ALLA RICERCA DELLE ANTICHE STRADE TRANSAPPENNINICHE

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Un lungo viaggio lungo le vie la cui storia si è persa nelle pieghe del tempo

di Giuseppe Rivalta

(articolo pubblicato nel numero uscito nell’autunno 2017)

Come a Cristoforo Colombo viene attribuita la scoperta dell’America, in realtà già conosciuta da tempi antichi, così ai romani viene attribuita la paternità di strade già ben note alle popolazioni precedenti.                                                                       

COME NASCE LA VIABILITA’?

Appena si formano tracce, create dal passaggio degli animali, queste tendono a mantenersi grazie al movimento che s’instaura lungo quel determinato percorso. L’uomo ha sempre seguito questi veri e propri sentieri che spesso portano all’acqua. Siffatte vie, pian piano, diventano vere e proprie strade. Qualcosa del genere deve essere avvenuto fin dall’epoca Post Boreale per quello che riguarda il nostro territorio appenninico. Infatti, 20.000 anni fa, gruppi seminomadi paleolitici hanno iniziato a lasciare segni della loro presenza (come risulta dai numerosi ritrovamenti fatti da Luigi Fantini nelle valli dell’Idice, Savena ecc.). Fin dall’inizio dell’Età dei Metalli (tra il 2500 ed il 2300 a.C.) sono stati scoperti oggetti di provenienza extraregionale. Un caso per tutti è un ascia-martello incompiuta, scoperta dall’autore, in un inghiottitoio sull’altopiano gessoso del Farneto. La tipologia ed il materiale di questo oggetto sembrano provenire da zone al di là dell’Appennino. Più tardi, alla fine dell’Età del Bronzo (1150 -1000 a.C.) si sviluppò una cultura che documentava come la penisola italiana si fosse già, almeno culturalmente, unificata con sepolture ad incinerazione e che, dal 900 a.C. , si regionalizza con la nascita di facies tipiche: è il Villanoviano.         

 

PRIMA GLI ETRUSCHI:                                                            

percorso ipotizzato della Flaminia Minor

Recentemente è stato dimostrato che esiste un legame genetico, fin dalla fine del Neolitico, tra gente della Toscana ed una popolazione dell’Eurasia che viveva nella regione occidentale della Turchia: erano gli Etruschi. Lo stesso Erodoto (484 a.C. – 480 a.C.) sosteneva che gli Etruschi (o Tirreni) provenivano dalla Lidia. Dal VI° secolo a.C. (quando iniziò la loro espansione) questo popolo raggiunse aree al di là dell’Appennino Tosco-Emiliano. Essi furono i primi costruttori di strade sul suolo italico. La Via Clodia collegava Cerveteri a Bolsena, mentre la Via Cassia andava da Roma a Cortona. La stessa Via Aurelia, lungo il Tirreno, fu inizialmente etrusca.

 

scavi di Monterenzio alto

La professoressa Paola Foschi (ricercatrice della viabilità antica – Sez. manoscritti dell’Archiginnasio di Bologna) fa osservare che la presenza dei nomi di certi fiumi o torrenti (=idronimi), sono di derivazione etrusca (es: Quaderna, Santerno, Diaterna ecc.) oltre a quelli di santuari votivi (come quello del Peglio vicino alla Raticosa) ed a villaggi (come Monte Bibele e Monterenzio Alto). Tutti questi elementi geografici, sono posizionati nei pressi di quella che poteva essere una via, sullo spartiacque, tra Idice e Sillaro, nota poi come Flaminia Minor. Proprio osservando l’orografia della nostra penisola si nota un sistema di crinali che, fin dai tempi preistorici, hanno favorito i trasferimenti. La Via Emilia ancora oggi ricalca una lunga pista pedemontana che permetteva l’urbanizzazione dei villaggi, che ormai si stavano collegando con centri agricoli ed erano in comunicazione con le dorsali appenniniche. Secondo l’antropologo Giovanni Caselli esiste l’ ipotesi di una “Via Tirrenica” che da Chiusi, via Fiesole, arrivava a Bologna. Non mancano nemmeno dorsali definite etrusche, tra Lucca e Bologna. Vicino a Capannori (Lucca), durante lavori di ampliamento di un inceneritore, nel 2004, è stata scoperta una strada che, lo storico greco Schillace di Carianda (VI°-V° sec. a.C.), descriveva come una strada larga sette metri che in soli tre giorni consentiva al “popolo dei Rasenna” ( o etruschi) di passare da un mare all’altro ovvero dal Tirreno a Spina (= Comacchio). Tra i basoli che lastricavano questa carreggiata, gli archeologi (Prof. M. Zecchini di Lucca e la sua equipe) hanno trovato pezzi di vasi attici, di bucchero e chiodi di ferro delle ruote dei carri. Questi reperti hanno permesso di datare perfettamente i 300 metri di strada ritornata alla luce dopo 2500 anni. Dopo secoli di scontri con Roma, a partire dal I° secolo a,C., l’Etruria era stata ormai del tutto “romanizzata” e addirittura, nell’89 a.C. gli etruschi ottennero la cittadinanza romana.                 

