IL SALICE

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In molte culture rappresenta la fertilità, la bellezza e l’arte. Solo 200 anni fa abbiamo scoperto le potenzialità dell’acido contenuto nella sua corteccia ma già i babilonesi, e qualche secolo dopo Ippocrate, lo usavano come antinfiammatorio e come rimedio per la febbre

di Claudia Filipello

(pubblicato nel numero uscito nell’autunno del 2015)

Il Salice, conosciuto anche con il nome di Salcio, è un albero di grande interesse che ha accompagnato l’uomo fin dalla notte dei tempi. è una pianta fortemente legata all’elemento acqua e alla sua magia. Il suo spazio vitale è fatto di umidità e luce intensa. Lo incontriamo, infatti dove può intrecciare le sue radici lungo le sponde di laghi, fiumi e in tutti quei terreni dove vi è ampia disponibilità idrica. Non va incontro a problemi se rimane immerso nell’acqua per lunghi periodi e abita aree geografiche sia di montagne sia di campagna.

Quando non trova acqua in superficie va a cercarla nella profondità della Terra: per questo è un albero “saggio”. Osservando la crescita spontanea si possono individuare così falde acquifere sotterranee. In tutti i luoghi in cui è presente il Salice troviamo l’intreccio antico fra questo albero e il sapere che passa attraverso le mani dell’uomo, come per esempio l’arte di intrecciare cesti e panieri, la tecnica della legatura della vigna o quella di accatastare legna.

Il termine “Salice” ha origine celtica e significa, non a caso, “vicino all’acqua”. Per molti popoli antichi i fiumi presso cui i Salici crescevano erano le lacrime versate da questi alberi dalle lunghe e argentate foglie. A dispetto del nome italiano maschile, il Salice da sempre è considerato un albero legato alle divinità femminili, in particolar modo alle dee lunari. La Luna, con la sua luce argentea, simile al bianco lucente delle foglie del Salice, governa i liquidi del cosmo, per esempio le maree ma soprattutto le emozioni umane. Non a caso si dice “lunatica” di una persona in balia delle emozioni. Il forte legame del Salice con le emozioni emerge in numerose culture; in particolare veniva associato alle emozioni collegate al concepimento, alla nascita, alla bellezza, alla musica, alla poesia, alla tristezza, alla separazione e alla morte. Per questo motivo in molte culture il Salice rappresentava la fertilità, la bellezza e l’arte. Altro aspetto che collega il Salice all’Archetipo femminile è rappresentato dal suo tronco che si fa “grembo” e rifugio per tanti piccoli animali, tra cui civette, gufi e scoiattoli.

Il Salice era anche l’Albero delle profezie, della guarigione e della magia. Il mondo femminile, da sempre, per la sua alta e sottile capacità comunicativa con il mondo invisibile della Natura utilizzava pratiche terapeutiche in seguito condannate dalla Chiesa. Le guaritrici divennero così streghe “cattive” da mandare al rogo. L’albero del Salice, insieme a tanti altri alberi rappresentativi del mondo femminile, divenne l’albero delle streghe. Nel Medioevo una donna che sostava sotto un Salice rischiava di essere bruciata viva. Così, col tempo, l’albero divenne sempre più associato al “male” e al diavolo, quindi da evitare ad ogni costo.

Solo 200 anni fa il Salice riscopre la luce della sua potenzialità grazie alla scoperta scientifica dell’Acido Salicilico contenuto nella sua corteccia (Glucosidi Salicilici), precursore dell’Aspirina, farmaco più famoso del mondo. Già 3000 anni fa troviamo però, le prime tracce scritte dell’uso del Salice per gli stessi motivi per cui viene utilizzato oggigiorno, impresse su di una lastra babilonese in terracotta. Qualche secolo dopo, Ippocrate lo propone come rimedio per la febbre. La parte utilizzata a scopo terapeutico è la corteccia di rami di solo due o tre anni di età. La corteccia, infatti, ha in sé tutti gli elementi biochimici oltre che dai glucosidi salicilici, anche da flavonoidi, catechine e tannini. L’azione terapeutica è di tipo antinfiammatoria, antireumatica, antipiretica, antidolorifica, anticefalgica, poiché agisce elettivamente inibendo il ciclo delle ossigenasi e la conseguente sintesi delle prostaglandine, responsabili della febbre, dell’infiammazione generale e del dolore.

La posologia raccomandata varia in rapporto alla concentrazione dell’estratto. Rispetto all’acido acetilsalicilico di sintesi (farmaco), l’estratto di Salice è ben tollerato soprattutto a livello gastrico, poiché i glucosidi agiscono a lento rilascio; infatti per idrolisi si libera la saligenina e solo dopo assorbimento a livello intestinale, viene ossidata ad acido salicilico. Come per la somministrazione di tutti i fitoterapici, è necessario fare delle precisazioni; per tale motivo consiglio, come sempre, affidarsi ad un professionista. L’estratto di Salice, infatti può essere responsabile di reazioni in soggetti allergici all’aspirina-farmaco; ma raramente crea irritazione alla mucosa gastroduodenale in soggetti predisposti. Le casistiche cliniche presentano una percentuale molto bassa di effetti collaterali: dall’1% al 5% fra nausea, vertigini, rash cutaneo. Il fitoterapico non dovrebbe essere assunto in gravidanza e sono possibili interazioni con farmaci fra cui antiaggreganti piastrinici, antiepilettici, metotrexate ma anche con fitoterapici, fra cui Aglio e Ginkgo Biloba.

Il fiore del Salice è stato profondamente osservato ed amato da Edward Bach, padre della floriterapia. Nel fiore del Salice ritroviamo significati alti e di grande insegnamento per l’Anima umana. Secondo Bach, infatti, il fiore di questo albero è collegato alla qualità spirituale della responsabilità verso se stessi, verso il proprio Sé. L’energia del fiore risuona con quello stato negativo in cui la persona cerca spesso di attribuire la colpa e la responsabilità della propria condizione al mondo esterno, orientandosi verso pensieri non costruttivi e vittimistici. Concludendo, Willow, questo è il nome del Salice nel repertorio della floriterapia di Bach, è il fiore del “Seme del proprio destino”, ossia aiuta ed insegna ad orientarsi verso un passaggio evolutivo dell’Anima importante e cioè dalla “vulnerabilità del fatalismo” alla “responsabilità e il potere verso se stessi e verso le proprie azioni”.

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