L’ERBA TRINITÀ che annuncia l’estate

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Gli erboristi medievali utilizzavano l’Anemone Hepatica Nobilis per il trattamento di malattie del fegato e della vescica, attualmente viene usata la tintura di foglie fresche per tracheiti e bronchiti

di Claudia Filipello
(articolo pubblicato su Nelle valli Bolognesi della primavera 2019)

Le giornate si allungano consegnando ai nostri cuori la dolce necessità di trascorrere più tempo all’aria aperta, passeggiando magari nel bosco. La primavera, infatti, è il tempo della rinascita ed è in questa sensibilità stagionale che s’inserisce il fiore che vado a presentare: l’Anemone Hepatica o Erba Trinità. È un fiore delicato che compare in quel lasso di tempo compreso fra il termine dell’inverno e l’inizio della primavera. Lo si può scorgere nel terreno dei boschi mentre saluta il mondo ricoperto ancora delle foglie dell’autunno. Si trova ovunque e spunta sia sul terreno che tra i massi e le radici degli alberi, evidenziando la sua nobiltà colorata. Semplice d’aspetto, ma pieno di grazia che allieta l’Anima fin dall’inizio della primavera.

L’Anemone Hepatica Nobilis è una pianta perenne, appartenente alla famiglia delle ranuncolaceae. Le piante appartenenti a questo gruppo hanno un che di fluido e di acquoso: l’acqua appena liberata dalla prigionia del ghiaccio e l’aria mobile, a volte tempestosa, sono gli elementi dai quali le ranuncolacee estraggono le sostanze per la loro manifestazione. Esse fioriscono molto ed i fiori hanno colori luminosi, accattivanti, con l’impronta di una luce umida: non hanno i colori aridi e saturi dell’estate, ma le delicate tonalità acquerello della primavera e non profumano molto. È nelle foglie che si esprime il gioco delle forze primaverili: aria, acqua e luce.

È diffusa in tutto il territorio italiano, soprattutto sull’arco alpino e appenninico. Cresce in boschi di latifoglie o di conifere, in luoghi sassosi, siepi, soprattutto su substrato calcareo, dal livello del mare fino ai 1500 metri, raramente oltre tale quota.  Il termine “Hepatica” venne introdotto attorno il 1754 in una pubblicazione del botanico scozzese Philip Miller (1691–1771); deriva dalla traduzione in greco antico “hèparo hèpatos” che significa “fegato”. Il termine fu scelto infatti, per la forma ed il colore della pagina inferiore delle foglie dell’Anemone. Il nome specifico “Nobilis” deriva invece dal latino e significa “noto o conosciuto”, probabilmente dovuto alla popolarità che questa pianta aveva nel passato. Il nome comune “Erba Trinità” deriva invece, dal Medioevo: negli affreschi di carattere religioso spesso le foglie di questa pianta servivano a simboleggiare il dogma cattolico della Trinità. Mentre il nome “Anèmone” ha che fare con la sua fragilità: spesso il vento (ànemos in greco) ne soffia via i petali delicati. Un mito poco noto narra infatti di Anemone, ninfa della corte di Chloris, dea dei fiori. Zefiro e Borea, invaghitisi entrambi di Anemone, provocarono la gelosia di Chloris la quale tramutò la ninfa in un fiore. Fu così condannata a subire le energiche carezze di Borea – vento di tramontana della fine dell’inverno – in grado di far cadere tutti i petali fino all’arrivo di Zefiro – vento o brezza primaverile – che così non trovò altro che uno stelo ormai avvizzito e senza alcuna bellezza.

È curioso annotare come da questa specie vennero create tutte le specie ibride ornamentali a fiore doppio di svariati colori: bianche, rosse, blu, rosa, ecc. Si tratta infatti, di piante particolarmente indicate per l’allestimento di giardini rocciosi poiché prediligono luoghi ombreggiati e poco esposti al sole.
Da un punto di vista fitoterapico, appartenendo alla famiglia delle ranuncolaceae, contengono una sostanza tossica per l’uomo: la protoanemonina che, con l’essiccazione della pianta si trasforma in anemonina perdendo la sua pericolosità. Contiene, inoltre tannini, saccarosio, mucillagini, anemonolo, glucosidi (epatilobina, ranunculina) e saponine. Sempre nell’uso fitoterapico, però tramite l’essiccazione, la pianta perde le pericolosità venefiche, ma conserva una blanda azione diuretica mediante la macerazione in acqua.

È da sconsigliarne il consumo alimentare in quanto pianta velenosa come tutte le ranuncolacee; quindi a causa di ciò è compresa nella lista delle piante non ammesse come integratori alimentari. Gli erboristi medievali la utilizzavano per il trattamento di malattie del fegato e della vescica, nell’ematuria e nell’emottisi. Attualmente, in fitoterapia ed omeopatia, è usata la tintura di foglie fresche per tracheiti e bronchiti.

Concludendo, il nostro Anemone Hepatica, così come accompagna delicatamente con i suoi colori il passaggio dall’inverno alla primavera, può anche aiutarci con grazia prendendoci per mano nella guarigione dagli ultimi malanni e raffreddamenti di stagione.

 

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