Dopo due anni di lavori riapre la chiesa di via San Felice. Una visita guidata racconta i segreti dell’antico Borgo di cui parla Dante nel Vulgari Eloquentiae
di Sandra Sazzini – Confguide
La chiesa di Santa Maria della Carità ha finalmente riaperto dopo due anni di intensi restauri. I lavori hanno riparato i diffusi danni strutturali provocati dal terremoto del 2012 alla copertura e alla complessa decorazione delle volte dipinte. L’evento è stato celebrato con una serie di manifestazioni nel quartiere indicate sotto il nome di Shekinà, una parola della spiritualità ebraica che indica la presenza divina in uno spazio accogliente, di amicizia e comunione, aperto alla comunità del quartiere.
Le celebrazioni sono culminate con la messa inaugurale officiata dal Cardinale Matteo Maria Zuppi il 14 settembre scorso, mentre le visite guidate svolte da Confguide sotto l’egida di Ascom hanno contribuito a riscoprire e valorizzare la chiesa e gli altri luoghi sacri dell’area tra San Felice, via della Grada e via Riva Reno. Il complesso parrocchiale di Santa Maria della Carità (SAMAC) è infatti una delle realtà cittadine più importanti. Qui è l’antico Borgo di San Felice, di cui parla anche Dante nel Vulgari Eloquentiae: da fine linguista, egli distingue l’accento del Borgo dal bolognese allora parlato in piazza di Porta Ravegnana. Nell’ex convento del Terz’Ordine francescano, trasformato dagli austriaci in carcere politico, fu tenuto prigioniero anche padre Ugo Bassi prima dell’esecuzione. Nel 1901 nacque qui la Società Ginnastica Fortitudo, “Casa Madre” della Fortitudo Pallacanestro Bologna.
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La chiesa di Santa Maria della Carità ha origini lontane: la prima chiesa romanica sorse nel 1252, accanto a un hospitale, fondato a proprie spese da don Egidio Venecello per ricoverare i pellegrini lungo quella che era l’antica via Emilia. Dapprima sotto l’autorità dell’abate di Monteveglio, l’intero complesso venne successivamente affidato alle cure dei Frati del Terzo Ordine Francescano o della Penitenza. La chiesa nelle forme attuali venne iniziata da Pietro Fiorini nel 1580, secondo il modello della grande aula post-tridentina, per essere completata un secolo dopo da Giovan Battista Bergonzoni, un frate architetto dell’ordine francescano, che allungò la cappella maggiore e allargò le due cappelle laterali. Suo è anche il progetto della bellissima Sacrestia con i due grandi armadi, dove venne successivamente realizzato il altare settecentesco della statua della Madonna della Carità in terracotta, inquadrata tra grandi angeli in stucco.
Tra Sacrestia e Chiesa si contano oltre 60 opere d’arte che spaziano dal Cinquecento all’Ottocento, opera di alcuni dei maggiori artisti bolognesi: Marcantonio Franceschini, Giuseppe Crespi e figlio, Felice Cignani, Galanino, Cesare Aretusi, Valesio, Lorenzo Franchi.
La star è tuttavia Annibale Carracci con la sua Crocifissione del 1583, il discusso e affascinante manifesto delle novità introdotte dai “cugini” nella pittura bolognese, che oggi il nuovo impianto di illuminazione mette in risalto, con il corpo naturale del Cristo che si staglia contro il cielo buio. Al di sotto risplende il nuovo confessionale in metallo, fortemente voluto da Don Davide, con all’interno opere meditative di Ettore Frani. Le nuove luci rivelano anche le complesse pitture ottocentesche delle volte, pazientemente stuccate e ripulite lungo le navate e nella cappella maggiore, che era già stata riparata nel 1951 dopo i danni dei bombardamenti.
L’itinerario prosegue verso la graziosa e raccolta chiesa di Santa Maria e San Valentino della Grada, ora aggregata alla parrocchia di S. Maria della Carità. Costruita nel 1632 dalla devozione popolare intorno all’immagine della Madonna dipinta sulle mura, a ringraziamento della protezione ricevuta contro la peste, la chiesa a pianta quadrata mostra ancora il soffitto ligneo a cassettoni di Antonio Levanti, lo stesso architetto che ha progettato il Teatro Anatomico dell’Archiginnasio. Diversi artisti legati al Collegio Venturoli hanno collaborato al restauro neoclassico commissionato dal Conte Salina, che divenne proprietario della Chiesa dopo gli espropri napoleonici. Altri elementi preziosi sono le cantorie in legno, l’organo, dotato di alcune canne molto antiche del leggendario organaro Giovanni Cipri, e la teca settecentesca del capo di S. Valentino, qui venerato – ahimè – non come romantico protettore degli innamorati ma degli infermi!
L’ultimo gioiello del quartiere, più volte recuperato e ripulito dopo le peripezie della storia, i disastri della guerra e l’abbandono, è l’oratorio di S. Rocco collocato sopra l’omonima chiesa, oggi affidata al culto ortodosso. L’edificio porticato, costruito anch’esso contro le mura, funge da elegante sfondo architettonico alla strada del Pratello. La chiesa fu voluta dalla Confraternita di S. Rocco cui appartenevano i filatoglieri, ovvero i famosi lavoratori della seta di Bologna, che si raccoglievano in preghiera al piano superiore. L’oratorio, oggi sede del Circolo culturale lirico Bolognese grazie anche all’ottima acustica, presenta un soffitto a cassettoni decorati nella luce interna dai principali pittori della città tra Seicento e Settecento, alternando figure di santi, evangelisti, dottori della chiesa e virtù cristiane. La decorazione architettonica a fascia, intercalata da illusionistici telamoni, appartiene a Girolamo Curti, detto il Dentone, che come i Carracci ed altri pittori abitava proprio nel Borgo San Felice. Nei riquadri delle pareti scorrono gli episodi della vita di S. Rocco, cui si sono applicati gli allievi di Ludovico Carracci, grande amico della Confraternita: dalla nascita, al soccorso degli appestati, alla malattia e all’incarceramento, meravigliosamente dipinto dal Guercino stesso, fino alla morte in prigione di questo santo medioevale, umile e generoso, così venerato in Francia e Italia a protezione dalle ondate di peste che regolarmente affliggevano la popolazione. All’uscita, uno sguardo alle tracce di un’antica apertura murata ci ricorda che qui si apriva la misteriosa tredicesima porta di Bologna, con la sua storia di sangue. Pare che da qui fuggissero i congiurati, dopo aver ucciso a tradimento Annibale Bentivoglio il 24 giugno 1445. Così, per vendetta, gli amici e gli alleati dei Bentivoglio la murarono per sempre!
PER INFO E VISIE GUIDATE
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