocoagulanti.
Esternamente, se usata allo stato fresco, ha un’azione cicatrizzante ed epitelizzante, batteriostatica, astringente, emostatica e curativa dell’occhio. Per questa sua ultima proprietà è indicata come infuso della pianta secca, tramite impacchi e/o lavaggi oculari oppure con foglie fresche tritate in caso di congiuntivite e blefarite.
La tradizione fitoterapica afferma che il Fiordaliso (Centaurea Cyanus L.) sta agli occhi celesti come la Piantaggine sta agli occhi scuri.
Secondo un vecchio detto: “La via per la piantaggine è più vicina di quella per il medico”: perciò non c’è da meravigliarsi che questa pianta venga ancora utilizzata come rimedio casalingo.
Le foglie contengono anche acido salicilico, mucillagine e tannini. Le ultime ricerche hanno mostrato la presenza di un principio attivo con azione simil-antibiotica. Il potere terapeutico della piantaggine è molto apprezzato come rimedio efficace contro la tosse, la raucedine, l’asma e per bronchi ostruiti dal muco.
Nell’uso alimentare può essere aggiunta nelle insalate estive, avendo cura di scegliere le più giovani e tenere foglie che possono anche essere cotte come gli spinaci, nei minestroni di verdura, nelle frittate in compagnia di altre erbe campestri. Esse inoltre, purché fresche, soddisfano l’appetito di molti animali, soprattutto per il suo elevato potere vitaminico e minerale; sono infatti indicate per l’alimentazione di bovini, ovini e conigli. I semi della Piantaggine sono gradevolmente scelti dagli uccellini, soprattutto da voliera.
Pronunciare l’antico nome “Arnoglossa” di questa vagabonda solitaria, agli occhi dimessa e anonima, mi dona invece una musicalità calda e di rinnovamento. Ho così la sensazione di restituirle il significato del suo esistere pensando ai cuori degli antichi popoli celti che la chiamavano anche “larga creatura dei sentieri”:

Articolo pubblicato sul numero dell’Estate 2018

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