LA PRIMAVERA NEI PROVERBI

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La saggezza della cultura contadina nei proverbi di una vola

di Adriano Simoncini
(pubblicato nel numero uscito nella primavera 2011)


In un’economia agricola preindustriale, quale la nostra in montagna fino agli anni ’50, l’osservazione delle condizioni atmosferiche e le conseguenti previsioni meteorologiche erano di vitale importanza, tanto che sono state fermate in proverbi secolari, la cui attendibilità può venir messa in dubbio soltanto da interlocutori disattenti. Conosciamo per ciascun mese dell’anno adeguate indicazioni meteo-agricole espresse in concisi detti dialettali. Ne riportiamo di seguito alcuni, iniziando da gennaio.

Znér l’è reél Gennaio è reale
cume e trova e vól lascér come trova vuole lasciare.

Cioè se a Capodanno c’è la neve, vi sarà anche l’ultimo giorno del mese. E così per l’eventuale bel tempo.

Febrarín febrarèt Febbrarino febbraretto
curt curt e maledèt corto corto e maledetto

Infatti soltanto 28 sono i giorni di febbraio, ma sufficienti per la loro crudezza a far maledire l’inverno, anche perché le riserve di legna e cibo – per gli uomini e il bestiame – cominciavano a scarseggiare.

Merz, chi an à al scherp e va schelz
Marzo, chi non ha le scarpe va scalzo.

Non pochi erano infatti coloro che non le possedevano e di necessità calzavano zoccoli di legno o ciabatte di pezza. Gli scarponi di cuoio imbullettati si passavano di fratello in fratello, per andare a messa la domenica o per andare a scuola, perché bisognava comprarli e soldi non ce n’erano per tutti – e dunque ci ballavi dentro perché troppo larghi o dovevi raggranchire i piedi perché troppo stretti: l’arrivo dei primi tepori di marzo e la scomparsa della neve erano accolti come una liberazione, e le piante dei piedi s’indurivano in cotiche callose da nemmeno temere gli spini.

Avril Aprile
e va ench e zentil. va anche il gentile.

Anche il gentile – la persona cioè che si riguarda perché teme ogni soffio d’aria e qualsivoglia cambio di temperatura (trattasi evidentemente di benestanti) – in aprile prende coraggio, si stacca dal focolare ed esce finalmente di casa per andare a passeggio. Ma c’è un proverbio castiglionese che vogliamo citare per l’originale metafora con cui esprime il vitalismo che accompagna la primavera:

in avrile al crèsce anco al mango dal badile
in aprile cresce anche il manico del badile.

Il manico del badile, si sa, è secco da tempo, ma il rigoglio primaverile della natura lo empie di fremiti – il detto, tuttavia, suggerisce maliziose analogie.
E siamo a maggio, il mese magnificato su tutti e da tutti, tanto che i giovani giravano la campagna a cantér mâz, a cantare maggio con rime augurali:

Ecco qui maggio che se ne vien pian piano
con rose e fiori e la spiga del grano.
Bene venga maggio…

Ma torniamo ai proverbi agricoli:

quent e pióv e dé ed l’Ascensión quando piove il giorno dell’Ascensione
e gren an fa brisa ben la granisón. il grano non fa bene la granigione.

A maggio – l’Ascensione cade intorno alla metà del mese – occorre il bel tempo: se i giorni di pioggia sono troppi danneggiano la buona crescita del grano, il suo formarsi nella spiga. Lo conferma il seguente:

Maz ortulén Maggio ortolano (cioè con pioggia per l’orto)
dimondi paia e póc grén. molta paglia e poco grano.

Attenti comunque alle imprevedibili insidie del tempo montanaro: chi à un bon zòc al tègna per mâz / chi ha un buon ceppo di legna lo tenga per maggio. Non si sa mai…

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