Quando c’erano le mura

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La cerchia del ‘300 fu quasi totalmente demolita nel 1902. I modernisti vinsero lo scontro con i conservatori (tra i quali Rubbiani, Oriani e Carducci) iniziato a fine ‘800. Dovevano essere abbattute anche tutte le porte ma sotto i colpi di piccone caddero solamente Porta San Mamolo e Porta Sant’Isaia

di Gianluigi Pagani

La mattina del 20 gennaio 1902, alle ore 7,30 in punto, ottanta operai, agli ordini dell’ingegnere capo del Comune di Bologna Boriani e dell’ingegnere Saffi, hanno demolito le mura di Porta Santo Stefano e di Porta Lame. Il tutto in un clima di totale indifferenza da parte della stampa: nulla è comparso su L’Avvenire d’Italia e sulla Gazzetta dell’Emilia, mentre Il Resto del Carlino ha pubblicato poche righe soltanto quattro giorni dopo, il 24 gennaio, riportando che “…il Municipio, per dare lavoro ai molti operai disoccupati della città, che sono 494, ha cominciato ad atterrare le mura a porta Santo Stefano”.

Ma come si è giunti a questa infame decisione che ha privato Bologna di uno dei simboli più belli del suo passato? Da tempo opinioni negative giravano per Bologna riguardo all’utilità delle mura. Scriveva il conte Giovanni Gozzadini nell’introduzione al suo volumetto ‘Le mura che cingono Bologna’: “Le mura che cingono Bologna da parecchi secoli sono accusate d’impedire al vento d’introdursi e di aggirarsi per le vie della città; sono accusate di togliere a certi sbocchi di straduzze la bella veduta delle colline… sono accusate di occupare un suolo che potrebbe essere meglio usufruito; sono accusate di rappresentare l’epoca dei Comuni italiani, gretta, vieta, da museo. Per questi ed altri reati, le mura che avvinghiano Bologna, come il cerchio di ferro un forzato, saranno chiamate dinanzi ad una speciale Corte d’Assise…”.

Panni stesi sul terrapieno_Collezione Fausto Malpensa

La bagarre aveva avuto origine nel 1889, allorché la giunta guidata dal sindaco pianorese Alberto Dall’Olio, rappresentante dell’Unione monarchico-liberale e seguace di Marco Minghetti – che il periodico umoristico Bononia Ridet chiamava causticamente “Dall’Olio Santo” per la sua alleanza coi clericali – ha votato il nuovo piano regolatore della città. È scoppiata allora una polemica tra i “modernisti”, che sostenevano la necessità di smantellare le mura, e i “conservatori”, per lo più intellettuali ed esponenti del mondo della cultura, quali il restauratore e letterato Alfonso Rubbiani, lo scrittore e storico Alfredo Oriani, il pittore Raffaele Faccioli, l’illustratore Alfredo Baruffi e il poeta Giosuè Carducci.

Forti erano gli interessi politici (nuovi posti di lavoro) ed economici (terreni liberi per costruire case) alla base dell’operazione. Ne sono la prova le numerose ville e i villini che vediamo sui viali di circonvallazione, soprattutto nella più prestigiosa zona sud-occidentale. Solo nelle zone povere del nord-est della città, meno appetibili sul piano edilizio, possiamo infatti ancor oggi vedere i tratti più lunghi di mura superstiti. Un altro cavallo di battaglia dei modernisti, che ha trovato notevole consenso tra la popolazione, fu l’abolizione della cinta daziaria, fonte di crescente malumore e contrabbando dilagante. Sui prodotti che entravano in città il Comune imponeva infatti imposte mal tollerate e considerate alla stregua di vere e proprie gabelle medievali. Alla lunga, gli interessi dei modernisti hanno avuto ragione della strenua difesa dei conservatori e, nell’ultima seduta del 1901, la Giunta Dall’Olio ha sancito il via all’inizio dei lavori.