   

POI I ROMANI

come erano costruite le vie romane

I Romani, dal canto loro, dedicarono molte delle loro energie, per costruire strade, oltre a fare acquedotti e cloache, come scriveva Plinio il Vecchio. Le Vie Consolari crearono una rete di comunicazione a livello prima italiano poi europeo e non solo. Secondo certi autori, l’utilizzo di queste strade era stato previsto per poter spostare velocemente le legioni da un punto all’altro dell’Impero, pur consentendo il transito anche ai mezzi commerciali. Secondo alcuni calcoli, la rete stradale romana copriva almeno 100.000 km., di cui molti con tratti lastricati. Solo in Italia le principali Vie Consolari erano più di dieci, ancora oggi percorribili con mezzi moderni. La realizzazione dei tratti “basolati” è ben descritta da Marco Vitruvio Pollione che definiva quattro strati e cioè: fondamenta (statumen), intonaco di fondo (rudus), ghiaia e argilla (nucleus) e blocchi di roccia squadrati (pavimentum).

vie consolari in Italia

Tuttavia anche gli Etruschi preparavano un adeguato fondo prima di lastricare. Tra il 220 ed il 219 a.C. venne costruita, da Gaio Flaminio Nepote, la Via Flaminia che congiungeva Roma a Pesaro e poi a Rimini. A questo punto si inizia a parlare del nostro Appennino. Infatti Caio Flaminio Console, nel 187 a.C. sconfigge i Liguri Friniati (del Friniano) che erano asserragliati nella Valle del Secchia e del Panaro. Poco dopo iniziò la guerra contro i Liguri Apuani. Queste popolazioni avevano più volte devastato le zone di Bologna e Pisa. La costruzione di una via transappenninica (contemporanea a quella della Via Emilia) tra i territori emiliani ed Arezzo, ebbe lo scopo  di renderli più sicuri.                                           

LA FONDAZIONE DI FELSINA

Felsina (città-stato etrusca), fondata nel 534 a.C., era stata ormai circondata dai villaggi dei Celti (Galli Boi). Poi a causa di tensioni crescenti con i Celti stessi ed anche con i Romani, gli Etruschi si ritirarono dalla pianura padana, lasciandola ai Galli Boi che la rinominarono, sembra, come Bona (=luogo fortificato). Così rimase fino al 189 a.C. quando il Console Publio Cornelio Scipio Nasica li sconfisse sulle rive del Fiume Idice nei pressi dell’odierna Castenaso (Castrum nasicae). Il tal modo le province romane si poterono spostare lungo l’asse della futura Via Emilia. Il senato della Repubblica, nello stesso anno, promulgò l’istituzione della colonia romana di Bononia. Marco Emilio Lepido (eletto Console, dopo che aveva sconfitto definitivamente i Liguri insediatisi sul crinale appenninico, nel 187 a.C. diede inizio alla costruzione della Via Emilia (probabilmente riadattando un percorso etrusco).

 

LA VIA EMILIA E LA FLAMINIA MINOR

cippi militari della Via Emilia

La posizione di Bononia era importante perché a metà strada tra Rimini e Piacenza. Per meglio tenere sotto controllo le tribù appenniniche, trovandosi di fronte al problema di dover rapidamente risolvere delle priorità strategiche, il Console C. Flaminio iniziò a costruire una strada transappenninica che doveva collegare Bologna ad Arezzo. La scelta di Arezzo (fondata dagli Etruschi, su insediamenti del Paleolitico) era dovuta all’importanza che, da sempre, aveva avuto questa città, ma che, in diverse occasioni, aveva mostrato un mai sopito spirito di ribellione contro Roma. La viabilità, che si presume, fosse la migliore per collegare Bononia ad Arezzo, era una strada che doveva passare sul crinale Idice-Sillaro (A.Gottarelli ed altri). Secondo anche il Prof. P.L. Dall’Aglio (Professore di Topografia Antica- Università di Bologna) “…se la Via Emilia svolgeva il compito di unire i due capisaldi di Rimini e Piacenza, la Flaminia “Minore” aveva lo scopo di collegare il più direttamente possibile, la zona bolognese, cioè il settore centrale della pianura emiliano-romagnola, con la piazzaforte di Arezzo…” L’innesto di questa strada transappenninica, secondo gli archeologi bolognesi, avrebbe avuto il suo inizio/arrivo a Claterna sulla via Emilia e successivamente, presso Varignana Superiore, località in posizione dominante. Varignana è un tipico toponimo fondiario romano che deriva da “Gens Varinia” come da una citazione del conte Malvezzi (nobile famiglia bolognese che ha ancora possedimenti in questo luogo) e che era inizialmente un “castrum”. Sulla collina dove si trova la chiesa pre-romanica di San Lorenzo, furono trovati reperti romani. La città di Claterna (accanto al torrente Quaderna) era situata tra Bononia e Forum Cornelii (Imola) ed era una tappa del tragitto tra queste due colonie maggiori, ad una distanza, cioè, che corrispondeva ad una giornata di marcia delle legioni. Nel 1300 esistevano ancora i ruderi dl un ponte romano sul torrente Quaderna (notizie del Gozzadini dal libro delle decime del XIV° secolo). L’Abate Serafino Calindri (studioso dell’Appennino bolognese vissuto alla fine del 1700) riferisce, inoltre, che, attorno al territorio di Claterna, esistevano allora “hospitali” e osterie a dimostrazione che vi era ancora, in quel secolo, un certo movimento di persone e merci.

