L’INVERNO A FAR LA TRECCIA

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La saggezza della cultura contadina nei proverbi di una vola

di Adriano Simoncini
(Pubblicato sul numero uscito nell’inverno del 2010)

Assicurata in qualche modo la sopravvivenza – farina nel cassone, legna in cantina e ammazzato il maiale – l’inverno aveva anche momenti di serenità e allegria. Nei campi non si lavorava e dunque ci si poteva finalmente riposare dalla interminabili fatiche sopportate nelle restanti stagioni. Poi c’erano le veglie: le famiglie del borgo e dei casolari intorno si radunavano nelle stalle, al caldo delle bestie, per spagliare, trecciare, filare, fabbricare panieri di vimini. E intanto si chiacchierava: gli anziani raccontavano fatti, storie, favole… mentre i giovani amoreggiavano a parole sotto gli occhi della comunità.

Perché incontrarsi fra ragazzi e ragazze non era facile nella società contadina, quando tutti – anche i bambini – lavoravano dall’alba al tramonto e solo la domenica ci si vedeva alla messa o al rosario. Le veglie invernali dunque, e in particolare i terzadór, i luoghi cioè dove si trecciava per iniziativa delle priore della parrocchia, erano frequentatissimi.

Girava la voce: trecciano alla Villa, alla Tenzone, a Pian dei Grilli… I ragazzotti alla prima barba e gli scapoloni vogliosi di metter su famiglia partivano solinghi o a gruppi baldanzosi lungo i crinali, affrontando il gelo e il buio della notte, per incontrarsi con le ragazze che si sapevano essere nel trecciatoio.
Tutte sedute in fila nel corridoio della stalla con accanto una sedia vuota, il capo seriosamente chino – ma gli occhi a spiare obliqui i nuovi arrivati. I quali s’appoggiavano alle pareti, timidi i più senza parole, o addirittura esaltati alla viste di tante femmine in attesa. Le rimiravano a una a una:

péccia in tla faza
bèla ragazza
péccia in te còl
sposa un bel mòr

neo nella faccia
bella ragazza
neo nel collo
sposa un bel moro.

E, a consolarsi della scarsa autostima, rimuginavano il detto:

ai è scrét in t’un gurbèl
che un brót e spósa un bel

c’ è scritto in un cestello
che un brutto sposa un bello.

Intanto qualcuna forse pensava, a causa di sofferte delusioni:

Per aver furtuna
bsògna nascer vac
e a bóna luna

per aver fortuna
bisogna nascere vacche
e a buona luna.

Le priore facevano da tramite, premurose: “A chi vorresti sedere vicino?” E lui:
“A quella biondina là…” La priora discretamente riferiva all’interessata e, se accettava, il giovane le si accomodava accanto, altrimenti rimaneva appiccicato alla parete a guardare i più fortunati, o s’accontentava di un’altra compagnia. Quii chi avéven dla barlòca, quelli cioè che avevano la parola pronta, iniziavano subito a conversare, gli altri i sbaluséven quèl, balbettavano qualcosa di tanto in tanto, paonazzi in viso come se stessero davanti al fuoco. Di solito la conclusione era la seguente: “Domenica, se vuoi, ti accompagno a casa da messa…” E cominciava l’amore, perché quando si è giovani:

póc spin i schèlden e fóren
pochi spini scaldano il forno.

La passione cioè si accende con poco. E anche:

sl’è ed bon amor e torna
se è di buon amore torna.

Se davvero mi vuol bene tornerà a trovarmi a casa e staremo insieme davanti al focolare – atto simbolico nella consuetudine contadina a significare la volontà matrimoniale del moroso. Altrimenti:

t’ee solo un scaldascranne
sei solo uno scaldasedie

e gli si chiudeva l’uscio in faccia. Perché la giovinezza è un fiore che appassisce in fretta e non si poteva sciuparla con chi veniva all’amore solo per divertirsi: le ragazze volevano, e dovevano, assicurarsi l’avvenire. Tant’è che qualcuna col tempo poi confessava:

um son maridà pr’e ben dla pulènda
mi sono maritata per il bene della polenta.

 

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