La copertina del Libro di Corinaldesi edito da Minerva

Fa sorridere il fatto che, iniziati i lavori, ci si è resi conto che solamente tre delle dodici porte (Santo Stefano, San Mamolo e Saragozza) erano di proprietà del Comune, a differenza delle altre che appartenevano al Demanio. La Giunta Golinelli ha chiesto quindi la cessione gratuita delle restanti porte: concessione che però è stata negata. È così che, il 10 maggio 1904, il Comune ha deliberato di stanziare la somma di 5.000 lire per acquistarle ed entrarne finalmente in possesso. Fortunatamente i conservatori riuscirono in parte a far prevalere le ragioni storico-artistiche. Il piano originario del Comune comprendeva infatti, oltre a quello delle mura (dei 7,6 chilometri ne sono stati demoliti 6,4), anche l’abbattimento di tutte le porte. Ma fortunatamente quasi tutte sono state salvate: soltanto due, Porta San Mamolo e Porta Sant’Isaia, sono cadute sotto i colpi del piccone. Ulteriori interventi demolitivi, fortunatamente di minor entità, sono stati portati avanti dal Comune tra il 1949 e il 1959, ai tempi della giunta del sindaco Giuseppe Dozza.

Ma da dove derivano queste mura? Lunga e complessa è la storia di Bologna nei suoi quasi tremila anni di vita. È un doveroso tributo alla nostra storia con le sue tre cerchie di mura petroniane e le sue porte. Varie leggende s’intrecciano sulla nascita di Bologna, a cominciare da quella che ne attribuiva la fondazione all’umbro Ocno, che si disse in seguito scacciato dagli Etruschi. Una seconda parla di Felsino, nipote di quel Tiresia – il leggendario fondatore di Pianoro, Parma e Mantova, le cui gesta sono state narrate da Virgilio nell’Eneide – che ha dato il proprio nome alla città, successivamente cambiato in Bononia dal figlio Bono. Ma la leggenda forse più affascinante è quella che narra del re etrusco Fero che, risalita da Ravenna la Pianura Padana e giunto in un luogo aprico tra due torrenti (l’Aposa e il Ravone), ivi ha iniziato a dar vita a un insediamento. Si racconta che un brutto giorno Aposa, la donna di Fero, mentre si lavava tra i canneti lungo la riva, è stata travolta da una piena del torrente che da allora da lei prese nome. Il villaggio poi è cresciuto e Fero ha deciso di proteggerlo con una cinta difensiva. Mentre era accaldato e affaticato, in una torrida giornata estiva, sua figlia Felsina gli ha offerto un vaso colmo d’acqua, chiedendogli in cambio di dare il suo nome alla città: ecco che da quel momento il borgo ha assunto il nome di Felsina. Sussistono però alcune perplessità circa il nome dell’insediamento urbano. Si è pensato potesse derivare proprio dal nome della tribù dei Galli Boi; oppure dalla parola celtica ‘bona’, che doveva significare città o luogo fortificato, o infine dal nome di una divinità celtica della prosperità.

La prosperità arrivò comunque alla città nel 187 a.C., allorché il console Marco Emilio Lepido ha tracciato la Via Emilia, facendo di Bononia, che nel 88 a.C. ottenne la cittadinanza romana, uno dei cardini della rete viaria del tempo. Seguirono anni d’oro per la città che, nel periodo augusteo, ha visto costruire dieci chilometri di pavimentazioni stradali, le fognature e l’acquedotto che, interrato, portava l’acqua potabile dal Setta. Sono stati poi edificati imponenti edifici pubblici e privati, con ampio utilizzo di marmi e mosaici. Ma dalla seconda metà del IV secolo, con il susseguirsi delle invasioni barbariche, ha avuto inizio, implacabile, il tramonto dell’Impero Romano d’Occidente. Dopo che nel 402 i Visigoti di Alarico I hanno scorrazzato impuniti lungo la via Emilia, uccidendo e devastando, fino ad arrivare a saccheggiare Roma nel 410, fu la volta degli Unni di Attila. In quel frangente Bologna fortunatamente non ha subito quindi alcun danno da parte del famigerato Flagello di Dio. Poi il dominio bizantino dell’intera Italia e nel 568 infatti hanno fatto la loro comparsa sulla scena i Longobardi. Passata sotto il controllo del Sacro Romano Impero, la nostra città è rimasta tale per oltre due secoli, fino al 1115 allorché, dopo anni di assoggettamento feudale alla contessa Matilde di Canossa, il popolo è insorto in armi. Ed è stato così che Bologna, rasa al suolo la rocca imperiale (all’angolo dell’attuale Via di Porta di Castello), è divenuto libero comune nel 1115.

