Quando si diventava angeli

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La saggezza della cultura contadina nei proverbi di una volta

di Adriano Simoncini 

(articolo pubblicato nel numero uscito nell’inverno 2018)

Un óv sól al fa ench e gal / un uovo solo lo fa anche il gallo. Detto di disistima rivolto a coppia con figlio unico: nella cultura contadina la famiglia numerosa era infatti una necessità. Del resto, ai era dla miseria dapertót fòra che lèt / c’era della miseria dappertutto fuori che a letto, a significare come il sesso fosse l’unico diversivo alla dura quotidianità. Il censimento del 1936 registra per la nostra montagna nuclei familiari anche di dieci figli, ma la media era diversificata per stato sociale: sette le famiglie contadine, bisognose di braccia per il podere, quattro i braccianti, che non avevano terra da coltivare, tre i padroni, che vivevano del lavoro degli altri e che limitavano la figliolanza per non suddividere la proprietà fra troppi eredi. Innumerevoli insidie assediavano l’infanzia d’un tempo, un problema già il luogo dove dormire. Letti per tutti non ce n’erano. Bisognava arrangiarsi. I più piccoli dormivano fra i genitori – nella culla se erano in fasce e chi non la possedeva se la faceva prestare, anche se il proverbio ammoniva: 

         dirindólla dirindólla                        

         chi s’i fa a s’i trastólla                               

         dirindolla dirindolla

         chi se li fa se li guarda.

Gli altri si distribuivano a coppie nei letti disponibili, un da pé e un da có, uno dal lato della testa e l’altro da quello dei piedi. Anche si approntavano giacigli di fortuna, come i cassettoni dell’armadio, vuotati la notte del loro contenuto. Lo svezzamento era un’altra drammatica prova cui era chiamato l’infante. Le donne d’un tempo vantavano una miracolosa abbondanza di latte che consentiva di allattare i figli fino ai diciotto mesi e oltre, che già camminavano per casa. La pretesa di continuare a succhiare a oltranza dal seno materno ha dettato l’espressione: la magnà al tètt a su méder / ha magiato le tette a sua madre, rivolta a chi aveva mandato in rovina sé e i suoi dissipando ogni avere. Giungeva comunque il giorno in cui l’allattamento doveva cessare e l’alimentazione di necessità mutava: mele cotte al forno imboccate col cucchiaio – per cui ancora s’impreca: azidènta a te e a chi at dét la mela cota da cin / accidenti a te e a chi ti diede la mela cotta da piccolo, cioè a colui che ti allevò. Poi i balós, le castagne lessate, e i manfét, pappina di farina di castagne, abbondanti in montagna. E i famigerati biasòt (da biasér, masticare), vocabolo con cui s’indicava qualsiasi boccone di cibo premasticato dall’adulto per facilitarne la digestione e offerto al bambino.

I tanti che morivano divenivano angeli: ancora fino agli anni ’20 era uno scampanio quotidiano a chiamare la gente al funerale del morticino di turno. Che si faceva di sera, in lunga fila dolente, ognuno con una candelina accesa in mano: l’angelo veniva vestito di bianco, bianca la bara, e gli si ornava il capo con carta argentata a prefigurare l’immancabile aureola paradisiaca. Ma non per tutti il paradiso era certo e sicuro. Chi aveva la disgrazia di morire prima d’essere battezzato ne era escluso e veniva relegato nel limbo, luogo non di pene fisiche, come l’inferno e il purgatorio, ma di infinita tristezza per l’assenza di Dio. Che noi ragazzi faticavamo a immaginare, mancando le fiamme, quando ci aggiravamo fra le tombe dei piccoli. I quali erano reietti anche in terra: era loro infatti riservata una parte non benedetta del cimitero, separata dal resto delle sepolture dei cristiani battezzati. Ci facevano, ricordo, un’immensa pietà per questo loro inspiegabile destino e magari gli portavamo qualche fiore e accendevamo di nascosto mozziconi di candeline prelevati da tombe più fortunate. 

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