MINERBIO

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La città fu fondata da 150 famiglie arrivate dal mantovano nel XIII secolo l. Gli Isolani nel IV secolo trasformarono un agglomerato di case in un vero e proprio borgo medievale

di Elisa Busato

(articolo pubblicato nel numero uscito nell’estate 2017)

Passeggiare per Minerbio significa ripercorrere tante tappe storiche nascoste nei dettagli dell’architettura e del suo nome. Si dice ci fosse un tempio dedicato alla dea Minerva, oggetto di culto per gli antichi romani e da qui il nome di un borgo che sembra vedere la sua origine nel XIII secolo con l’arrivo di 150 famiglie mantovane che diedero origine al primo nucleo abitativo. Furono bonificate le campagne, si rese la terra rigogliosa fino all’arrivo della famiglia Isolani, abili commercianti di sete, che reinvestirono qui le proprie risorse e che nel XIV secolo trasformarono un agglomerato di case in un vero e proprio borgo medievale. E’ infatti percorrendo la strada principale che collega Bologna alla campagna che sulla destra vi troverete il “castello” così denominato ancora dai minerbiesi introdotto da una settecentesca torre, con un orologio a doppia mostra oramai cancellato dal tempo, che sovrasta l’antica porta di accesso al borgo un tempo chiuso dal ponte levatoio. Vi basterà percorrere le silenziose strade porticate per rendervi conto di essere all’interno di un perfetto piccolo borgo antico, dove ancora la toponomastica vi aiuterà a riconoscere le tracce storiche. Via Fosse, a ripercorrere l’antico tracciato del fossato che circondava borgo e rocca, via Sopra Castello e Larga Castello, via Conventino dove potrete riconoscere nell’abitazione dalla facciata rossa i tipici segni dell’architettura religiosa settecentesca di un antico convento che ebbe però breve vita.

Rocca Isolani

Uscendo dal borgo, dirigendovi verso il viale alberato, la vostra attenzione verrà attirata dalla massiccia mole della Rocca Isolani la cui prima edificazione risale al 1403. Distrutta in seguito al passaggio del Lanzichenecchi nel 1527 e ricostruita a metà del ‘500 conserva all’interno splendide sale affrescate da uno dei più originali protagonisti della scena artistica bolognese: Amico Aspertini. Il complesso architettonico fu poi arricchito dalla seicentesca villa di Triachini e dalla Colombaia, risalente al 1536 che per la sua scala interna lignea elicoidale è stata attribuita al Vignola.

Proseguendo sul viale alberato i nostri passi incontreranno il selciato acciottolato del piazzale della Chiesa Arcipretale. Considerata “la più bella del forese”, fu costruita tra il 1737 e il 1740 per sostituire l’antico edificio trecentesco costruito su disposizione testamentaria del suo primo giuspatrono Iacopo Isolani. L’attuale edificio fu realizzato da uno dei più importanti architetti dell’epoca e già artefice del bolognese Santuario di San Luca: Carlo Francesco Dotti.

Al suo interno sono conservate diverse opere artistiche di pregio tra cui la Madonna della Cintura e i Santi Sebastiano e Rocco dello Spisanelli, due tele raffiguranti San Biagio e Santa Caterina da Siena di Ubaldo Gandolfi e un ovale di scuola reniana raffigurante la Madonna Addolorata che la tradizione vuole abbia in più occasioni volto lo sguardo agli spettatori. Ma l’opera che cattura immediatamente l’attenzione è il gruppo scultoreo con la “Gloria” realizzata dallo scultore Giuseppe Mazza per la soppressa chiesa bolognese di San Gabriele delle Carmelitane scalze e posta a riempire scenograficamente lo spazio del catino absidale. Uscendo dalla chiesa, si può notare l’imponente facciata del settecentesco Palazzo Comunale, nel quale i recenti restauri post sisma hanno consentito di scoprire interessanti affreschi di tema civile.

Appena superato il centro abitato e imboccando via Palio, percorrerete un lungo tratto di strada immerso nei campi fino a raggiungere il Castello di San Martino dei Manzoli, la cui mole si staglierà sulla vostra destra. Risalente al 1411 quando il Cavaliere bolognese Bartolomeo Manzoli ne ordinò la costruzione attorno all’antica Torre degli Ariosti, nacque come dimora aristocratica ma fu comunque munito di ogni accorgimento di difesa militare: mura, merli, fossato, torri difensive e ponte levatoio. Restaurato e decorato tra il XVI e il XVII secolo, l’aspetto attuale ripercorre gli interventi realizzati tra il 1883 e il 1885 ad opera di Alfonso Rubbiani e Tito Azzolini che pur alterando alquanto gli ambienti interni cercarono di preservarne l’aspetto esterno cinquecentesco che lo caratterizza conferendogli un aspetto decisamente fiabesco accentuato dal parco secolare in cui si colloca. Proseguendo poi sulla vecchia strada provinciale San Donato in direzione di Bologna, incontrerete sulla vostra destra l’antica Pieve di San Giovanni in Triario, che oltre ad essere stato set  del famoso film di Pupi Avati “La casa dalla finestre che ridono”, ospita al suo interno un’originale collezione di oggetti di devozione popolare.

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