Pompeo Gandolfi, buratinèr a la Cà di Frȃb

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Le tradizioni popolari della pianura bolognese tra fede, storia e dialetto

di Gian Paolo Borghi

(articolo pubblicato nel numero uscito nella primavera 2019)

Pompeo Gandolfi (1896-1971), per i suoi compaesani, è stato tra i più noti burattinai della pianura tra Bologna e Ferrara per almeno un quarantennio. Nato a San Pietro in Casale, Pompeo ben presto è condotto a Bologna, dove la famiglia paterna gestisce una nota carrozzeria. Inizia a lavorare in quella ditta, ma la passione per l’attività di burattinaio, dopo qualche anno, lo porta agli spettacoli con le teste di legno. Frequenta per qualche tempo una scuola di recitazione, ma per vivere deve continuare a fare il fabbro. Il suo spirito libertario lo indirizza all’attività politica e specificamente al movimento anarchico, per il quale subisce anche l’amara esperienza del carcere.

Tra la fine degli anni ’10 e la prima metà degli anni ’20 del secolo scorso, è già presente tra gli artisti del teatro dei burattini e si esibisce a Bologna coadiuvando spesso Giuseppe Jani, capostipite di una nota “dinastia” di burattinai petroniani. Con il suo teatrino (a Bologna viene chiamato “casotto”) opera soprattutto in Piazza Trento e Trieste, sotto il Voltone del Palazzo del Podestà e nei pressi del Seminario Arcivescovile. Nella seconda metà degli anni ’20 si trasferisce a Cà de’ Fabbri di Minerbio dove si costruisce i burattini e tutti i materiali di scena che gli occorrono e inizia le sue scorribande nella “bassa”. Da allora la sua notorietà cresce in misura rilevante, soprattutto grazie alla sua magistrale interpretazione di Sganapino. Agisce da solo o con un aiutante impegnato esclusivamente nel maneggio dei burattini. Lontano dalla tradizione bolognese urbana, che privilegia ampiamente l’uso del copione da seguire rigidamente negli spettacoli, Pompeo si esibisce invece a “canovaccio”, improvvisando e facendo quindi di ogni suo spettacolo un “unicum”, diverso cioè da quello precedente e, con ogni probabilità, diverso anche da quello successivo.

Ricorda l’attore e scrittore Luciano Manini, suo biografo (sulla rivista “Il Cantastorie”, ai numeri 25 e 27-28 del 1987), che fu anche suo “aiutante muto”: «A Cà de’ Fabbri incrementò la propria attività di burattinaio, che, essendo come tale ‘eccezionale’, non aveva problemi. Gli bastava andare per una volta su una piazza ed il gioco era fatto. Quando tornava aveva un folto pubblico. Per questa attività si procurò due ruote usate di bicicletta, vi costruì sopra un telaio da lui stesso ideato, ed ecco pronto un tandem, robusto, dotato di tutto punto, con quattro pedali, due manubri due selle e tutto il resto, compreso l’attacco per il ‘cariolo’ (piccolo rimorchio) sul quale trasportava ‘casotto’, scatolone dei burattini e qualche effetto personale. Con questo tandem, Pompeo, assieme al figlio Armando o all’amico Giuseppe Fini, ha macinato chilometri sotto il sole o la pioggia, stando lontano da casa (quando se lo poteva permettere) anche un paio di settimane, battendo principalmente i comuni della zona nord delle province di Bologna e di Modena».
Pompeo costruisce da sé i burattini e la moglie Maria lo coadiuva nell’opera di vestizione. Il suo estro lo porta a ideare anche una nuovo burattino: Patȃca (Patacca), ciarliero e balbuziente, con un lungo naso e un tetro vestito nero.

Luciano Manini ravviva i ricordi dei suoi successi nel secondo dopoguerra: «Vale la pena ricordare gli spettacoli da lui fatti nei primi mesi della liberazione nel palazzo della Villa Smeraldi (…) a San Marino di Bentivoglio. Ad ogni spettacolo la sala era stipata e c’era gente che non trovando posto tornava indietro. Il casotto, nell’angolo di fronte alla porta, tutta la sala a disposizione, ma la gente era tanta, in piedi, si accalcava perfino nell’atrio (… ). La guerra era finita, molti piangevano cari che non sarebbero più tornati, altri che speravano ancora. Il fascismo non c’era più e Pompeo poteva dare sfogo a ciò che per troppi anni aveva espresso dentro di sé, interpretando quello spirito di liberazione (anche interiore) che era in tutti».
Anche se non dialogato, ma soltanto abbozzato, dai suoi appunti vergati su foglietti o su quaderni scolastici si rileva che si avvale del repertorio della tradizione bolognese privilegiando tuttavia Sganapino, e non Fagiolino, come protagonista. Questi sono alcuni titoli delle sue rappresentazioni: Sganapino servo di Gambara, I naufraghi della Terra del Fuoco, I facchini di Bologna, La fondazione della Torre Asinelli, Tentata fuga di Re Enzo, Stefano Pelloni detto il Passatore, Sganapino nel mondo della cuccagna. Pur non in possesso di un testo strutturato, attraverso sue annotazioni, siamo comunque in grado di conoscere i personaggi, gli scenari e il fabbisogno necessario a quest’ultima commedia, in tre atti: Carlo, Roberto (giovani scapestrati), Brighella (loro servo), Sganapino, Faggiolino (ciabattini), Rosina, Marta (fidanzate), Berta (vecchia serva), Tonino (usuraio), Balanzoni (notaio). Le scene e il fabbisogno: Piazza, Giardino, Principale Cuccagna, Sala, boccale, letto, bastone.

Ora i materiali di Pompeo Gandolfi sono esposti al Centro di Documentazione del Mondo Agricolo Ferrarese di San Bartolomeo in Bosco (Ferrara) per espressa volontà della figlia Mirka e su consiglio di Luciano Manini. I visitatori potranno ammirare la sua muta di burattini, i canovacci, l’attrezzeria, i permessi alle autorità per gli spettacoli e il suo ritratto. Manca però Sganapino: Pompeo diede, infatti, disposizione che il suo “amico” di una vita riposasse con lui…

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