Nove secoli senza Matilde di Canossa

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Il 24 luglio 1115 moriva a Bondeno di Roncore la cosiddetta marchionissa ac ducatrix, certamente una delle donne più importanti della storia italiana ed europea. Ripercorriamo le tracce del suo passaggio nel bolognese

di Michelangelo Abatantuono

(articolo pubblicato nel numero uscito nell’inverno 2016)

Il 24 luglio 1115, esattamente 900 anni fa, moriva a Bondeno di Roncore, presso Gonzaga, Matilde di Canossa, donna di eccezionale personalità che condizionò la politica italiana ed europea tra XI e XII secolo. Ed anche dopo la sua morte per decenni aspre furono le contese per impadronirsi dell’ingente eredità.

Matilde era nata nel 1046 forse a Mantova da Beatrice (consanguinea dell’imperatore Corrado II) e da Bonifacio, signore di Canossa e marchese di Toscana, esponente di un’importante stirpe signorile che aveva fatto del controllo dei passi appenninici tra Emilia e Toscana il fulcro del suo potere.

Nel maggio 1052 Bonifacio fu assassinato durante una battuta di caccia e poco dopo Beatrice si risposò con Goffredo il Barbuto, duca della Bassa Lotaringia, vedovo pure lui e padre di Goffredo il Gobbo, destinato fin da allora – per calcolo politico – a divenire sposo della sorellastra Matilde; le nozze dei due rampolli si celebrarono prima del 1069, anno in cui il Barbuto passò a miglior vita.

Seguirono anni duri per Matilde: costretta a vivere in un ambiente ostile lontano dall’Italia e dai castelli di famiglia, diede alla luce una figlia, Beatrice, che morì poco dopo il parto nel gennaio 1071. Per la donna fu un evento particolarmente traumatico, che ne segnò l’intera vita e minò le possibilità di prosecuzione della sua stirpe. Matilde non ebbe modo di avere altri figli, forse per le conseguenze del primo parto o per le maniere non propriamente cavalleresche usate dal Gobbo. Non appena le fu possibile, fuggì e si ritirò presso la madre, insieme alla quale è ricordata a Mantova nel 1072. È da questo periodo che ebbe inizio la vita pubblica della giovane donna, nel turbolento periodo della lotta per le investiture, che vedeva contrapposti il pontefice Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV.

Nel febbraio 1076 Goffredo il Gobbo fu assassinato a Verdun, ormai lontano da Matilde, che da tempo si era apertamente schierata dalla parte del papa: non mancarono le malelingue di chi accusò la donna di aver armato la mano del sicario del marito e di intrattenersi in rapporti amorosi col pontefice.

La lotta per le investiture si acuì e l’imperatore venne scomunicato: un atto che sconvolse il mondo cristiano e che causò gravi impedimenti al sovrano: la perdita dei poteri feudali e dell’obbedienza dei suoi vassalli. Ad aprile Beatrice morì a Pisa, dove venne sepolta. Matilde, trentenne, si trovò sola con il peso del governo di un vastissimo territorio, a dover decidere se tenere la parte di Enrico IV, al quale era legata da vincoli di parentela, o seguire la strada della Chiesa riformatrice e Gregorio VII, a cui la univano comunanza di ideali e sincero affetto.

Nell’agosto 1077 Matilde, definita marchionissa ac ducatrix, donò alla chiesa di Pisa, dove riposava la madre, la corte di Scanello (Loiano) e la metà di altre sei corti, comprese nel territorio delle pievi di San Pietro di Barbarolo, Santa Maria di Zena, Santa Maria di Gesso (nell’imolese) e di Bordignano nel fiorentino. Tra Idice, Savena, Zena e Santerno Matilde doveva possedere ampi beni, peraltro già attestati al tempo del padre Bonifacio, quando nel 1034 questi fu protagonista di un accordo con Maginfredo di Ubaldo, con ogni probabilità esponente di quella che sarebbe divenuta la potente stirpe degli Ubaldini. I beni oggetto della divisione spaziavano in territorio assai vasto, dal Santerno al Reno, e tra essi sono ricordati i castelli di Scanello e Monterenzio.

L’imprenditore Enrico IV supplica Ugo abate di Cluny e Matilde di Canossa di intercedere presso papa Gregoriio VII per ottenere la revoca della scomunica.

