MOLINO PARISIO La storia del mulino mutilato

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Già nel ‘400 esisteva un molino detto di De Beldeporto di proprietà della famiglia Lambertini. Nel ‘600 venne acquisto dalla famiglia di mugnai Marchi-Parisi da cui è derivato il nome Parisio. Chiuse definitivamente nel 1983. La ciminiera, costruita a fine Ottocento, non ha resistito al sisma del 2012

Erica Landucci
(articolo pubblicato sul numero uscito nell’estate 2019)

L’edificio dell’ex Molino Parisio è situato in una zona molto vivace della Bologna “fuori le mura”, su via Toscana angolo via Parisio. Il mulino è stato un simbolo del patrimonio industriale di Bologna e ha intrecciato la propria storia a quella della nostra bella città. Per l’attività molitoria ha utilizzato per alcuni secoli l’acqua del Canale di Savena del XII secolo. Le problematiche per il canale sono state ripetitive nei secoli. La consultazione dei bandi emessi per la sua salvaguardia, nonché dei documenti sulle “liti” fra gli “usuari” (chi utilizzava le acque di un canale) è stata utile per ricostruire la storia del Molino Parisio. I contenziosi sono tuttora argomento attuale.

La ricerca ha messo in luce un’intensa attività dalla prima metà del Trecento di compra-vendita e affitto di terreni, immobili e mulini in molte zone di Bologna e provincia e in territori ferraresi da parte dell’antica famiglia Lambertini, che darà i natali a Prospero Lorenzo Lambertini (1675-1758), arcivescovo di Bologna dal 1731 e papa della Chiesa cattolica dal 1740 (Benedetto XIV). Il casato nella prima metà del Quattrocento acquistò terreni con alberi e viti «in loco detto Bello de porto in S. Julianj», vale a dire nella parrocchia di San Giuliano (attuale zona Chiesanuova). Nei registri “Dazi delle moliture” (1410-1448), dove venivano annotate le persone che andavano a macinare il grano con le relative quantità, era elencato il «Molino detto De Beldeporto». A questo punto si pone la necessità di capire dove esattamente fosse ubicato e se avesse a che fare con il Molino Parisio. La prima notizia documentata, secondo la quale il Molino De Beldeporto («Belporti ad Molendino») era di proprietà dei Lambertini, risale al 12 giugno 1417. Il possedimento comprensivo del mulino era di grande dimensione tanto da venire suddiviso il 27 maggio 1485 tra due fratelli, membri della illustre famiglia, in un terreno «arato e arborato» in «Sancti Stefani per quam itur Florentium» (l’attuale via Toscana) col «Molino da Belporto … da frumento, con due macine di pietra, un forno, il tetto in coppi e balcone, che prende acqua da un canale» e in un’attigua porzione di terreni.

Quei documenti ci informano dunque che il Molino De Beldeporto, sull’attuale via Toscana, è proprio il nostro mulino la cui denominazione «Beldiporto» (probabilmente bel sito, bella località) in passato riferita a tutto il luogo, in seguito fu riservata al mulino. Tale mulino esistente già agli inizi del Quattrocento ha un legame col Molino Parisio?

Il 12 settembre 1608 i Lambertini stipularono con gli Zani, appartenenti a una nobile famiglia bolognese con la quale avevano legami di parentela, vari beni in blocco fra cui «un Molendinum … in dicto loco Beldiporto». Dopo pochi mesi il giovane Giovanni Zani affittò il Molino Beldiporto a Paride Marchi-Parisi, una vera e propria “casata” di mugnai. Grosso modo da quella data di inizio gestione Marchi-Parisi del mulino, i documenti riporteranno quasi esclusivamente il nome «Molino dè o di Parisi».

In sintesi, nei secoli la denominazione Molino Beldiporto era stata “dimenticata”, divenendo col tempo Molino Parisio. La ricerca alle fonti primarie ha gettato luce svelando tanti dubbi: si diceva che si trattasse di un mulino del Seicento, invece esisteva almeno fin dal 1417; inoltre è stato possibile chiarire il nome Parisio relativo non a proprietari, ma ad affittuari, a una “casata” di mugnai divenuta importante nel territorio.

