IL SANTO

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Di Claudio Evangelisti

Don Fornasini

Don Giovanni Fornasini sarà beato, martire della Seconda Guerra mondiale. Sacerdote diocesano, nasce il 23 febbraio 1915 a Pianaccio di Lizzano in Belvedere, in provincia di Bologna. La sua storia è quella di un Parroco generoso oltre ogni misura, un prete delle nostre vallate di montagna al quale Papa Francesco ha riconosciuto il martirio, avvenuto il 13 ottobre 1944, quando fu brutalmente ucciso a soli 29 anni a San Martino di Caprara, nel contesto delle stragi da poco perpetrate sulle pendici di Monte Sole. Ancora oggi viene ricordato come l’angelo di Marzabotto, perché nascose molto persone in pericolo di vita nella sua canonica. La vicenda di don Giovanni Fornasini ha ispirato anche il film ‘L’uomo che verrà’ di Giorgio Diritti.
A raccontare quei tragici giorni era stata nel 2006 la nipote Caterina Fornasini nella deposizione al processo che si era tenuto a La Spezia per la strage compiuta dai nazisti in ritirata tra settembre e ottobre del 1944. Caterina (classe 1938) è anche una cara amica di mia mamma, sono coetanee e hanno condiviso oltre 30 anni di lavoro al Ministero delle Telecomunicazioni di Bologna. La chiamo al cellulare per chiederle alcuni particolari, che magari possono esserle sfuggiti durante le numerosissime interviste concesse alle varie testate giornalistiche e media televisivi. Caterina mi racconta del grande carisma suscitato dalla figura alta e ascetica dello zio, fratello di suo padre. “Don Giovanni mi voleva un gran bene – mi confessa – ma io, purtroppo, da bambina non riuscivo a ricambiare questo suo sentimento, perché mi incuteva soggezione. Avrei anch’io voluto ringraziarlo ed abbracciarlo per i regalini che mi portava sempre ritornando da Bologna, ma restavo rigida come un baccalà”.

Nel 1942 la famiglia Fornasini risiedeva a Porretta e il papà di Caterina venne richiamato sotto le armi a Porto Empedocle. Così, insieme alla sua famiglia rimasta di solo donne, accolsero molto volentieri la proposta di trasferirsi nella canonica della chiesa di Sperticano dove lo zio Giovanni venne ordinato parroco il 21 agosto 1942. Da Porretta a Marzabotto lungo la ferrovia, un viaggio breve che a Caterina deve essere sembrato lunghissimo, che all’epoca aveva quattro anni e non era mai stata in treno. “Quando arrivammo in stazione ci venne a prendere il fattore con un calesse, mi sembrava di essere una principessa”.
Dopo l’armistizio proclamato da Badoglio l’8 settembre 1943 la situazione precipitò. Iniziò la guerra civile di resistenza e di conseguenza occorreva aiutare e nascondere i renitenti alla leva. Nel comprensorio di Monte Sole si era insidiata la temibile brigata della Stella Rossa, costituita principalmente da partigiani originari dei comuni limitrofi. “Mio zio non aveva paura di nessuno – ricorda – e spesso andava dai tedeschi per chiedere che non infierissero sulla popolazione civile. Se c’erano condannati a morte, chiedeva di lasciarli andare e si offriva lui al loro posto; e spesso quei soldati, colpiti nella coscienza, non eseguivano le condanne”.
A fine settembre del 1944 nell’area di Monte Sole, la Wermacht cedette il posto alle SS. Si stava preparando il grande olocausto conosciuto come la Strage di Marzabotto, il più vile eccidio di popolo. A don Giovanni, il 29 mattina ammazzano l’amico e compagno di seminario don Ubaldo Marchioni; il 1° ottobre, dopo due giorni di reclusione, vengono uccisi don Elia Comini e padre Martino Capelli (dei quali egli aveva cercato invano di mediare la liberazione, venendo trattenuto egli stesso, quindi deferito a Bologna, e infine rientrato troppo tardi per tentare un’ultima mossa).

