Metter fòra la cadena…

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La saggezza della cultura contadina nei proverbi di una volta

di Adriano Simoncini

(articolo pubblicato nel numero uscito nell’autunno 2018)

 

Pegra bisa pegra bienca

chi mόr mόr chi chempa chempa

Pecora bigia pecora bianca

chi muore muore, chi campa campa…

Come che sia, per i Santi e i morti si lasciavano i poderi ai nuovi contadini e si faceva la stima dei beni. Il subentrante doveva pagarne a chi usciva la parte che questi non poteva prendere con sé e che gli spettava nei confronti del padrone. Codg si dicevano le coltivazioni in atto. Il podere si cambiava ovviamente per andare a star meglio. Fosse più agevole da lavorare, più fertile, più adatto alla forza lavoro della famiglia, più comodo per acqua e abitazione, più ricco. Quanto al luogo certo non si badava (o sì?) ai detti a spregio degli eventuali vicini – ne citiamo qualcuno:

manfatún a la Vella ed Là

pulindón in quella ed Qua

perda bregh a la Vella ed Mèz 

(manfatoni alla Villa di Là

polentoni in quella di Qua

perdi braghe alla Villa di Mezzo)

 

E ancora:

scurzún a Pien di Gréll

terzulún a la Casèla

carscintn quii ed Zidrèccia

(scoreggioni a Pian dei Grilli

treccioloni alla Casella

crescentoni quelli di Cedrecchia)

La ricerca di un nuovo fondo da condurre la si faceva in segreto e per interposta persona, nel timore che il padrone del momento non l’imparasse e desse commiato. Si sarebbe rimasti in mezzo alla via, senza casa, senza lavoro, poco e niente da mangiare. Il nuovo padrone considerava attentamente la famiglia contadina che gli veniva nel podere. Voleva gente giovane, sana, in forza, numerosa. Niente vecchi e bambini e che avessero i usvei, gli attrezzi e la loro roba da mangiare per un anno a evitare di doverli sfamare lui fino al prossimo raccolto.

Nel podere, dai piccoli ai grandi, ognuno aveva il proprio lavoro. Dietro le pecore, all’erba per i conigli, a rastrellare il fieno, a cogliere i sassi nei campi arati, all’acqua, a tuchér, toccare con la frusta i buoi all’aratro, a bacchetti, ai brilli, a spagliare. Perché

 andér a lavurér da sèt padrón 

i vól onna forza da león

onna pènza da furmiga 

bèvver póc e magnér brisa        

(andare a lavorare da sette padroni

ci vuole una forza da leone

una pancia da formica

bere poco e non mangiare)

Il bestiame apparteneva al proprietario del fondo. A fatica il mezzadro riusciva a divenirne possessore della metà. Chi poteva pagare la parte prendeva il bestiame a metà col padrone e si era signori. Tre quattro vitelli all’anno rappresentavano una ricchezza per tutti. Le pecore invece si in prendevano in consegna a cont, contandole. A fine anno o a fine conduzione si restituivano nel numero avuto. Le eccedenti divenivano proprietà del contadino, che aveva l’obbligo di rifondere gli eventuali capi mancanti. I padroni ci tenevano alle pecore per il formaggio, gli agnelli. Il contadino si filava di suo la lana per maglie e calze grossolane ma calde, adatte ai nostri inverni.

Conosciamo contadini la cui famiglia è rimasta oltre cent’anni nel medesimo podere, tant’è vero che allo scadere del secolo dovettero metter fòra la cadena, mettere fuori di casa la catena del camino. La catena del camino, quando la famiglia lasciava il podere, veniva staccata e portata seco assieme agli altri arredi. Ma se il contadino restava nel sito oltre i cent’anni ne diventava proprietario per un antico diritto, o comunque acquistava una prelazione per la quale non poteva più essere cacciato. Lo stesso padrone ne era convinto o ne temeva la pretesa. Allo scadere del novantanovesimo anno compariva di persona e provvedeva a che la catena del camino venisse staccata e portata fuori di casa o nell’aia. L’atto era sufficiente a interrompere la durata della permanenza nel podere del conduttore. Il secolo aveva nuovo inizio e la catena poteva essere riappesa al suo luogo a reggere i paioli per altri cent’anni.

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