Da Santa Lucia alla maestosa ex chiesa di San Barbaziano, tutti i luoghi culto che da fine ‘700 sono stati destinati a scopi più profani
di Serena Bersani – Foto Guido Barbi
Tutta colpa di Napoleone. O quasi. Risale infatti all’arrivo in città delle truppe francesi, negli anni a cavallo tra Settecento e Ottocento la maggior parte delle requisizioni di chiese, conventi, luoghi destinati alle comunità religiose per destinarli a usi del tutto profani, come magazzini o luoghi destinati all’esercito invasore. Luoghi saccheggiati delle opere d’arte, danneggiati, mutilati nelle strutture e poi abbandonati e destinati alla sconsacrazione e a un lungo oblio. Custoditi, non sempre al meglio ma non cancellati, come dimostrano le tante corrispondenze ancora ravvisabili se si prende la mappa di Bologna nel 1796 e la si sovrappone a quella odierna. Trasportando la legge di Lavoisier dalla natura all’ambito urbanistico, è proprio il caso di dire che tutto si trasforma. E quindi nascono spazi solo apparentemente nuovi, ma con radici profonde in un passato anche lontanissimo.
Molti di essi sono ancora luoghi di culto, ma profano, non più religioso. Luoghi di socialità per cene e aperitivi, luoghi destinati agli incontri culturali o alla fruizione di mostre, concerti e spettacoli con il palcoscenico al posto dell’altare. Ma anche luoghi destinati all’esercito, all’attività giudiziaria e carceri.
Nella Bologna del terzo millennio tanti spazi, nei secoli scorsi consacrati alla preghiera e alle attività religiose, hanno ricevuto nuova vita, anche dopo decenni di abbandono, e continuano a essere testimoni architettonici della storia e della socialità cittadina: i numerosissimi luoghi, destinati al ritiro spirituale o alle celebrazioni ecclesiastiche in una città dominata per secoli dal Papato, rinascono oggi con destinazioni affatto diverse ma rispettando lo spirito dei luoghi e mantenendone intatti la struttura architettonica e il fascino.

Chiesa di San Nicolò di San Felice (o San Nicolò dell’Abbadia) (XII secolo), Bologna, Via San Felice nr. 39-41.
L’ultimo nato di questi spazi, dopo ottant’anni di abbandono, è l’ex chiesa di San Nicolò di San Felice, a due passi dall’Abbadia. Sventrata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, il tetto crollato del tutto nei decenni successivi, è recentemente diventato una sorta di piazza scoperta a metà di via San Felice, con bar e ristorazione, spazio per concerti, mostre, happening e iniziative varie. Nel secolo scorso, prima che il soffitto venisse del tutto abbattuto per ragioni di sicurezza, fu anche palestra per gli allenamenti della “vicina di casa” Fortitudo e l’abside ospitò un negozio di estetica. Oggi fare l’aperitivo dopo il tramonto in una vera chiesa diroccata ha un fascino unico in città.

Cripta di San Zama
A pochi metri da San Nicolò si trova, come si diceva, l’antichissima ex Abbadia dei Santi Naborre e Felice, ritenuta la prima chiesa costruita a Bologna dal proto-vescovo San Zama nel III secolo dopo Cristo. Devastata dagli Unni, ricostruita dai benedettini che ne fecero un monastero, a inizio del Cinquecento divenne lazzaretto per gli appestati, mentre nel secolo successivo furiedificata e abbellita dalle suore cittadine. Dopo le soppressioni napoleoniche, in età moderna il monastero fu trasformato in ospedale militare ed è tutt’oggi area dell’esercito.
Spostandosi di poco, in via del Pratello, quasi nessuno sa che, dove un tempo venivano rinchiusi i “discoli”, quello che è oggi il Tribunale per i minori era l’antico complesso conventuale e la chiesa dei Santi Ludovico e Alessio (a ricordarlo resta solo il campanile), fondato dalle suore clarisse francescane e poi sede dei gesuiti, prima di diventare istituto di detenzione per i minorenni. Nell’Ottocento, quando venne qui istitituito il “reclusorio per i discoli”, i minori detenuti non erano tutti autori di reati: molti erano monelli dai comportamenti sgraditi in famiglia, che venivano accompagnati al Pratello per toglierseli di torno o affidare all’istituzione un processo educativo fallito. A volte erano solo ragazzini poveri e abbandonati a sé stessi.

