Otto alpini austriaci nella terra di nessuno

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Monte Sole – Appennino Bolognese – Inverno 1945

Il racconto tratto dall’episodio numero 79 di Di Guerre e di Genti – 100 racconti della Linea Gotica

di di Massimo Turchi e Luca Morini

Faceva freddo, quel pomeriggio di febbraio 1945, aveva pure nevicato, quando al plotone di cui faceva parte Walter Brass venne chiesto di andare in pattuglia nella “terra di nessuno”. Il loro compito consisteva nella ricerca di informazioni sulle attività del nemico, un’azione di routine.
Otto alpini austriaci, appartenenti alla 157a divisione da montagna, lasciarono le case dei contadini poco sopra Vado e si inoltrarono nel territorio franco tra i due schieramenti. Erano le cinque del pomeriggio e ci si vedeva ancora. Avevano indossato le giacche mimetiche bianche per confondersi con la neve, ma ben presto si accorsero dello sbaglio: la coltre nevosa in realtà non era così spessa e uniforme come pensavano, infatti ricopriva il terreno solo a macchie. Poco più tardi si ritrovavano in un grande spazio aperto, quando gli osservatori dell’artiglieria nemica li avvistarono e iniziarono a cannoneggiare a tappeto. Gli alpini non se l’aspettavano, sorpresi dalle granate che cadevano come gocce d’acqua, cercarono un riparo, ma inutilmente. Nel bel mezzo delle cannonate, Brass era rimasto in piedi, indeciso da che parte girarsi per trovare un ricovero sicuro, quando un caro amico, pur se ferito da alcune schegge, lo spinse con forza dentro la buca profonda di una cannonata.

“Maledetti yankee” urlò all’amico, poi lo ringraziò. I proiettili continuavano a cadere vicino, molto vicino, con rumore assordante. La terra tremava e sussultava violentemente a ogni colpo e la paura di morire era tanta, i nervi erano tesi nello sforzo di resistere. Brass si sentiva nudo, completamente esposto al caso, nell’impossibilità di fare qualcosa. Doveva aspettare, solo aspettare, ma era davvero difficile. Il tempo passava lento e le cannonate continuavano a martellare il terreno sconvolgendolo. Sussultava Brass e non solo per la paura, soprattutto per la potente vibrazione che scuoteva la terra, come se questa fosse sempre pronta a inghiottirlo. Tutto era messo in discussione, il boato fragoroso dello scoppio dei proiettili impediva di ragionare, di comporre un qualsiasi pensiero, solo paura. E le granate continuavano a cadere, implacabili.
Appiattiti a terra, a bocca aperta, mangiando la stessa terra sconvolta dalle bombe, con le mani a coprire le orecchie, gli alpini rimanevano lì, immobili, senza poter pregare, senza poter far nulla, sperando, quando riuscivano, di non essere colpiti e che tutto finisse presto.

Inizia così il 79° racconto “Nella terra di nessuno”, del libro “Di guerra e di genti” promosso dall’Associazione Linea Gotica – Officina della memoria, racconto che vede come protagonista l’alpino austriaco Walter Brass. Quando Luca Morini lo conobbe, tra i due nacque subito una profonda amicizia e negli scambi epistolari Brass raccontò, meglio confessò, di quella pattuglia maledetta, durante la quale perse tutti i suoi compagni.

L’inverno del ’44 sulla Linea Gotica  – Combat Photo

La 157a divisione da montagna tedesca di cui Brass fece parte, il tardo autunno 1944 a presidiare il confine italo-francese, fin quando, nel dicembre 1944 venne spostata sul fronte a sud di Bologna e schierata nel tratto da Monte Sole a Monte Adone. Alla fine di febbraio 1945, infine, la divisione venne rinominata come 8a divisione da montagna.


Brass fu fatto prigioniero dai sudafricani su Monte Sole il 17 aprile 1945 e trascorse la prigionia a scaricare le navi nel porto di Napoli, quindi tornò a casa a Sankt Lorenzen im Mürztal, comune austriaco della regione Stiria. Dopo essersi sposato, nel 1950 intraprese la carriera politica nel partito Socialdemocratico, tanto che nel 1965 venne eletto Borgomastro del comune, carica che ricoprì per ben venticinque anni. Negli anni ’70 venne a conoscenza del massacro accaduto a Monte Sole, luogo dove aveva combattuto, e da quel momento si impegnò a divulgarne la storia, scrivendo a tutti i presidenti austriaci che nel tempo si sono avvicendati nella carica, ma incontrò sempre molta tiepidezza, se non indifferenza. Riguardo alla strage dichiarò: “Sono molto addolorato e mi dispiace che qui abbia avuto luogo questo terribile eccidio [Monte Sole] dove sono morti bambini innocenti. Mi scuso per la mia generazione che ha commesso questo misfatto e sono profondamente sconvolto per quello che è successo”.

Negli anni ’90 decise di tornare in Italia e durante una delle celebrazioni a Marzabotto, ebbe modo di incontrare il soldato sudafricano che lo aveva fatto prigioniero: i due divennero amici. Raccontò a Luca Morini, ricordando il giorno in cui venne fatto prigioniero, quando vide i soldati sudafricani: “Avrei potuto sorprenderli d’infilata con la mia mitragliatrice quando passarono in fila indiana, ma non me la sono sentita di sparargli alle spalle”. Dopodiché Brass uscì dal bunker con le mani in alto, stringendo un fazzoletto bianco.

Brass e Morini a Monte Sole

L’orrore provato quella notte del febbraio 1945 lo accompagnò per il resto della vita. Brass muore nel 2016. Ora regnava solo il silenzio: le orecchie di Brass fischiavano e gli facevano male. Solo dopo molto tempo si riebbe e iniziò a muovere mani, braccia e gambe. Si sentiva malconcio, come se uno schiacciasassi gli fosse passato sopra, ma soprattutto si sentiva perso in quella calma silente e irreale; era però intero e, soprattutto, era vivo! Quando si girò vide il compagno morto sul bordo della buca: era deceduto nella notte per le ferite mortali; gli aveva salvato la vita, poi era morto.

Brass si alzò in piedi reggendosi a malapena sulle gambe. La luna, ancorché calante, rischiarava il cielo. Guardandosi attorno non riconosceva più il luogo, i crateri avevano sconvolto completamente il paesaggio. Accavallate le une sulle altre, le buche creavano forme circolari bizzarre e irreali. Quando riacquistò piena padronanza di se stesso, cercò gli altri compagni, urlò i loro nomi, ma nessuno rispose. Allora si mosse in quel terreno sconvolto e li vide: i brandelli dei loro corpi erano sparsi qua e là, un orrore indescrivibile, inimmaginabile. Brass ebbe paura, una paura tremenda e angosciante. Fuggì correndo a perdifiato. Non ebbe neanche il coraggio di prendere le piastrine dei suoi compagni.

 

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