Mondino Fabbri, grande tecnico segnato irreparabilmente dalla sconfitta azzurra con la Corea,“Petisso” Pesaola, filosofo del calcio e Vincenzo Italiano, ragazzo siciliano nato in Germania, sono i mister che hanno guidato il Bologna nei trionfi in Coppa Italia
di Marco Tarozzi
Una Coppa Italia alzata tre volte nello spazio di cinquantacinque anni, a cui restano legati i nomi di eroi della passione rossoblù. Da Beppe Savoldi, protagonista assoluto nelle prime due, a Giacomino Bulgarelli, capitano nella storia: entrambi in campo sia nel 1970 che nel 1974, così come Cresci, Perani, Roversi, Battisodo, Gregori e Adani. E ancora Eraldo Pecci, che poco più che ragazzo realizzò con freddezza il rigore decisivo contro il Palermo all’Olimpico, nel ’74. E quelli di mezzo secolo dopo: Orsolini, Ndoye, Freuler, Skorupski e compagni. E poi ci sono loro: i tre timonieri. Maestri di un calcio che dal 1970 ad oggi ha cambiato ritmi, strategie, intensità. Accomunati da quel trofeo che ha assegnato loro, di diritto, un posto riservato nella storia del club.
COPPA ITALIA 1970 – EDMONDO FABBRI

Fabbri e Savoldi
Quando approda al Bologna, nel 1969, ha già provato i giorni della gloria e quelli del dolore. Che fosse un allenatore capace, e parecchio, lo aveva dimostrato a Mantova, prendendo le redini di quello che venne definito il “piccolo Brasile” a nemmeno quarant’anni, insieme all’amico Italo Allodi nel ruolo di Ds, appena dopo il ritiro dal campo, e portandolo tra il 1957 e il 1961 dalla Quarta Serie in Serie A, vincendo il Seminatore d’Oro e diventando per tutti “Mondino”, per affetto e per una statura non esagerata che nel periodo rossoblù viene stigmatizzata da Bruno Pace con una battuta delle sue, fulminante: «Ho visto il mister, poco fa: stava seduto sul marciapiede con le gambe penzoloni…».
Dopo le sette magiche stagioni mantovane, a un passo dall’Inter, la chiamata della Federazione per risollevare il destino di una Nazionale fallita in Cile nel 1962. Un inizio travolgente (compreso il 3-0 rifilato al Brasile di Pelé in amichevole), una qualificazione senza problemi, ma poi il Mondiale del 1966 si rivela un disastro, culminato nella sconfitta (purtroppo storica) contro la Corea del Nord.
Dagli altari alla polvere, Mondino non sarà mai più lo stesso. Due anni a Torino dimostrano che è ancora un bravo allenatore, anche se negli stadi viene accolto regolarmente dal coro “Corea, Corea”. Porta sotto la Mole la Coppa Italia del 1968, dopo aver vissuto nell’autunno precedente il dramma della morte di Gigi Meroni. Appena arrivato a Bologna, riesce ad evitare la cessione di Bulgarelli al Milan. Nel 1970 lascia il segno: la Coppa Italia alzata al Comunale, battendo proprio il Torino nell’ultimo scontro di un gironcino finale con la doppietta di Savoldi, è la prima della storia del club. Seguirà una Coppa di Lega Italo-Inglese, conquistata ai danni del Manchester City. Ha solo cinquant’anni, il tecnico di Castel Bolognese, ma è destinato a portarsi dietro l’ombra di quella sconfitta di Middlesbrough contro la Corea, mai completamente elaborata.
COPPA ITALIA 1974 – BRUNO PESAOLA