parte di un mosaico ritrovato negli scavi della Città di Claterna

La Flaminia Minor venne ricercata, negli anni ’80 del secolo scorso, anche dal parroco di San Clemente (sul Sillaro) Don Renzo Calzi, appassionato di storia antica, che, in un suo libro, riprese tutte le comunicazioni scientifiche del prof. Nereo Alfieri e della Prof.ssa Paola Foschi, rispettivamente cattedratico di Topografia dell’Italia antica e ricercatrice della viabilità antica.

 

 

scavi archeologici a Claterna nel 2017

Lungo la dorsale Idice –Sillaro. Infatti, sono venuti alla luce numerosi ritrovamenti romani in direzione del Passo della Raticosa (Prof. Jacopo Ortalli docente di Archeologia classica- Univ. di Ferrara – Prof. Antonio Gottarelli del Dipartimento di Archeologia Univ. di Bologna) e grazie anche alle acute osservazioni del Signor Venturino Naldi, del Comune di Monterenzio. Forse questi elementi non erano lì per caso. Al Podere La Torre fu scoperta una vasta necropoli come più a Sud, a Cà Migliarina, vari materiali ecc. Complessivamente si contano una ventina di siti che hanno prodotto materiali di fattura romana lungo questa direttrice che, per altro, non presenta mai forti pendenze. Oggi alcuni tratti, che attraversano calanchi di Argille Scagliose, sono certamente mutati con il passare dei secoli, diventando più dirupati, ma queste morfologie non sono sempre state così. Tanto per fare un esempio, il Passo della Abbadessa nei secoli scorsi era percorribile a cavallo. Occorre notare che, a parte Claterna, vi erano altre località che in qualche modo si correlavano alla via Flaminia Minor. Le due principali erano Settefonti e Castel dei Britti. Attorno a queste sono venuti alla luce almeno venti siti con presenza di materiali romani. Per quel che riguarda Settefonti (importante per le sue sette sorgenti), forse esisteva una via che la collegava all’agro di Claterna passando nel fondovalle del torrente Quaderna (in cui si vedono tratti con basolati certamente antichi, che oggi si perdono nel bosco che sale sulla collina in direzione di Settefonti (sec. Paolo Calligola – ispettore Onorario per l’Archeologia) o forse verso Cà del Vento. A tal riguardo è in fase di studio la presenza di un ponte (ancora oggi interrato) lungo questa via.

 

MONTE BIBELE

la ricostruzione di una capanna celtica a Monte Bibele

Un altro elemento, non meno importante è l’esistenza dell’insediamento etrusco-celtico di Monte Bibele sul crinale Zena –Idice. Qui dal 400 a.C. un gruppo di etruschi creò un villaggio costituito da una trentina di case e magazzini edificati su terrapieni di pietre. Anche di fronte, a Monterenzio Vecchio, fu costruito un analogo villaggio. Tra il 380 -350 a.C. a Monte Bibele si aggiunse un gruppo di Galli Boi che importarono i loro riti e tradizioni. Insieme, le due comunità etrusco-celtiche, convissero lassù per almeno tre generazioni. Un altro elemento degno di essere preso in considerazione è offerto dal fatto che, proprio sul letto del torrente Idice e sulla montagna di fronte a Monterenzio (in latino “Monte Terenzio”, altro nome romano), si trovavano  importanti affioramenti di minerali di Rame, un metallo che era molto ricercato per realizzare oggetti. Quindi anche questo è da considerare un dettaglio non insignificante. Tra il 200 a.C. ed il 187 a.C. questi insediamenti furono abbandonati a causa probabilmente di incendi naturali e, appena due anni più tardi, i Galli furono completamente sconfitti dalle legioni romane.

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