Cchiesa sconsacrata di San Barbaziano (1123) all’incrocio tra Via Barberia e Via Cesare Battisti a Bologna.jpg
Trasformazione meno triste è quella subìta dall’ex chiesa di Santa Cristina di Pietralata, nell’omonima via. Dove c’era un’antica parrocchia, soppressa dai francesi e chiusa nel 1808 per trasformarla in un magazzino di canapa, oggi c’è una sala d’essai, il cinema Europa. Sempre in zona, nell’attuale via Sant’Isaia, c’era l’Abbadia di Sant’Anna, dal Cinquecento chiesa con ospizio dei padri certosini, oggi inglobata dal liceo Laura Bassi. Risalendo la via verso piazza Malpighi, al numero 14 si incontra l’antica ex chiesa di San Mattia, fatta erigere dalle monache che avevano fondato l’abbazia di San Luca. Era questo il loro appoggio in città, tant’è che quando la Madonna scendeva per la tradizionale processione sostava un paio di giorni in San Mattia. Sempre in seguito al passaggio delle truppe napoleoniche, il complesso venne chiuso, poi divenne magazzino e quindi propaggine delle adiacenti scuole Manzolini. Ceduto dal Comune al ministero per i beni architettonici, oggi viene utilizzato come location per mostre ed eventi culturali. Sorte speculare è toccata alla maestosa ex chiesa di San Barbaziano, che si trova a pochi metri da San Mattia, all’incrocio tra via Barberia e via Nazario Sauro: fondata pare dallo stesso San Petronio, sede degli eremitani di San Girolamo dell’Osservanza, in seguito alla soppressione degli ordini rimase per lungo tempo utilizzata come magazzino dal Demanio militare. Dopo lunghi anni di abbandono, è stata di recente ristrutturata e restituita alla città come spazio culturale e polo artistico.

Il Complesso di San Colombano in Via Parigi 5 a Bologna
Divenuto luogo destinato alla cultura è anche l’ex chiesa di San Giorgio in Poggiale in via Nazario Sauro, che è oggi una preziosa biblioteca di arte e storia. Riconsacrata dopo le guerre napoleoniche, ebbe il colpo di grazia durante la seconda guerra mondiale: il 25 settembre 1943 venne gravemente danneggiata da un bombardamento. Acquisita dalla Cassa di Risparmio in Bologna e a più riprese restaurata, oggi ospita lungo le navate dell’ex chiesa i volumi di una collezione con molte rarità. A pochi passi da lì, in via Parigi, l’ex chiesa di San Colombano fatta erigere nel primo secolo dopo Cristo dal vescovo Pietro I, ospita un’altrettanto preziosa e inusuale raccolta, la Collezione Tagliavini di strumenti musicali antichi. Vittima di un bombardamento sulla città, questa volta quello del 29 gennaio 1944 che lo distrusse quasi del tutto, fu anche l’Oratorio di San Filippo Neri in via Manzoni, un capolavoro tardo barocco che era stato inaugurato nel 1733 dal cardinale Lambertini. Dopo essere stato utilizzato per decenni come magazzino di strumenti edili, solo a fine Novecento è stato restaurato dall’architetto Pierluigi Cervellati ed è oggi destinato a concerti, spettacoli e presentazioni di libri.
Tra le chiese scomparse o inglobate in altre strutture ricordiamo anche quella di San Giobbe con l’attiguo ospedale riservato ai malati di sifilide. Dopo il 1799 questo venne trasferito all’ospedale Sant’Orsola e la chiesa venne ricompresa nella galleria Acquaderni, oggi un passage di lusso sotto le due torri. Tra i conventi riciclati a tutt’altro uso non possiamo non citare quello adiacente alla chiesa di San Procolo in via D’Azeglio, se non altro perché lì è nata una bella fetta di bolognesi; fino a non molti anni fa era, infatti, sede della Maternità, mentre oggi è sede di uffici del tribunale.

Infine, il più vistoso cambio di destinazione d’uso di un’ex chiesa è quello di Santa Lucia, la cui facciata maestosa sorge in via Castiglione a lato del liceo Galvani, che la utilizzò come palestra per generazioni di studenti dopo che già per lo stesso scopo era stata utilizzata dall’istituto Aldini Valeriani e, prima ancora, dalla Virtus Pallacanestro. Anch’essa sconsacrata dopo l’invasione napoleonica, oggi è di proprietà dell’Alma Mater che l’ha trasformata in aula magna per i propri eventi ufficiali e di gala. Insomma, sapere e canestri, due degli elementi che compongono il dna di Bologna.