Pesaola
«Una volta sono andato a letto presto. Mi sono svegliato nel cuore della notte e non ho più chiuso occhio». Per questo preferiva tirar mattina Bruno Pesaola, il “petiso” da quando ragazzino tirava i primi calci ad Avellaneda, quartiere di Baires in cui era cresciuto da italiano d’Argentina, figlio di Gaetano, calzolaio arrivato a cercar fortuna da Montelupone, provincia di Macerata. E poi “Petisso” qui in Italia, con una “s” regalata chissà perché. Da allenatore, dopo una bella carriera in campo, scrive le sue più belle pagine a Napoli, diventata la sua città, e a Firenze, dove vince uno scudetto storico, ma non vanno dimenticate quelle quattro stagioni al timone del Bologna, tra il 1972 e il 1976, che fruttano la Coppa Italia del ’74, vinta ai rigori in fondo a una finale dai toni rocamboleschi contro il Palermo, e l’appendice meno fortunata tra il 1977 e il 1979.
Dopo la gloria di Firenze è il presidente Luciano Conti a volerlo a Bologna. Un altro che ama fare tardi la notte davanti a un mazzo di carte, e dunque l’amore sboccia, inesorabile. Il suo Bologna finisce tre volte settimo, e nell’anno in cui scende al nono posto vince la famosa Coppa Italia “recuperata” al novantesimo da Bulgarelli, che si guadagna un rigore lasciando basito Arcoleo, colpevole designato, e infine vinta ai rigori dopo una giornata vissuta in balìa di una squadra di B, ma chiusa in trionfo. Ricorda Beppe Savoldi: «Pesaola ci chiamò per decidere chi avrebbe battuto i rigori e c’eravamo solo io e Bulgarelli. Erano spariti tutti, lì intorno…». Il quinto rigorista è Pecci, diciannovenne senza timori reverenziali. L’Olimpico porta ancora fortuna, come dieci anni prima.
Di Bruno Pesaola restano uscite memorabili, che testimoniano la sua acuta visione delle cose e la capacità di sdrammatizzare. “Una volta trotterellavo in mezzo al campo con poca spinta”, ricorda Eraldo Pecci, “e Pesaola mi incitò a dare di più. Mister, gli dissi, lo sa che io sono un estroso… E lui di rimando: veramente a me pare che lei sia un estronso…”
Memorabile la spiegazione ad una strategia di gioco ribaltata durante una trasferta a Bergamo: “Mister, aveva detto che avreste giocato da subito all’attacco e invece vi siete chiusi in difesa, il Bologna sembrava un fortino” “E se vede che quelli dell’Atalanta ci hanno rubato l’idea…”. Leggendario.
2025 – VINCENZO ITALIANO

Vincenzo Italiano – BOLOGNA MILAN FINALE COPPA ITALIA FINE PARTITA
Mezzo secolo dopo, la bacchetta magica è passata nelle mani di un ex ragazzo di Sicilia, nato per necessità familiari in Germania, e lui l’ha usata mescolando arte e mestiere. Orfani di Thiago Motta e della sua annata magica, noi bolognesi non abbiamo capito da subito l’importanza di avere Vincenzo Italiano in panchina nell’anno del debutto in Champions League. Né la validità della scelta del presidente Saputo e di Fenucci, ispirati dall’occhio lungo di Giovanni Sartori. Dal 2018, anno del debutto da tecnico nel calcio professionistico, il ruolino di marcia parla per lui: promozione dalla C alla B a Trapani, poi dalla B alla A con lo Spezia, tre finali nelle ultime due stagioni alla Fiorentina, due volte in Conference League ed una in Coppa Italia. Tutte perse, è vero, ma il viaggio conta e se una squadra arriva a giocarsi l’ultimo atto di un torneo significa che il manico ha qualità da vendere.
Non ha avuto timori reverenziali, Vincenzo Italiano. Sapeva di essere arrivato con un fardello pesante sulle spalle, tra sussurri e mugugni. Poco alla volta si è preso la complicità dei giocatori e la fiducia dei tifosi. Dimostrandosi uno di loro: coinvolto nelle dimostrazioni di entusiasmo, tanto quanto Thiago appariva distaccato e talvolta glaciale.
Il Bologna di Italiano non ha fatto la figura della Cenerentola europea, giocandosela con orgoglio e dignità, permettendosi anche il lusso di battere al Dall’Ara il Borussia Dortmund, arrivato in una stagione sottotono ma pur sempre vicecampione in carica. E in Coppa Italia ha fatto il capolavoro: eliminando lungo il cammino Monza, Atalanta ed Empoli, affrontando e battendo in finale l’Inter, proprio all’Olimpico di Roma, in un remake dello spareggio-scudetto del 1964 e cinquantun anni dopo l’ultimo trionfo nella manifestazione.
In un colpo solo, Il “ragazzo di Sicilia” ha sbancato: prima la Coppa Italia, primo trofeo conquistato nella carriera da tecnico, poi a cascata il Premio Bulgarelli e il Nettuno d’Oro. Era scritto che prima o poi avrebbe vinto, ma così è stato bellissimo. Come indimenticabile, anche per lui, è stata quell’immersione nell’amore di una città, in autobus, qualche giorno dopo. «Perché dovrei cercare una grande piazza? Ci sono già». A pensarci, le stesse parole che usò Bulgarelli per restare rossoblù a vita.