Mingòń, Gaspâr e la Fléppa

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Le tradizioni popolari della pianura bolognese tra fede, storia e dialetto

Di Gian Paolo Borghi

(articolo pubblicato nel numero uscito nell’inverno 2017)

Nel panorama della cultura popolare della pianura e del pre-Appennino bolognesi (ma anche nel centese e nel modenese), La Fléppa (La Filippa), per molte generazioni è stata occasione di attesissimo divertimento teatrale. Si trattava di una commedia in versi, in arcaico dialetto bolognese di campagna, che veniva recitata in prevalenza durante il Carnevale, anche se non mancavano altre occasioni di rappresentazione come, ad esempio, i matrimoni o le feste paesane. Lo spazio scenico che le si riservava era di solito quello delle stalle, delle ampie logge (al lòz) delle case mezzadrili, delle sale di osteria o di altri luoghi di pubblico trattenimento.

Giulio Cesare Croce (San Giovanni in Persiceto, 1550 – Bologna, 1609)

Tramandato di generazione in generazione, il copione traeva origine da un poemetto rusticale- dialettale di Giulio Cesare Croce (San Giovanni in Persiceto, 1550-Bologna, 1609), il famoso autore delle “avventure” del contadino (scarpe grosse e cervello fino) Bertoldo, del figlio (un po’ sciocco) Bertoldino e della moglie Marcolfa (l’arzdòura, la reggitrice di casa). Il testo del Croce ebbe varie edizioni su libretti a stampa, anche postume, a testimonianza del favore popolarmente incontrato. Il suo titolo, ma non il contenuto, subì variazioni, sia pure non sostanziali, probabilmente per cercare di convincere i potenziali acquirenti che si trattava di una stesura diversa dalle precedenti. Ad esempio, un’edizione priva di data dovuta allo stampatore bolognese Ferdinando Pisarri, all’insegna di Sant’Antonio (consultabile alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna, con alcuni altri copioni) porta un titolo che altro non è che il riassunto della trama, con un evidente doppio senso: La Filippa Combattuta per Amore da duoi Villani. Con la Sentenza di Lei, nel pigliare quello, che à più lungo il Naso per suo marito. L’autore o il tipografo si affrettano subito a sottolineare che si tratta di Cosa ridicolosa e di spasso. In Lingua Rustica del Croce.

La cultura contadina si appropriò di quel copione, rispettandone in genere il testo, ma arricchendolo di lazzi improvvisati, di battute, di rime e di personaggi più vicini al suo mondo. La Fléppa si trasmise oralmente e, in tempi più recenti, in forma scritta. Chi vi scrive ne ha trovato varie versioni, databili tra la fine dell’800 e i primi decenni del ’900, scritte con grafìe più o meno incerte su quadernetti scolastici e conservate nelle case di attori o di registi di un tempo ormai lontano,

La trama de La Fléppa segue uno schema molto semplice: due contadini, Mingòń e Gaspâr (Domenicone e Gaspare), si contendono le grazie di una fanciulla, la Filippa, vantando  improbabili superiorità di discendenza. Durante i loro battibecchi, a volte movimentati, intervengono altri personaggi: zia Betta, la severa madre della Filippa; zia Rézza (la Riccia), zia della Filippa; Bèrba Sandròń (Barba Sandrone), mediatore e Bèrba Pasquèl  (Barba Pasquale), padre della Filippa. La disputa si conclude con la vittoria di Gaspâr: la Filippa lo preferisce, perché ha il… naso più lungo di quello del concorrente.

Rigorosamente di sesso maschile, gli attori si camuffavano nelle maniere più strambe e caratterizzavano la loro recitazione con una gestualità accentuata, richiamante alla memoria una rustica Commedia dell’Arte.

La versione contadina de La Fléppa prevedeva a volte anche altri personaggi, come le Guide  (non mascherate, introducevano gli attori e garantivano la “regolarità dello spettacolo) e  il Dottore, un saccente personaggio che poteva trasformarsi in protagonista di farse improvvisate al termine della commedia. Non mancavano pure fugaci apparizioni di strane figure vestite di nero, con cappelli altissimi e di foggia conica (alcuni li ricordano come dei Puricinèla, ovvero dei Pulcinella nostrani), che farebbero pensare alla raffigurazione di esseri demoniaci oppure a residui di rituali magico-propiziatori.

La “morte” de La Fléppa venne decretata dai nuovi divertimenti di massa – come le filodrammatiche, la radio e il cinema -, divenuti di larga popolarità soprattutto nel secondo dopoguerra.

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