Il Patrono incarna a pieno lo spirito di Bologna: autonoma, indipendente, mai del tutto allineata
di Serena Bersani – Foto di Guido Barbi

Pietro di Giovanni Lianori (a Bologna 1428-1460), San Petronio, Bologna, Pinacoteca Nazionale
L’aggettivo “bolognese” ha due soli sinonimi, uno di testa e uno di cuore: “felsineo” e “petroniano”. Ma essere petroniano è molto più che essere bolognese: significa incarnare i valori della città, condividerne l’anima e lo spirito più profondo, in chiave più civica che religiosa. Perché, quando si parla di santi patroni, ci si aspetta un protettore canonico, scelto dal clero. A Bologna, invece, il patrono è un santo “civico”, adottato dal popolo e dal Comune prima ancora che dalla Chiesa. San Petronio incarna lo spirito ribelle della città: autonoma, indipendente, mai del tutto allineata. Petronio rappresenta l’anima orgogliosa di una città che non ha mai smesso di difendere la propria autonomia. Ogni 4 ottobre Bologna rinnova questo patto antico, ricordando che la sua forza non sta soltanto nelle pietre di Piazza Maggiore, ma in un legame spirituale e civile che dura da oltre millecinquecento anni. Petronio per i bolognesi non è solo un santo, ma un’idea di città.
LE ORIGINI DEL CULTO
Capire come e perché nasca il culto di un santo – e proprio di quello – al punto da designarlo protettore e in qualche modo anche simbolo della città significa entrare nel profondo di essa e uscirne con un ritratto dei suoi sentimenti, della sua cultura e dei suoi valori. Non è un caso che la diffusione del culto dei santi coincida, come periodo storico, con l’alto medioevo e con l’avvento dell’età comunale. In epoca medievale la città si distingue per la presenza di un vescovo e il patrono di solito è di solito il proto vescovo o uno dei primi, sulla cui tomba si costruisce una nuova cattedrale. Inoltre, nei momenti di grandi incertezze amministrative, il vescovo rappresentava il principale fattore di coesione cittadina. Non è quindi un caso che soltanto a meta del XII secolo si sia sentita l’esigenza impellente di dare a Bologna un santo protettore, che riposava indisturbato e nell’indifferenza dei più da ben sette secoli, finché i suoi resti non vennero ritrovati da un padre benedettino della basilica di Santo Stefano, che proprio Petronio aveva fondato a metà del V secolo sul modello della santa Gerusalemme.

Gabriele Brunelli, Statuta di San Petronio (1683) in Piazza Ravegnana, ora nella Basilica a lui dedicata
Ma a questo punto occorre fare parecchi passi indietro rispetto a quel 4 ottobre dell’anno di grazia 1141 in cui vennero ritrovati i resti di Petronio, che non fu il primo, bensì l’ottavo vescovo di Bologna, successore di Felice, l’unico con il quale condivide la condizione di santo. Della sua vita sappiamo quello che ci raccontano due biografie, una in latino e una in volgare, scritte in epoca medievale e basate non su fonti scritte, ma sulla tradizione orale, nonché condite da personali fantasie. Così, gli autori dell’agiografia finirono con l’attribuire al santo tutte le opere più significative della storia di Bologna, compresa la fondazione dello Studium che avvenne invece molti secoli dopo la sua morte. Del resto, quando si parla dei santi, non ci si può limitare alla narrazione della vita e della morte, ma occorre concentrarsi sui miracoli, a cui si crede per fede o per campanilismo.
LE ORIGINI DEL SANTO

