METEREOLOGIA MONTANARA

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La saggezza della cultura contadina nei proverbi di una volta

di Adriano Simoncini
(pubblicato sul numero uscito nell’autunno 2010)

Ancora fino agli anni ’50, al crepuscolo della civiltà contadina, la natura dettava tempi e ritmi dell’agricoltura montanara. Sole, pioggia, vento, neve condizionavano aratura, semina, mietitura, trebbiatura e ogni altra attività connessa col lavoro dei campi. Essenziale dunque prevedere le condizioni atmosferiche dei giorni immediatamente a venire, e i contadini lo facevano trasmettendo oralmente di generazione in generazione osservazioni, esperienze, consigli. Lo strumento per farlo, oltre alle quotidiane conversazioni con figli e nipoti, era rappresentato dai proverbi. I quali, nella loro apparente ingenuità o addirittura insensatezza, in realtà codificavano il secolare sapere della comunità, facilitandone la memorizzazione con la rima e il ritmo.
Ogni vallata del nostro Appennino aveva la sua busa o bus dla iacma, una conca fra ovest e sud-ovest nella cerchia dei monti intorno: di lì si attendeva il bello e il cattivo tempo. Quando la sera la busa era carica di nubi, il giorno dopo sarebbe piovuto – la meteorologia televisiva lo conferma: il ciclone e l’anticiclone delle Azzorre vengono di lì. E dunque una serie di proverbi, diversi da luogo a luogo nella forma, ma identici nella previsione.
A San Benedetto, che a occidente ha Vergato:

quent e pióv vers Vergà quando piove verso Vergato
ciapa i bó e porti a cà prendi i buoi e portali a casa
quent e pióv vers Rumagna quando piove verso Romagna
ciapa i bó e va in campagna prendi i buoi e va in campagna.

A Monghidoro, che di là della conca ha Montepiano, in Toscana:

quent e pióv vers Montpièn quando piove verso Montepiano
lasa la zapa e ciapa e gabèn lascia la zappa e prendi il gabbano
quent e pióv vers Luièn quando piove verso Loiano
ciapa la zapa e lasa e gabèn prendi la zappa e lascia il gabbano.

Nel monzunese, dove il sole tramonta dietro Monte Venere:

quent al ven a Mont Finér quando (le nuvole) vanno a Monte Venere
ciapa i bó e mandi a bér prendi i buoi e mandali a bere
quent al ven in Rumagna quando vanno in Romagna
ciapa i bó e va in campagna prendi i buoi e va in campagna.

Eccetera. Forse la specificazione dla Iacma, che traduciamo ‘della Giacoma’, deriva dal fatto che attraverso quella stessa conca i nostri montanari scavalcavano l’Appennino per recarsi in pellegrinaggio al famoso santuario di San Giacomo di Compostella, situato appunto nel lontano occidente, oltre i Pirenei.
Altri segni i contadini coglievano nel cielo per divinare il tempo a venire. Eccone alcuni fermati nei proverbi:

quent e ziel e fa la lèna quando il cielo fa la lana
e pióv un dé dla stmèna piove un giorno della settimana.

È il ‘cielo a pecorelle’ del corrispettivo proverbio italiano;

aria rossa aria rossa
o c’la soppia o c’la péssa o che soffia o che piscia.

Atmosfera (non cielo) rossastra e quindi umida: vento o pioggia.
E quest’ultimo, che pare dettato da credula ignoranza, ma che ha invece una sua verità – la percezione degli animali infatti spesso anticipa quella dell’uomo: il gallo avverte l’arrivo dell’alta pressione e dunque del bel tempo, e canta:

chènta e gal prémma ed zèna canta il gallo prima di cena
sl’è nóvel a s’arsèna se è nuvolo si rasserena.

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