Quando si ferma anche lo sport

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Prima della pandemia, solo la guerra era riuscita a fermare Olimpiadi e grande calcio. Le storie “bolognesi” di chi ha pagato queste interruzioni

di Marco Tarozzi

C’è stato un momento preciso in cui lo sport ha misurato con drammatica precisione la portata di una pandemia che ha provocato tragedie e sconvolto le nostre abitudini: quando anche le Olimpiadi hanno abbassato la serranda, rimandando Tokio 2020 (che continuerà a chiamarsi così anche in futuro) all’anno prossimo. In Italia si era già fermato il calcio, e prima ancora la pallacanestro, oltreconfine l’esempio era già stato seguito. Ma i giochi olimpici rappresentano lo sport, anche in tempi in cui il business ha preso il sopravvento sugli ideali e spesso sull’etica. Quando gli organizzatori hanno gettato la spugna, anche chi non voleva rendersi conto ha capito tutto.

VENTI DI GUERRA – Prima di questa emergenza, le Olimpiadi si erano fermate solo in occasione dei conflitti mondiali. Berlino, che avrebbe poi allestito la grande parata del 1936 come un’elegia del nazismo, mandata a carte quarantotto dal talento di Jesse Owens, avrebbe già dovuto essere teatro della festa nel 1916. Per questo era stato costruito, tre anni prima. Il Deutsches Stadion. Nelle previsioni, il conflitto del 1914 avrebbe dovuto spegnersi in fretta, e invece come al solito si sa quando le guerre iniziano ma mai quando finiscono.
La seconda guerra mondiale si portò via ben due edizioni. La dodicesima nel 1940, assegnata a Tokio e poi “dirottata” ad Helsinki, e quella del 1944 che avrebbe dovuto tenersi a Londra, che venne ricompensata quattro anni dopo con l’edizione della rinascita e della speranza. In tempi di guerra, la voce dello sport arrivò flebile, come un sogno di normalità: la Celebrazione del Giubileo del Cio, una tre giorni tenutasi a Losanna nel giugno 1944, e i Giochi olimpici dei prigionieri di guerra nello stalag Oflag di Woldenberg, dal 23 luglio al 13 agosto dello stesso anno. Altra storia, comunque.
SOGNI INFRANTI – E contro quelle Olimpiadi mancate in Finlandia si infranse anche il sogno di bolognesi illustri. A cominciare da quello della regina degli ostacoli, che aveva incantato proprio l’Olimpiastadion quattro anni prima. Davvero bizzarro, il destino di Ondina Valla, passata alla storia dello sport per quell’Olimpiade vinta nel 1936, prima azzurra a conquistare un oro, pur non avendo potuto disputarne due edizioni. Già nel 1932 avrebbe dovuto partecipare alla spedizione di Los Angeles, ma la sua partenza con un gruppo di atleti uomini era stata giudicata “sconveniente”, altri tempi. Nel 1940, Trebisonda era ancora ai vertici, nonostante mille problemi fisici, soprattutto nel salto in alto di cui deteneva il primato italiano (1.56) e l’ultimo tricolore conquistato proprio nel 1940. Un posto alle Olimpiadi, seppure non più da primattrice, l’avrebbe meritato. Ma ancora di più quell’edizione perduta fu l’ennesima beffa per Claudia Testoni, che nei 60 ostacoli, dopo la “medaglia di legno” del 1936, aveva conquistato il titolo europeo nel 1938, e ben due volte il primato del mondo (11”3) nel 1939. Aveva lavorato quattro anni, Claudia, per tornare dalla parte giusta della storia. Ma il destino aveva altri disegni, non soltanto per lei.

ADDIO ALL’ITALIA – Tra i sogni cancellati dalla guerra, anche quello di Tullio Gonnelli, dal 1935 uno dei migliori velocisti azzurri, già argento nella 4×100 alle Olimpiadi del 1936. Quattro anni dopo, accasato non più alla Virtus ma alla Baracca Milano, fu ancora una volta tricolore nei 200 metri, col record italiano. Poi tre anni da militare in guerra fermarono la sua vita da atleta. Tullio emigrò negli Usa, lavorò il resto della vita alla Monsanto Company di Springfield e se ne andò nel 2005, a 92 anni, a Longmeadow.
E ancora, quello di Valentino Borgia, sesto a Berlino nella lotta greco-romana, categoria pesi piuma. Nel 1940, a ventisei anni, avrebbe gareggiato nel pieno della maturità atletica. Un rimpianto, per il campione che nel dopoguerra avrebbe dato vita al Club Atletico Bologna.