Scavi condotti nel 1996 nell’odierna Piazza Azzarita per la costruzione di un garage sotterraneo hanno posto in luce i resti di una palizzata, che correva in direzione est-ovest e comprendeva una galleria coperta con sopra un camminamento di ronda, verosimilmente intervallata da torri di guardia e circondata da fossati. Studi al radiocarbonio hanno stabilito una datazione corrispondente all’VIII secolo a.C. Dobbiamo quindi probabilmente far risalire agli Etruschi i primi resti provati di fortificazioni in Bologna. Pur essendo ad oggi emersi solo alcuni reperti archeologici in via Carbonesi e in via Marconi, è verosimile che Bononia fosse dotata, in epoca romana, di un qualche sistema difensivo probabilmente fatto di palizzate, terrapieni e fossati, utilizzando altresì il torrente Aposa a oriente e il rio Vallescura a occidente.

Correva l’anno 1918 ed erano in corso i lavori di demolizione del Mercato di Mezzo per la creazione della nuova Via Rizzoli allorché, a una profondità variabile tra i 20 cm e i 3 metri dal piano stradale, alla distanza di 9 metri dalla spalla occidentale del ponte romano, è stato reperito un tratto di mura costituito da una serie di blocchi di selenite di varie dimensioni, verosimilmente provenienti, in larga misura, da edifici di epoca romana. È stato quindi possibile stabilire con accuratezza percorso e caratteristiche costruttive di questa cerchia muraria della città di Bologna, che l’hanno difesa per tutto l’alto medioevo e forse fino all’età comunale. Ribattezzata ‘Cerchia di Selenite’ dal materiale utilizzato, la cinta (o le mura erano alte, poiché mura è femminile plurale) era alta 7-8 metri, per 2 di spessore. Con una circonferenza di circa 2,5 chilometri, essa racchiudeva solo un terzo dell’antica città romana, vale a dire circa 19 ettari della sua parte orientale. Il perimetro seguiva grosso modo a nord le odierne Via Manzoni e Via del Monte, a est era parallelo al corso orientale del torrente Aposa (vale a dire seguendo orientativamente le odierne Vie Oberdan, Calzolerie, Drapperie, Marchesana e Goidanich), a sud l’attuale Via Farini, per proseguire, sul versante ovest, lungo le Vie Valdaposa, Venezian, Oleari e di Porta di Castello. Restarono quindi fuori dalla cerchia muraria i quartieri più poveri della città, siti a nord e a ovest che, disabitati e abbandonati, acquisirono l’appellativo di civitas antiqua rupta. E queste mura di selenite sono rimaste, per oltre cinque secoli, a far la guardia alla città di Bologna.

Poi la terza cerchia. All’inizio del XIII secolo il Comune di Bologna si è trovato alle prese con una grave carenza abitativa legata al massiccio inurbamento per le nascenti industrie manifatturiere e ai tanti studenti. Si profilava inoltre un nuovo periodo d’instabilità politica: ecco che è stata presa quindi la decisione di erigere una terza cerchia muraria, per espandersi e così inglobare i vari borghi che erano gemmati all’esterno delle mura del 1000. Questa nuova cinta è stata soprannominata ‘Cresta’ o ‘Circla’ (cerchia).

Prima di concludere, non possiamo non accennare ad un periodo più recente, quando, per una decina di mesi, le porte sono tornate ad assumere il vecchio ruolo di varchi di accesso al centro urbano di Bologna: ciò è avvenuto nel luglio del 1944, allorché il generale feldmaresciallo del Reich Alfred Kesselring ha dichiarato Bologna “città aperta”. La città, importantissimo nodo viario e ferroviario, a far data dal 16 luglio 1943, era stata infatti sottoposta a novantaquattro incursioni aeree degli Alleati, lamentando quasi 2.500 vittime e raggiungendo il triste primato di città più bombardata d’Italia. Per volere di Kesselring è nata dunque la ‘Sperrzone’, che disponeva l’uscita di tutte le truppe e degli uffici militari tedeschi dal perimetro segnato dai viali di circonvallazione. Alle porte, gli occhi implacabili della Feldgendarmerie sorvegliavano le lunghe file di sfollati che tornavano alle loro case e dei profughi che cercavano rifugio in città per l’avvicinarsi del fronte: e così è stato fino al 21 aprile 1945, quando Bologna è stata finalmente liberata dagli Alleati e… tutte le porte si sono riaperte.

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