All’inizio dell’ottobre 1944, nonostante il divieto dei nazisti, subito dopo la serie di massacri in cui morirono 770 civili, aveva dato sepoltura ai morti di Casaglia e di Caprara. “Noi non sapevamo esattamente cosa fosse successo là, ma tante voci dicevano che c’era stato qualcosa di terribile. E lo zio tante volte aveva chiesto ai tedeschi di andare in quei luoghi, per assistere i feriti e seppellire i morti, ma non gli era stato permesso. Quando vi riuscì e ricomparve, il suo viso era trasfigurato, come se non avesse dormito; ci chiese di preparargli il libro della liturgia, i paramenti e l’aspersorio per le benedizioni”.
Le cose però cominciarono a peggiorare ulteriormente quando, l’8 ottobre 1944, in canonica irruppero i tedeschi e insediarono lì il comando delle SS. “Io con mia madre e la nonna eravamo sue ospiti in quella canonica, come altri sfollati; i tedeschi vollero che le camere fossero lasciate a loro e ci dovemmo trasferire nel salone al piano terra. Quando don Giovanni tornò e vide quello che era successo, si arrabbiò molto, ma poi sembrava che tutto fosse tornato tranquillo. Il 12 sera però – continua Caterina – i tedeschi vollero organizzare una festa, e volevano che partecipassero anche alcune nostre ragazze. Solo due accettarono, e don Giovanni volle accompagnarle per essere sicuro che non succedesse loro niente di male. La festa era in un edificio vicino alla canonica, lo zio andò e a mezzanotte le riportò”.

Quando torno mi vedrete

Anton Galler, capitano SS,presunto assassino di Don Fornasini

“Il 13 mattina il capitano delle SS disse alla nonna di svegliare il Pastore, come lui chiamava lo zio, perché voleva incontrarlo a Monte Sole”. Al suo risveglio, don Giovanni non pare più lo stesso. È atteso sulle alture. Sa già tutto, forse: ma tace. “La nonna implorò lo zio di non andare, ma lui disse che doveva recarsi a San Martino per seppellire i morti e partì da solo”. Mia mamma molto preoccupata gli disse “Giovanni quando torni?” E lui: “Quando torno mi vedrete”. Lungo la strada incontrò un’altra donna che gli disse che rischiava, perché era disarmato, ma l’indomito Parroco mostrò la corona del Rosario e rispose: “Questa è la mia arma”
“La sera, quando arrivarono a cena i comandanti tedeschi, chiedemmo loro dove era il “pastore” – ricorda la nipote – e loro urlarono: ‘Pastore kaputt!’. A questa frase, la nonna rimase impietrita, e solo dopo parecchio si mise a piangere; ma da quel momento non l’ho mai più vista sorridere”.
Anche il ritrovamento del corpo di don Fornasini fu una vicenda lunga e dolorosa. “Nessuno ne sapeva niente, neanche l’arcivescovo di Bologna il cardinale Giovanni Battista Nasalli Rocca – spiega Caterina – Fu mio padre ad andare a cercarlo appena poté: il 22 aprile 1945, giorno dopo la liberazione di Bologna”. Lo trovò riverso su un mucchio di cadaveri, dietro il cimitero di San Martino di Caprara, la testa staccata dal corpo, delle sue cose erano rimasti solo gli occhiali e l’aspersorio. Caterina mi racconta anche del particolare inedito che ne permise l’indubbio riconoscimento: la catenina regalatagli proprio dal fratello il giorno in cui fu ordinato sacerdote. Lo portò a Sperticano e fu seppellito nel cimitero del paese, poi il 13 ottobre, primo anniversario della morte, fu traslato nella chiesa, dove tuttora riposa. Nessuno sa esattamente chi abbia ucciso don Fornasini, ma la ricognizione del corpo fatta nel 2011 accertò che la sua fu una morte lenta e dolorosa, probabilmente procurata con le bastonate. Una violenza che testimonia un terribile odio verso quel prete “angelo”. Alcuni ricercatori di storia locale come Stefano Muratori, ipotizzano che l’autore della sua uccisione sia da imputare al capitano Anton Galler, comandante del II° Battaglione del 35° Reggimento della 16^ Divisione SS, che nell’ottobre 1944 aveva alloggiato il proprio comando presso la canonica di Sperticano. La motivazione potrebbe essere quella di eseguire l’ordine di eliminare un pericoloso testimone.

Il Prefetto Fantozzi convocò una riunione il 10 ottobre con i comandi tedeschi (ed i servizi segreti tedeschi e italiani). In quella riunione probabilmente si decisero le azioni per nascondere i fatti. L’11 ottobre fu data la smentita ufficiale sul Resto del Carlino. Il 13 ottobre fu ucciso don Giovanni Fornasini. L’Anpi ricorda che il giovane sacerdote, medaglia d’oro al valore militare alla memoria, fu vicino ai partigiani della Brigata Stella Rossa. Ma Caterina non vuole che suo zio sia definito “prete partigiano”. “Non era assolutamente un partigiano – sottolinea – ma un sacerdote che aiutava tutti, che si è speso per chiunque avesse bisogno, senza guardare a condizione o parte politica. Un angelo, appunto, che per questo fu ucciso”. La bicicletta usata da don Giovanni per salire e scendere le pendici di Monte Sole è conservata come reliquia nella nuova chiesa di Castenaso. Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione dei Decreti che porteranno agli altari il sacerdote emiliano, ucciso in odio alla fede nel 1944 .

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