All’inizio della seconda metà del Settecento il mulino tornò ai Lambertini, precisamente al principe Egano: proprio colui che nel film del 1954, Il Cardinal Lambertini di Giorgio Pàstina, veniva sgridato dall’importante zio futuro papa Benedetto IV (un formidabile Gino Cervi), perchè un po’ libertino trascurava la moglie. Il nipote si rimise in carreggiata. La casata degli Zani si estinse nel 1756 con Paolo, il quale aveva lasciato il patrimonio ai Lambertini. Qui non c’è lo spazio per elencare i beni inventariati nel testamento (l’interessantissima “eredità Zani”). Anche l’antica stirpe dei Lambertini di lì a poco terminerà.
Nel corso di un secolo ebbero luogo diversi passaggi di proprietà del complesso del mulino.

Nel marzo 1842, la famiglia Rosa acquisì il «Molino detto di Parisio» da grano e a 4 macine, nientemeno che da Carlo Berti Pichat, tramite permuta: ai Rosa andò il Molino Parisio, al noto agronomo e patriota il Molino Grande (l’edificio è tutt’ora esistente, ai bordi dell’Oasi omonima, in località Pizzocalvo di San Lazzaro di Savena). I Rosa, anch’essi da ascrivere a quelle “casate” di mugnai divenuti imprenditori tra i secoli XIX e XX, manterranno la proprietà dell’area fino al 1926, gestendo anche altri mulini in diverse zone della città. Il 20 febbraio 1883 Ottavio Rosa fece richiesta di installare nel mulino un motore a vapore della forza di 20 cavalli «onde esercitare l’industria anche in tempo di siccità» e installò la ciminiera.

La famiglia Carpi-Cosentino entra nella storia nel 1931, dopo avere riunito nelle proprie mani gran parte del complesso. Giulietta Carpi in Cosentino ha avuto un ruolo fondamentale nel definire l’aspetto esterno, pressoché simile a quello attuale, del fabbricato, richiedendo nel 1936 la sopraelevazione di un piano dello stabile. Gliela fecero soffrire, ma dopo due progetti diniegati arrivò la sospirata licenza.
I tempi erano nel frattempo cambiati per la storia di Bologna e dei suoi canali. Cento anni dopo l’installazione della macchina a vapore e della ciminiera, nel 1983 il Molino Parisio chiuse l’attività. Il futuro dell’ultimo mulino sul Canale di Savena rimase un po’ incerto, poi nel 1988 un privato proprietario fece richiesta di concessione per il progetto, a firma dell’architetto Luciano Ghedini, di restauro e risanamento conservativo. I lavori iniziarono il 12 giugno 1989 con una successiva variante in corso d’opera. I piani terra e interrato vennero adibiti ad agenzia bancaria.

La familiare ciminiera dell’ex Molino Parisio è stata mutilata nel 2012. La scossa del 29 maggio del terremoto nell’Emilia-Romagna pareva aver compromesso molto seriamente il camino. Dopo segnalazioni di alcuni cittadini il Comando dei Vigili del Fuoco e funzionari tecnici dell’Ufficio tecnico del Comune fecero i sopralluoghi per verificarne la staticità. Per salvaguardare l’incolumità circostante, tramite urgente ordinanza, i due terzi della vecchia ciminiera vennero tagliati lasciando un grosso moncone in piedi.
Il Molino Parisio non è stato dimenticato, non certamente dai bolognesi.

Il presente articolo è sintesi di una lunga ricerca storico-archivistica, base a sua volta per una pubblicazione nel 2017 con il medesimo titolo presso Paolo Emilio Persiani editore in Bologna. Elenco alcuni fra gli Archivi cittadini presso cui ho attinto documenti, per ringraziare nuovamente i funzionari e il personale di: Archivio Storico Comunale, Archivio di Stato, Consorzio della Chiusa di San Ruffillo e del Canale di Savena, Collezioni d’Arte e di Storia Fondazione CARISBO, Consorzio della Bonifica Renana.

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