Qualche mese prima della donazione alla chiesa di Pisa, nel gennaio 1077, Matilde era stata protagonista nel Castello di Canossa di un evento passato alla storia: l’atto di sottomissione dell’imperatore Enrico IV, che per tre giorni in abiti da penitente attese il perdono papale ed insieme l’annullamento della scomunica e il reintegro nei suoi pieni poteri. Al di là delle effettive ripercussioni politiche, l’avvenimento ha assunto un alone epico: “andare a Canossa” è per antonomasia il comportamento di chi è costretto a ravvedersi, pentendosi e umiliandosi.

Fu forse in occasione dello storico incontro che Matilde promise di donare alla Chiesa il suo patrimonio, atto gravido di conseguenze nei secoli successivi per gli assetti politici di ampia parte della penisola.

Gli scontri tra papa e imperatore ripresero ancora più aspri e Matilde, che appoggiava militarmente il papato, fu colpita dal bando imperiale, per effetto del quale – almeno sulla carta –  si vide sottratta la marca di Toscana. Ma ad impensierirla maggiormente erano le nascenti autonomie comunali, che città dopo città, reclamavano diritti che fino ad allora spettavano ai rappresentanti del potere imperiale e alla nobiltà.

Ancora più pressanti dovevano però essere le preoccupazioni di assicurare una discendenza alla dinastia. Nel 1089, ascoltando i consigli del pontefice Urbano II, Matilde sposò il giovane Guelfo di Baviera, rampollo di una stirpe tra le più avverse all’imperatore. L’unione tuttavia non ebbe esito felice. Guelfo, passato alla storia come impotente, venne cacciato con ignominia da Matilde, a cui forse vanno addebitate le responsabilità della mancata prole, per le conseguenze del primo parto. Con salaci parole Cosma di Praga, cronista dell’XI secolo, racconta l’epilogo della vicenda: Matilde, spazientita dal marito che non riusciva ad ingravidarla, fece portare un tavolo in camera da letto, licenziò la servitù e vi salì nuda esponendosi al giovincello, sospettato di nascondere qualche maleficio nel letto o nelle vesti. Poi cominciò a dimenarsi. Ma a nulla valse tale coreografia… Allora la donna prese con una mano il membro del presunto impotente, sputò nell’altra e gli diede un sonoro ceffone, sbattendolo fuori.

Nel 1092 l’imperatore mosse contro Matilde e conquistò il modenese, spingendosi fino alle rocche dell’Appennino e ponendo sotto assedio il Castello di Monteveglio, che tuttavia non riuscì a conquistare.

Ormai tutto era perduto: quasi cinquantenne, Matilde non poteva più assicurare un futuro alla sua stirpe. Salda paladina della parte papale, continuò l’attività giurisdizionale tra Lombardia, Emilia e Toscana, effettuando cospicue donazioni a istituzioni religiose piccole e grandi, come l’ospitale di San Michele della Corte del Reno. Questa struttura, che dava ospitalità gratuita ai pellegrini nei pressi di Bombiana (Gaggio Montano), ricevette nel 1098 ben 48 iugeri di terra dalla contessa, che già aveva donato il suolo su cui era costruito. 

Alla morte della donna si accese feroce la lotta per l’eredità, un patrimonio immenso fatto feudi e  terreni privati: l’imperatore Enrico V, al quale Matilde si era riavvicinata negli ultimi anni di vita, vantava vincoli di parentela, il papato era forte della donazione che Matilde aveva rinnovato nel 1102. La questione si trascinò per più di un secolo. Dal 1216 Onorio III cominciò – finalmente con l’avallo dell’imperatore – a concedere terre che furono del patrimonio di Matilde. Alcuni esempi: a Salinguerra Torelli di Ferrara una serie di località tra cui Medicina e Argelato, ad Azzo del Frignano beni tra il Reno e il modenese, al conte Alberto di Mangona diverse terre nelle valli delle Limentre, che erano pervenute agli Alberti dai conti Cadolingi vassalli di Matilde.

Anche nella città di Bologna si trovavano vassalli della contessa: i De Ermengarda (che poi assunsero il nome Torelli) risiedevano nella rocca imperiale, quella che nel 1115, alla morte di Matilde, i bolognesi distrussero, salvo ottenere il perdono da Enrico V l’anno successivo con un diploma nel quale tradizionalmente si vuole riconoscere la prima attestazione del comune cittadino. Nel 2016 saranno trascorsi esattamente 900 anni, ma di questo converrà parlare l’anno prossimo…

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