Quando il grano si trebbiava con la zercia

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La saggezza della cultura contadina nei proverbi dell’Appennino

di Adriano Simoncini

Quater, dop e méder e vén e bater

Quattro, dopo il mietere viene il battere.

Detto antico di difficile comprensione per i più. Oggi si direbbe infatti: dopo il mietere viene il trebbiare. Perché neppure i più anziani contadini hanno lavorato il grano con la zercia / il correggiato, un attrezzo manuale per battere i cereali che consisteva in due bastoni uniti a una delle estremità da un legaccio. Qualcuno però ricorda d’aver visto cospargere di sterco bovino l’aia dinanzi a casa – lo si diceva imbuvinèr l’era / imbovinare l’aia – operazione che appunto precedeva la battitura. 

La guerra del ’15-18 infatti chiuse, almeno nei poderi più grossi e agevoli delle nostre vallate, un’epoca arcaica che prevedeva la trebbiatura con la zercia e la preda o piagna, la lastra di arenaria che trascinata dai bovini schiacciava le spighe per farne uscire il grano. Comunque c’è chi racconta d’aver visto, a guerra finita, imbovinare le aie. Fatto raro dopo il ’45 e forse solo per fagioli, fava, ceci. Durante l’ultima guerra tuttavia si dovette battere a mano il grano perché le trebbiatrici da noi non arrivavano. Ma anche si sottraevano parte dei covoni per non portare il grano all’ammasso, come di legge, e quindi si battevano a mano per evitare controlli.  

Come si faceva: si versava in un recipiente lo sterco fresco di bovini, s’aggiungeva acqua per diluirlo, si mescolava e si cospargeva nell’aia a mezzo di ramazze di frasche di castagno (appunto imbuvinèr l’era). Dalla sera alla mattina seccava e diveniva come un batόm / un impiantito color marrone sul quale i chicchi del grano battuto apparivano fra la paglia e la pula. 

Dai campi il grano veniva trasportato col carro trainato da buoi e vacche, ma anche sul capo, pari, che non perdesse chicchi nello scuotersi camminando. Lo si costudiva nella capanna, al coperto, poi s’imbovinava l’aia. Dai covoni si cavavano le mannelle per la treccia. Si pareggiavano dal lato delle spighe. Con la falce arcata all’esterno si mozzavano gli steli all’altra estremità avvicinando con forza la mannella al corpo. Si pettinavano con apposito strumento, simile appunto a un pettine con denti di ferro, i chiodi. Le si dava una prima pulita, poi, per sgranarle, si percuotevano dal lato della spiga contro una lastra d’arenaria collocata ritte nell’aia imbovinata. 

Per i ragazzi era un divertimento salire sulla piagna strascinata per l’aia. Unico compito raccogliere con la pala lo sterco che le vacche a volte abbandonavano durante il lavoro. Col badile bisognava accoglierlo innanzi che cadesse sul grano sparso per l’aia. Con la zercia poi lo si batteva in coppia, magari tre innanzi ad altri tre. Quando i primi avevano il correggiato a terra, gli altri dovevano averlo in alto. I movimenti dovevano succedersi ritmati e precisi se non si voleva creare confusione e impicci. Una tecnica acquisita con l’esperienza. 

Difficile anche, per chi non l’aveva praticato fin da ragazzo, lanciare contro il vento il grano trebbiato per liberarlo dalla pula: gesto ritmato e sapiente, adeguata quantità di materiale raccolto e buttato in aria e a giusta altezza. Sapienza di millenni – già il greco Esiodo (VIII / VII secolo a.C.) nel suo poema Le opere e i giorni raccomandava di battere bene la sacra spiga di Demetra in un luogo ben ventilato, nell’aia piana – sapienza di millenni perduta nel volgere di una generazione. Del resto il proverbio affermava: 

e pén di puvrèt l’à set crost e un crustín

il pane dei poveri ha sette croste e un crostino.

La bovina serviva anche per stablír / intonacare l’interno delle capanne e delle casupole più povere e comunque tappare crepe di usci e di stipiti. Inodore, secca non pareva nemmeno sterco. I ragazzi che badavano le bestie al pascolo la bruciavano per divertimento in fuochi improvvisati.

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