EROE DIMENTICATO – Gli anni della guerra cambiarono anche il percorso sportivo di tanti eroi del pallone. Molti di loro tornarono in campo come ombre di quello che erano stati. Qualcuno non tornò più.
In casa rossoblù, le storie più tragiche sono anche quelle più note. Quella che riguarda Arpad Weisz, il grande tecnico ungherese che col Bologna spezzò l’egemonia juventina e conquistò due scudetti… e mezzo (quello del 1938-39 è attribuito a Felsner, ma Weisz aveva dovuto lasciare l’opera incompiuta per sfuggire alle nefaste leggi razziali promulgate contro gli ebrei), oltre al Trofeo dell’Esposizione di Parigi del ’37, e passò per i camini di Auschwitz nel colpevole oblio generale. O quella di Dino Fiorini, che proprio Weisz aveva lanciato, scomparso nel 1944 con addosso la divisa da repubblichino nelle colline di Monterenzio e mai più ritrovato.
Tornò segnato dalla prigionia Mario “Rino” Pagotto, che del Bologna era stato una colonna, un difensore solidissimo, tre volte campione italiano, e nel dopoguerra, tra il 1945 e il 1948, riuscì a collezionare soltanto ventotto presenze in tre stagioni rossoblù.
Gli anni instabili della guerra furono il “fine corsa” per Giordano Corsi, mediano quattro volte tricolore, 197 presenze in rossoblù, sei volte azzurro, che già nel 1941, peraltro già trentatreenne, emigrò alla Vis Pesaro per fare l’allenatore-giocatore.

“MEDEO” E GLI ALTRI – Un grandissimo come Amedeo Biavati aveva solo venticinque anni allo scoppio della guerra, e al Bologna restò comunque legato fino al 1947. Ma il ritorno in campo nel 1945 non fu dei più felici, nonostante la conquista proprio in quell’annata dell’unica edizione della Coppa Alta Italia. Con in bacheca quattro scudetti, il trionfo di Parigi e anche il titolo di campione del mondo con l’Italia nel 1938, di lì a poco l’uomo del “passo doppio” iniziò una peregrinazione che lo portò sui campi di Reggina, Imolese, Magenta, Manduria, Molfetta, Belluno, fino al 1955, quarantenne, quasi sempre col ruolo di allenatore-giocatore.
La pausa bellica lasciò scorie anche su Pietro Ferrari, numero uno rossoblù dal 1936, che chiuse l’avventura nella stagione 1946-1947 per lasciare tra i pali Glauco Vanz. Come su Aurelio Marchese, centrocampista di classe e temperamento che nel Bologna prebellico era stato un punto fermo, conquistando due scudetti nel 1939 e nel 1941, ma che vide combaciare gli anni della maturità atletica con i momenti più duri del conflitto. Tornato a Bologna dopo una stagione al Liguria, ci restò altre tre stagioni, fino al 1948, senza recuperare più lo smalto dei tempi migliori. E fu dura anche per Secondo Ricci, terzino sinistro fedele al Bologna dal 1938 al 1950: nel 1940 si era guadagnato anche una maglia azzurra, a Roma, in amichevole contro la Romania. Dopo la guerra, complice anche un brutto infortunio alla gamba nel ’47, si mantenne nel calcio di vertice ma senza troppe fiammate.

CALCIATORE E PARTIGIANO – Infine, la storia nella storia di Algiso Toscani. Arrivato da Salsomaggiore nel 1936, scoperto da Felsner che presto lo aggregò alla prima squadra, attaccante di razza e grande promessa nelle giovanili rossoblù, protagonista al Torneo Internazionale Ragazzi del 1938 vinto dal Bologna grazie ai suoi gol, toccò il campo con i “grandi” soltanto il 24 dicembre 1939, in Coppa Italia, segnando anche un gol in Bologna-Livorno 3-1. Ma durante la guerra fu partigiano sull’Appennino parmense, nella Brigata Garibaldi “Forni”. Finita la guerra riprese a giocare: un anno a Parma, due a Pescara, poi nuovamente Parma e la sua Salsomaggiore. Col Bologna, i sogni di diventare un grande calciatore erano tramontati ancor prima del dramma bellico. Ma la sua esperienza in Appennino, la volontà di non farla dimenticare ai giovani, sono rimaste vive fino a dieci anni fa.

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