L’ultima corsa di Carletto

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Il più bel ricordo di Carlo Mazzone al Bologna è la splendida cavalcata in Uefa del 1999, interrotta solo a un passo dalla finale. Storia di un grande scopritore e motivatore di talenti

di Marco Tarozzi

Gli volevamo bene davvero, al Sor Magara. Anche nella sua ultima vita da nonno, quando faticavamo a immaginarlo lontano dal calcio che era stato la sua vita. Anche quando cedevamo alla tentazione di definirlo “tecnico ruspante”, rivedendo la folle corsa verso la tifoseria dell’Atalanta, dopo che RobyBaggio, uno dei suoi campioni del cuore, quelli che solo lui riusciva a comprendere, aveva pareggiato i conti che non tornavano al suo Brescia poco prima del fischio finale di un derby come al solito infuocato. Soprattutto sugli spalti, da dove quel 30 settembre 2001 i tifosi bergamaschi lo avevano insultato pesantemente per novanta minuti, e lui, mentre il Divin Codino trascinava la truppa verso un’incredibile rimonta, li aveva sfidati alla sua maniera: «Se fàmo tre a tre, vengo sotto la curva». Detto, fatto: una promessa è una promessa. Tutta colpa «del mio fratello gemello, che perde la testa e me fa fà ste figure…»

MAESTRO. Altro che ruspante: Carlo Mazzone conosceva il calcio e sapeva insegnarlo. Parlava la stessa lingua di certi talenti inimitabili, e loro lo sentivano vicino come un padre. Da Totti, «er ragazzino» che lui aveva lanciato nella Roma, allo stesso Baggio, «un amico che mi faceva vincere le partite», e che in realtà grazie a lui aveva vissuto la sua ultima, meravigliosa giovinezza. Così Beppe Signori, che al Bologna era arrivato con la patente di calciatore finito, appesantito e martoriato dai postumi di un’ernia al disco dolorosa, e con Mazzone in panchina trovò la forza di riprendere il volo. Ora che Carletto se ne è andato, la memoria rossoblù torna a quella magica stagione 1998-99, alla finale di Uefa sfiorata e scippata, a una squadra imbottita di veterani a cui l’allenatore aveva saputo dare motivazioni uniche. La stagione più sfavillante: ma a Bologna, il Sor Magara ha vissuto tutto quello che il calcio può farti vivere, i momenti di gloria e quelli più bui.

RECORDMAN. Dunque, rivediamo il film. Trentotto anni di panchine, dodici squadre guidate in alcuni casi a più riprese, qualche miracolo indimenticabile e ricette prelibate ricavate quasi sempre da ingredienti “poveri”. Ben 792 panchine in Serie A (più cinque spareggi), un record che nessuno è mai riuscito anche soltanto ad avvicinare. Romano verace, anzi trasteverino che è forse qualcosa di più, ha saputo costruirsi un record fatto di passione e competenza, andando oltre la retorica dell’immagine: pur non impazzendo per la tattica, ha firmato imprese come il record di punti dell’Ascoli in una stagione di B, o la qualificazione di un normalissimo Cagliari alla Uefa nel 1993.

L’INIZIO. Nove stagioni da difensore dell’Ascoli, diventando capitano, bandiera e certezza per i tifosi: fino al 1969 e a un brutto infortunio che a trentadue anni gli tronca la carriera e gliene spalanca davanti una nuova. Costantino Rozzi, indimenticato presidente bianconero, gli affida le giovanili e poi la prima squadra. In quattro annate, Mazzone porta la squadra dalla Serie C alla Serie A, centrando poi subito la salvezza nel 1974-75. Per quella piazza e quella società, un capolavoro assoluto. Arriva la chiamata della Fiorentina, dove vince la Coppa Italo-Inglese e arriva terzo in campionato lanciando il primo dei suoi talenti in sboccio, Giancarlo Antognoni. A Catanzaro diventa il “Sor Magara” grazie a un’intervista di Alberto Marchesi, che alla vigilia di una sfida alla Juve gli fa notare che la squadra è in palla e che insomma, si potrebbe sognare… “Gli risposi “magàra!”, che in romanesco è più che una speranza, è sognare qualcosa di magico…”

