Par Nadèl, tótt i gâl al sô pulèr

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Le tradizioni popolari della pianura bolognese tra fede, storia e dialetto

Di Gian Paolo Borghi

(pubblicato nel numero uscito nell’autunno del 2015)

Almeno fino agli anni ’30 del ’900, nel mondo agrario tradizionale, il Natale era permeato di forti sentimenti di religiosità popolare e, al tempo stesso, caratterizzato da pratiche magico-rituali. Nelle rigide lande della pianura, l’intensità e l’emozione dell’atmosfera natalizia erano stimolate dalla novena mattutina. Ricordò una memorialista centese, Anita Alberghini Gallerani: “La novena iniziava alle cinque del mattino. Gli abitanti degli estremi confini partivano per primi e al loro passaggio si univano altri, e altri ancora, fino a formare un’unica marea di gente in cammino, che spesso la chiesa non riusciva a contenere. Era bello e suggestivo andare di notte in quel mondo così silenzioso e calmo, dove le voci risuonavano nitide e lontane”.

Si giungeva così alla vigilia di Natale. In campagna, allora, pochi allestivano il presepe o addobbavano l’albero. In molte case, si faceva ardere un grosso ceppo (al zòch) fino a Natale; in altre, il fuoco era mantenuto vivo fino all’Epifania, dodicesimo di quei giorni “magici” intercorrenti dalla vigilia di Natale. Era tradizione battere il ceppo acceso con le mollette (al mujàtt) del focolare: dalla varietà delle scintille che si sprigionavano si traevano le previsioni per i futuri raccolti (secondo altri, tale pronostico valeva per il pollame). Oltre quello del fuoco, vigevano altri riti purificatori: si cambiava la biancheria e si faceva il bagno; a causa del freddo nelle case, con l’acqua scaldata in un pentolone (al parôl), sul “fuoco”, ci si doveva spesso lavare in una tinozza (al mastlòń) nella stalla.  Al pranzo della vigilia, spartano, faceva da contraltare la cena, alla quale si partecipava vestiti a festa e si recitava il Rosario in onore dei morti che, si diceva, quella notte avrebbero potuto ritornare dove un tempo avevano abitato. La cena iniziava dopo il Segno della Croce. Le norme tradizionali imponevano il maggior numero di vivande sulla tavola, dove non dovevamo mancare il pane, l’olio, una candela e il lievito (al livadûr). Gli avanzi di queste ultime derrate sarebbero serviti a specifiche funzioni: il pane era somministrato agli infermi (qualche briciola era pure destinata ai pulcini neonati), l’olio si usava per lenire le ferite o per frizionare il ventre in caso di malattie “da vermi” (i bigât), la candela si accendeva durante i temporali oppure in particolari necessità. Quella era sera di rigida vigilia, con il divieto non soltanto di carni e grassi, ma anche di uova e latte. In genere, si preparavano gli spaghetti con le sardine o con il tonno e, come secondo, l’anguilla marinata (i sturtéń). Predominavano, tra i dolci, le raviole (al raviôl) e il “panone” (al panòn) di Natale. I bambini mettevano le letterine sotto il piatto dei genitori e, dopo cena, recitavano i “Sermoni” (i Sarmóń), poesie dialettali a tema natalizio, ripetuti in chiesa il pomeriggio del giorno di Natale o di Santo Stefano. La tavola non doveva essere sparecchiata, perché si riteneva che gli avanzi sarebbero stati benedetti dalla nascita di Gesù Bambino (o sarebbero serviti a ristorare i defunti in visita, secondo altri). In quella intensa notte di Natale si trasmettevano segretamente le formule magiche da recitarsi durante le “segnature” (per guarire dai vermi, dalle slogature, dal “fuoco di Sant’Antonio”, dalle bruciature ecc.). Si praticava, inoltre, il gioco della “ventura” (la vintûra): il capofamiglia inseriva una monetina in una delle caldarroste (arôsti) preparate da l’arzdòura (la reggitrice), servite in ordine di anzianità ai commensali. A chi l’avesse trovata, sarebbe successa una cosa “straordinaria”, non necessariamente positiva. Se non voleva correre rischi, poteva offrirla a Gesù Bambino alla Messa natalizia. Il gioco poteva anche prevedere due “sorprese”: una monetina e un minuscolo ramoscello. La prima era di chi l’aveva avuta in sorte (magari con la stessa aleatorietà appena ricordata), la seconda riservava un dono alimentare. Il giorno di Natale era l’apoteosi della festa, con Messe solenni e graditi momenti comunitari. A una tavola apparecchiata il meglio possibile si mangiavano i tortellini e la gallina arrosto, in un tripudio di feste familiari. Vigeva pure la tradizione del rinnovare “qualcosa” (spianèr quèl), anche soltanto un semplice fazzoletto da naso; la pratica (da altri applicata la vigilia di Natale) avrebbe prevenuto “una qualche malattia”. Chi poteva, “spianava” il nuovo abito invernale, con cui andare alla Messa le successive domeniche. Natale prevedeva rigorosamente lo stare in famiglia, come attestava il proverbio Par Nadèl, ogni gâl al sô pulèr (Per Natale, ogni gallo (persona) al suo pollaio (a casa propria).

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