Sant Antòni dal campanéń

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Le tradizioni popolari della pianura bolognese tra fede, storia e dialetto

di Gian Paolo Borghi

(articolo pubblicato nel numero uscito nell’inverno 2018)

Nella pianura bolognese, Sant’Antonio abate, protettore degli animali, veniva tradizionalmente  celebrato il 17 gennaio di ogni anno. Il suo culto si manifestava soprattutto nei riti di protezione degli animali, in modo particolare di quelli utilizzati per i lavori campestri, ma si esprimeva pure con aspetti devozionali legati al fuoco e al potere taumaturgico del Santo. In quella giornata, gli animali della stalla (e, in parte minore, anche gli altri animali domestici) venivano rifocillati con una certa abbondanza e puliti con cura. Per non recare offesa al loro protettore, non erano assolutamente impiegati nei trasporti e nei lavori nei campi, né tantomeno venivano macellati. A quest’ultimo proposito, la tradizione riferisce una significativa leggenda popolare padana: un tempo, un contadino tentò di uccidere il maiale proprio quel giorno, ma la bestia, per intercessione di Sant’Antonio, ritornò in vita e scomparve per sempre da quelle campagne.

Durante la notte dal 16 al 17 gennaio, non era neppure consentita la veglia (andèr a trȃbb) nelle stalle, perché si diceva che le bestie acquistavano la favella e parlavano tra loro: nessuno però si poteva permettere di ascoltare i loro colloqui, pena la morte immediata. Si narravano, infatti, storie un po’ tetre della scomparsa di addetti alla stalle (i buèr), troppo curiosi, che avevano origliato alla porta di una non precisata stalla di un qualche indefinito e sperduto podere. La notte e il giorno di Sant’Antonio, veniva inoltre proibito alle donne filare la canapa o la lana, per non mancare di rispetto al Santo (si diceva che, altrimenti, avrebbero “filato la sua barba”…). Antonio è considerato patrono, oltre che degli animali, di altri mestieri del mondo rurale quali i fabbri e i maniscalchi, collegati al fuoco che, come narra la tradizione, il Santo avrebbe rapito al diavolo tentatore per donarlo agli uomini.

Tra i riti liturgici, era prevista la benedizione agli animali delle stalle da parte dei parroci che, in genere, consegnavano anche una o più immagini del Santo da affiggere in quei fabbricati, nonché nei pollai o in altri luoghi di ricovero degli animali domestici. Le antiche pratiche tradizionali imponevano che non si dovessero eliminare le icone precedenti e che le nuove avessero dovuto esservi sovrapposte. I contadini ricambiavano il dono con un insaccato di maiale: in alcune località, donavano il cosiddetto “cappello del prete”, una sorta di cotechino a forma triangolare, che nella foggia ricordava il copricapo dei sacerdoti di un tempo. È opportuno ricordare che il Santo, in ambiti rurali, era soprannominato il “Vecchione” (al Fcioń), per la sua veneranda barba e che si premurava di consegnare i doni ai bambini (dopo i regali consegnati dalla “Vecchia”, ossia la Befana, il 6 gennaio); immancabilmente, il suo fantoccio veniva bruciato la “sua” notte, a propiziazione dei raccolti futuri.

In alcune località veniva consumata in forma comunitaria anche la cosiddetta “cena di Sant’Antonio”, alla quale partecipavano soprattutto i reggitori (i arzdûr) delle famiglie; si trattava probabilmente di un residuo della tradizione dell’allevamento collettivo di un maiale, a memoria dei “suini di Sant’Antonio”, un tempo allevati dai frati antoniani a scopi caritatevoli. Tra le pratiche legate al Santo, si ricordano le segnature per liberarsi dal cosiddetto “Fuoco di Sant’Antonio” (Herpes Zoster), malattia infettiva della pelle, le cui formule venivano segretamente trasmesse per genere la notte della vigilia di Natale. Per combattere l’infezione, si usava anche il grasso di maiale. Il Santo era iconograficamente raffigurato con il bastone, la lettera T (nella forma del bastone o sulla tonaca), il campanello e il maiale. Le relative interpretazioni non sempre coincidevano, ma in ogni caso provo ad indicarne alcune. Il bastone simboleggiava la vocazione assistenziale per gli infermi e i bisognosi, la lettera T (Tau) la croce egizia dei cristiani alessandrini (Antonio era di origini egiziane), il campanello annunciava l’arrivo dei monaci antoniani (ma serviva anche per allontanare gli spiriti maligni) e, infine,  il maiale (a cui si aggiunsero in seguito altri animali domestici per confermarne la protezione) per sottolineare le tentazioni diaboliche cui venne soggetto, nonché l’animale allevato dai suoi seguaci per opere di carità, compresa la cura per il “Fuoco di Sant’Antonio”.  Con San Biagio (3 febbraio) e San Geminiano (31 gennaio), nella tradizione contadina era considerato uno dei santi invernali dalla “barba bianca” e quindi… nevosi, ovvero legati alle bizze meteorologiche stagionali. 

Chiudo queste note con due proverbi e una strofetta-supplica che un tempo veniva indirizzata al Santo, poi decaduta a testo dei repertori infantili:

Sant Antòni dal campanéń,/ s a n gné pań e s a n gné véń,/s a n gné lèggna ind al granèr,/Sant Antòni, cum avèggna da fèr? (Sant’Antonio dal campanellino,/se non c’è pane e non c’è vino,/se non c’è legna nel granaio,/Sant’Antonio, come dobbiamo fare?)

Par la Bufȃgna,/un salto di cagna,/par Sant Antòni, un òura nàtta (Per la Befana,/un salto di cagna, per Sant’Antonio un’ora completa; si fa ovviamente riferimento all’allungamento della giornata)

San Lurènz da la gran calûra,/Sant Antòni da la gran fardûra,/l óń e cl’èter pȏc al dûra (San Lorenzo (11 agosto) dal grande caldo, Sant’Antonio dal grande freddo,/l’uno e l’altro poco durano).      

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