Giovanni di Balduccio (1317-1349), San Petronio, Bologna, Basilica di Santo Stefano, Museo
Il futuro patrono cittadino molto probabilmente non nacque a Bologna, ma forse a Costantinopoli figlio di un alto funzionario imperiale alla corte di Teodosio, o in Francia o Spagna dove visse al seguito del padre, discendente della famiglia dei Petronii, prefetto pretorio delle Gallie. In ogni caso, ebbe un’ottima educazione e scelse ben presto la carriera religiosa anziché quella civica. A renderlo il simbolo principale della libertà delle istituzioni bolognesi fu il suo agire per la ricostruzione della città una volta nominatone vescovo, a metà del V secolo. Una nomina che, tra l’altro, era avvenuta su pressione della città più che per decisione papale. Infatti, si narra che, nell’anno 331, al papa Celestino I fosse apparso in sogno San Pietro – protettore di Bologna prima di Petronio – per predirgli la nomina di Petronio a vescovo della città e che il giorno successivo fosse giunta a Roma una delegazione di bolognesi per annunciare la morte del vescovo Felice e sollecitare la consacrazione di Petronio.
All’arrivo del futuro patrono, Bologna usciva distrutta dalle invasioni barbariche e subito il nuovo vescovo si diede da fare per la ricostruzione delle mura di selenite, ponendo quattro croci ai punti cardinali del territorio per consacrarla e proteggerla dal male e dando il via all’edificazione di una serie di edifici riproducenti i luoghi santi di Gerusalemme. Nacque così la chiesa del Santo Sepolcro, primo nucleo del complesso delle Sette Chiese dedicato al protomartire Santo Stefano, successivamente arricchito da una serie di reliquie che Petronio riportò da un suo viaggio a Costantinopoli. Ovviamente, alla sua morte, nel 450, volle essere sepolto nel complesso stefaniano, dove rimase piuttosto dimenticato fino al 1141. Questa, in sintesi, vita e morte di Petronio. Ma non mancano i miracoli, come nella migliore tradizione agiografica. Il pragmatismo dei bolognesi non tramanda alcun evento prodigioso avvenuto durante la sua permanenza in città, ma sono ormai passati dalla leggenda alla biografia del nostro santo alcuni eventi miracolosi avvenuti nella sua giovinezza. Si raccontava (e lo dimostrano anche le riproduzioni iconografiche della sua vita) che, quando non era ancora sacerdote, assistendo ai lavori di costruzione di un edificio (il prototipo del bolognese davanti ai cantieri è stato traslato anche sul santo patrono) vide un muratore travolto da una colonna che stava ergendo. Petronio alzò gli occhi al cielo e l’operaio si salvò, nonché la colonna trovò da sé la corretta collocazione. Un’altra leggenda, riprodotta anche in un affresco della cappella Bolognini in San Petronio, narra dell’assoluzione data dal non ancora vescovo durante una messa celebrata nel tempio di Costantinopoli a un pellegrino, uccisore del principe di Capua, che da lungo tempo stava peregrinando per il mondo portando sempre una pietra in bocca per espiazione.

Michelangelo, San Petronio (1494-1495), parte superiore del Sarcofago dell’Arca di San Domenico a Bologna
RISCOPERTA E CONSECRAZIONE
La riscoperta e la consacrazione a protettore della città in epoca medievale riproduce quasi sempre San Petronio, in abiti vescovili, con in mano un modellino di Bologna, a significare l’andata in porto dell’operazione che aveva fatto di questa figura un simbolo dell’identità cittadina e dell’autonomia dei poteri locali – chiesa, comune e università – apertamente anticentralisti. A compimento di ciò, il Comune decise di erigere in suo onore una chiesa degna della sua grandezza, che doveva superare per dimensioni persino San Pietro a Roma. La prima pietra fu posta nel 1390, ma il progetto grandioso rimase incompiuto, bloccato dalla Chiesa e dalle difficoltà finanziarie.
La chiesa metropolitana, il “duomo” di Bologna, è rimasta San Pietro, ma la maestosità di San Petronio che domina la piazza è un simbolo della città e, in quanto tale, senza rivali. L’incompiutezza della facciata rende la basilica unica nel suo genere, bella e allo stesso tempo imperfetta come chi abita la città accolta tra le mani del suo santo patrono. Che il culto civico di San Petronio sia stato frutto di un’operazione politica di stampo autonomista e repubblicano piuttosto che di un moto spontaneo di devozione popolare, oggi i due aspetti appaiono perfettamente fusi e in equilibrio. Ogni 4 ottobre, ancora nel terzo millennio, Bologna celebra il proprio simbolo, ad un tempo religioso e civico, richiamo vivo a un’identità che si riconosce più nella comunità che nell’individualismo, più nella piazza condivisa che nell’isolamento.