SCOPRITORE. Altre quattro salvezze ad Ascoli, una seconda casa, e nel 1985-86 ecco il primo incontro con il Bologna. Lo chiama Gino Corioni, che vorrebbe subito risalire dalla Serie B. L’impresa non riesce, i rossoblù finiscono al sesto posto e si chiude la prima avventura sotto le due torri. Segue il Lecce, dove arriva un’altra promozione in Serie A alla seconda stagione, e dove Carletto pesca altri due talenti dal cilindro: Antonio Conte e Francesco Moriero. E poi Cagliari, dove agguanta un sesto posto che vale la Uefa nel 1992-93. Sarebbe la sua prima avventura europea, ma arriva una chiamata a cui un trasteverino non può negarsi: quella della Roma, la panchina sognata da sempre. Onorata facendo a società e tifoseria un regalo indimenticabile: tocca a lui lanciare in prima squadra quello che diventerà il simbolo della Roma giallorossa: Francesco Totti. “Pensavo tra me e me: ‘Questo sa giocà, ma bene bene! C’abbiamo avuto ‘na fortuna… Secondo me lui e il pallone si stavano simpatici a vicenda”.

BEPPEGOL. La seconda volta a Bologna arriva dopo una parentesi stonata a Napoli. E’ l’estate del 1998, Roberto Baggio, rinato fino a guadagnarsi il Mondiale, ha appena fatto le valigie accasandosi all’Inter. Per Mazzone, però, c’è un’altra scommessa intrigante: è arrivato Beppe Signori, un campione considerato sul viale del tramonto, e lui è pronto a rivitalizzarlo. Arrivano anche Ingesson, Binotto, Cappioli, Bettarini, Simutenkov, e quell’Eriberto spacciato per diciannovenne che, si scoprirà, non si chiama neppure così. E’ una signora squadra e lo dimostra in Europa: l’Intertoto scivola via che è un piacere, il Bologna arriva in finale col Ruch Chorzow e vince. Il trofeo finisce in bacheca, primo successo europeo dopo ventotto anni per la società. Vale l’accesso in Coppa Uefa, dove la corsa rossoblù non si ferma. Cadono Sporting Lisbona, Slavia Praga e Olympique Lione, il sogno si spezza solo in semifinale contro l’Olympique Marsiglia. Un ricordo amarissimo: all’andata in Francia finisce 0-0, al Dall’Ara il Bologna è avanti fino a tre minuti dalla fine, quando Ravanelli si procura un rigore discutibile e Blanc (al secondo tentativo) pareggia. Finisce in rissa negli spogliatoi, un Marsiglia limitato dalle squalifiche andrà a giocarsi (e a perdere) la finale di Mosca col Parma.

ROBYBAGGIO. A fine stagione, dopo due semifinali raggiunte (il Bologna ci arriva anche in Coppa Italia) e un ottavo posto in campionato, Carletto saluta il cavalier Gazzoni con qualche strascico polemico e va a vivere anni felici con Corioni a Brescia, illuminati dalla stella di Roberto Baggio e dal talento di Guardiola, arrivato dal Barcellona esattamente quattro giorni prima di quel Brescia-Atalanta 3-3, quello della corsa pazza.

CADUTA. Ma non dovevamo vederci più? Giuseppe Gazzoni richiama Mazzone a Bologna nell’estate 2003: salvezza senza patemi alla prima annata, ma l’ultimo atto, la stagione 2004-05, è un buco nero nella carriera ed un dolore insopportabile. Ancora settima dopo ventinove giornate, la squadra sprofonda nelle ultime undici gare e deve giocarsi la salvezza col Parma. Perde e retrocede. Ma Mazzone e il presidente Gazzoni si sentiranno sempre vittime di una congiura, di una caduta “telecomandata”. Mazzone è scosso, ma riesce comunque a chiudere la carriera in piedi, rilevando nel 2006 il Livorno da Donadoni e portandolo a un nono posto che dopo Calciopoli diverrà sesto, piazzamento Uefa. Un gran finale, Sor Magara: il dio minore del pallone che hai onorato non ti dimenticherà mai, e noi avremo sempre negli occhi la magìa di quella meravigliosa cavalcata europea.

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