In LAMBRETTA 125 tra l’Africa e l’Europa

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LA STORIA – Correva l’anno 1952, partimmo da Bologna sulle tracce di Garcia Lorca, dalla Spagna franchista fino a Casablanca. Il ritorno su un battello di clandestini

di Gian Luigi Zucchini

A Bologna, fino al 12 luglio, presso il Museo del Patrimonio Industriale (in via della Beverara 123)   è allestita una mostra su un motociclo divenuto un’icona della modernità, simbolo anche delle prime avventure turistiche, dal titolo Lambrette a Bologna, esemplari dell’iconico scooter Innocenti per celebrarne la storia e la passione: mezzo di locomozione di grande popolarità, uscito da quella grande fucina produttiva che fu la Milano del dopoguerra, motore dell’Italia e centro industriale di prim’ordine, insieme a Torino con la Fiat.

Contrafforti della Sierra Nevada

Con quel mezzo molti giovani tentavano avventurose imprese, viaggi ritenuti impossibili fino a pochi anni prima, mete ambite e desiderate che favorivano la trasformazione di sogni in realtà possibili.

Ed anch’io, poco più che ventenne, con un amico (purtroppo defunto ormai da molti anni) – tentai l’avventura: un viaggio lungo e insidioso, che prevedeva un  percorso, via terra, dell’intero periplo del Mediterraneo occidentale: Francia, Spagna, Gibilterra, Marocco, Algeria, Tunisia, Sicilia e Italia fino a Bologna.

Da qui in seguito, anche per lasciare spazio il più possibile alle fotografie, sono costretto ad elencare soltanto alcuni momenti del viaggio, che durò circa due mesi (da metà giugno a metà agosto), partendo da Bologna su una Lambretta 125 primissimo modello, stracarica di sacchi e fagotti, con la minore spesa possibile. Quindi: mangiare quando e come si poteva; dormire in sacchi a pelo, portare con noi il minimo essenziale. A quell’epoca (era il 1952), occorrevano molti documenti per passare le frontiere: per la Spagna, oltre al passaporto, erano necessarie credenziali rilasciate dalla polizia italiana e da un’autorità religiosa; per il Marocco, il passaporto e le seguenti vaccinazioni obbligatorie: vaiolo, febbre gialla, tetano, malaria, tubercolosi. Nel viaggio ci proponemmo di realizzare, tra l’altro, alcuni particolari obiettivi culturali: luoghi e conoscenze relativi alla figura del poeta Federico Garcia Lorca; particolari di scuole e metodi educativi; ambienti fuori da percorsi turistici, per capire anche il tipo di vita, di costume e di mentalità di popolazioni non europee.

Rocce rosse fra Cannes e St Raphael

Partimmo all’alba da Bologna, sotto un cielo oscuro. Raggiungemmo la costa ligure perseguitati dalla pioggia, e dormimmo al riparo di una piccola cappella funeraria in un cimitero di campagna. Passammo in Francia, poi, tra sole e pioggia, in Spagna. Qui, breve visita a Barcellona e, passando per Saragozza, arrivo a Madrid. Nella sosta di alcuni giorni in questa città incontrammo alcuni parenti e amici di Garcia Lorca (sorella del poeta, attrici della Barraca, il teatro viaggiante del poeta, ecc.), con grande cautela perchè, allora, era tacitamente vietato fare ricerche su di lui, considerato di sinistra, senza destare sospetti. Proseguendo il viaggio, si giunse a Granada e si visitò l’Alhambra, scoprendo che proprio lì, alla base del Sacromonte dove sorge la stupenda costruzione, c’era la Escuela del Ave Maria, prima sede di una scuola sperimentale fondata dal sacerdote Andrés Manjón, basata su una metodologia attiva, all’aria aperta e incentrata su un rapporto di comunicazione cristiana. Si giunse a Gibilterra in un pomeriggio di luglio, e passammo il confine ispano-inglese, osservando con grande curiosità folti gruppi di scimmie che saltellavano dovunque.

Gibilterra_frontiera anglo-spagnola, con bandiera inglese sullo sfondo

Passammo lo stretto su un traghetto di linea, ed arrivammo a notte fonda in Africa, dove pernottammo, dormendo in terra nei sacchi a pelo, in un deserto parcheggio presso la riva del mare. All’alba, mentre l’amico dormiva, io, curioso e sventato, volli fare un giretto nella vicina Tangeri, e mi persi nella Medina, correndo una brutta avventura e rischiando di essere rapito, derubato (e forse anche ucciso), salvato per fortuna da una pattuglia di polizia che sopraggiunse in tempo per riportarmi poi al punto di partenza, dove con l’amico infuriato ripartimmo velocemente per l’interno.

Passammo Rabat, la capitale, quando lungo una strada assai dissestata, si ruppe la Lambretta, saltando su una buca enorme a mala pena ricoperta da un po’ di sabbia. Difficile trovare un meccanico, anche perché quel tipo di motoretta era addirittura sconosciuta nelle zone meno abitate. Si ingegnò un giovanotto, che pasticciava un po’ tra i motori, ad aggiustare alla meglio il mezzo, mentre alcuni bambini e abitanti dei dintorni si erano affollati intorno allo scooter per vederlo da vicino. Scoprendo che eravamo italiani, fummo accolti amichevolmente con grande entusiasmo. Aggiustato alla meglio il veicolo, proseguimmo per Casablanca, dove sostammo diversi giorni presso i parenti dell’amico, approfittando della sosta anche per esplorare alcuni luoghi non proprio vicini, ed informandoci sul proseguimento del viaggio. Le informazioni non furono consolanti: le frontiere con l’Algeria erano chiuse a causa di una sanguinosa guerriglia tra gli algerini e i francesi che consideravano l’Algeria come provincia loro e non volevano lasciarla, come invece erano stati costretti a fare con Tunisia e Marocco.

In navigazione con il cuoco col mal di mare

Si decise, dopo aspro dibattito tra noi, di continuare il viaggio per mare, lungo la costa algerina, per sbarcare poi in Tunisia. Non essendoci mezzi pubblici, ci imbarcammo su un battello che navigava clandestinamente, con grande pericolo di essere intercettati dai francesi che pattugliavano il mare e le coste. Dormivamo nella stiva, unico spazio possibile, con diversi passeggeri, tutti africani clandestini, e un cuoco nerissimo che passava due volte al giorno per distribuire brodaglia e fette di pane scuro. In Tunisia arrivammo di notte, in una caletta deserta. Da lì, raggiungemmo a fatica La Gaulette – Porto di Tunisi, e partimmo subito per  Marsiglia con un’imbarcazione che trasportava anche soldati della Legione Straniera di ritorno in Francia. Poi, in treno, tornammo in Italia, poiché avevamo quasi finito il denaro, a causa dei molti imprevisti che avevamo dovuto  superare. Della nostra totale incoscienza ed impreparazione ci accorgemmo via via lungo il viaggio, tuttavia avevamo raccolto molto materiale interessante: notizie su Garcia Lorca (scoprendo anche particolari inediti sulla sua morte, prima della quale il poeta pianse disperato, cadendo poi nella fossa), e di artisti suoi amici, tra cui Salvador Dalì; inoltre aspetti di vita e di storia interessanti, specialmente per averli appresi non da letture ma vissuti di persona, momento per  momento, viaggiando su una modesta Lambretta primissimo modello, che con mia sorpresa aveva suscitato curiosità e interessi ovunque.     

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