La passione dei bolognesi per le mongolfiere

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La (dis)avventurosa vita del marchese Francesco Zambeccari che nei primi anni dell’800 tentò un viaggio in mongolfiera che finì nelle acque dell’Adriatico. La sua impresa diede coraggio a tanti amanti del brivido che durante il secolo tentarono, con alterne fortune, di emularlo.  Da Antonio Marcheselli a Francesco Orlandi fino allo spernacchiato Muzio Muzzi e alle spericolate Elisa Otway e madame Poitevin

di Serena Bersani

(articolo pubblicato nel numero uscito nella primavera 2018)

L’AMMARAGGIO DI ZAMBECCARI – La caduta della mongolfiera del marchese Zambeccari in un disegno del pittore Antonio Basoli, dalle collezioni di Genus Bononiae

I cieli sopra Bologna hanno rappresentato un’attrattiva irresistibile per i pionieri del volo all’alba del XIX secolo. Parliamo di pionieri perché ancora nessuno in Italia aveva avuto l’ardire di emulare i fratelli Mongolfier che, per primi, di là dalle Alpi, erano saliti in cielo a bordo di un pallone aerostatico. Il sogno di Icaro sotto le Due Torri ebbe il precursore nell’ardimentoso marchese Francesco Zambeccari, capace di tenere per ore migliaia di bolognesi con il naso all’insù e il fiato sospeso per assistere alle sue performance, fino all’ultima drammatica esibizione conclusasi sul prato della chiesa della Santissima Annunziata a Porta San Mamolo il 21 settembre 1812.

Ma chi era Zambeccari? Discendente da una ricca e nobile famiglia bolognese, aveva una predisposizione per l’avventura e non si risparmiò emozioni per terra, per mare e per aria. Da giovane si arruolò nella marina spagnola e combatté contro i pirati, in seguito si trasferì a San Pietroburgo ed entrò nella marina imperiale russa finendo poi, dopo un naufragio, prigioniero dei turchi. Nelle carceri di Costantinopoli rimase oltre due anni, mettendo a frutto il forzato periodo di astensione dalle avventure con la progettazione della macchina aerostatica che avrebbe poi costruito e sperimentato nei cieli bolognesi. L’idea gli era venuta a Parigi, dove era riparato dopo le imprese spagnole per sfuggire al tribunale dell’Inquisizione e aveva potuto assistere alle sperimentazioni dei fratelli inventori della mongolfiera. Il primo aerostato del marchese Zambeccari si alzò in volo dalla collina della Montagnola nella notte tra il 7 e l’8 ottobre 1803 davanti a un folto pubblico che in città ne seguiva le imprese. Con lui c’erano anche due collaboratori, Gaetano Grassetti di Roma e Pasquale Andreoli di Ancona. L’impresa andò ben oltre le aspettative e rischiò di essergli fatale: il pallone salì troppo in alto, ai tre si congelarono gli abiti e poi gli aeronauti persero i sensi. I bolognesi li videro sparire nel buio e non ne ebbero più notizie fino al giorno seguente quando il pallone precipitò nell’Adriatico e i tre naufraghi vennero fortunosamente tratti in salvo da una barca di pescatori mentre andavano alla deriva al largo dell’Istria. La disavventura non fermò l’intrepido marchese che, dopo aver recuperato il pallone finito in Bosnia e rimesso a punto il suo cesto volante, l’anno successivo ritentò l’impresa partendo dalla collina di San Michele in Bosco e riuscendo a portare l’aerostato sopra Piazza Maggiore e a sostarvi a lungo per lo stupore e l’ammirazione di circa cinquantamila cittadini che si erano radunati lì e a Porta San Mamolo per vederlo innalzarsi. Ma al terzo volo l’attendeva l’appuntamento con il destino. Il 21 settembre 1812 la folla radunatasi nel prato della Santissima Annunziata si trovò ad assistere a un tragico spettacolo. Subito dopo il decollo la mongolfiera urtò un albero, poi prese fuoco. Il compagno d’avventura di Zambeccari riuscì a saltare a terra, ma così la mongolfiera alleggerita partì a razzo verso l’alto e il marchese si gettò troppo tardi dall’aerostato in fiamme sfracellandosi al suolo. Malgrado la tragica fine del pioniere del volo in mongolfiera, l’entusiasmo per gli aerostati contagiò i bolognesi di tutte le classi sociali divenendo una sorta d’intrattenimento scientifico. Il concittadino Antonio Marcheselli nel 1813 riuscì a compiere con successo parecchi voli in pallone e così Francesco Orlandi tra il 1825 e il 1849.

La sfortuna dello Zambeccari colpì invece l’ambizioso meccanico bolognese Muzio Muzzi che ideò un’aeronave da lui chiamata “rettiremiga”, che aveva ai lati della navicella due grandi ruote, i cui raggi disponevano di ali girevoli che potevano essere disposte dal pilota sia di piatto sia di taglio per meglio dirigere il mezzo. Muzzi riuscì a portare a termine la costruzione della sua macchina, il cui modello era stato esposto in una sala in via Sampieri, attraverso quella che oggi chiameremmo una forma di crowfunding. Nel 1835 venne infatti aperta una sottoscrizione pubblica di azioni del valore di uno scudo e due paoli che garantivano un certo numero di biglietti per assistere al volo. Lo spettacolo però tardò oltre due anni perché il meccanico dovette ridimensionare le proprie ambizioni e le dimensioni dell’aerostato. Nel marzo 1838 la macchina venne finalmente esposta nel salone del Palazzo del Podestà e in autunno si decise di farla partire. Muzzi affittò un vasto prato fuori Porta San Donato dove fece costruire un grande anfiteatro e due torri di legno più alte della Garisenda a cui appendere la “rettiremiga”. 

LA RETTIREMIGA- l’immagine della macchina di Muzio Muzzi

Il 5 novembre una folla molto paziente di cittadini si riversò nel prato e in tutte le alture cittadine, sui tetti delle case, perfino sugli alberi. Attesero fino a sera, poi l’esibizione venne rinviata al giorno successivo per le cattive condizioni atmosferiche. Il 6 novembre il copione si ripeté: avvisati dallo sparo di un colpo di cannone, i bolognesi salirono nuovamente sulle colline e raggiunsero altri luoghi strategici per non perdersi lo spettacolo. Rimasero in attesa per oltre dieci ore e, quando ormai faceva buio, Muzzi riuscì a gonfiare il pallone. Ma forse non aveva dosato bene la tenuta del globo che, con un rumore spaventoso, si strappò e poi si afflosciò al suolo prima ancora di alzarsi in volo. Lo sfortunato aeronauta riprovò l’impresa la settimana successiva dopo avere rappezzato il pallone, ma il copione funesto si ripeté identico. I bolognesi non glielo perdonarono. Il povero Muzzi fu spernacchiato in tutti i modi e con tutti i mezzi disponibili: apparvero scritte ingiuriose sui muri cittadini, su di lui vennero scritte satire che lo dipingevano come il re dei somari, un ignorante, un gran furfante e sulle riviste vennero pubblicate vignette satiriche che lo vedevano protagonista di imprese da manicomio. Dovette andarsene da Bologna e morì a Cuba dimenticato da tutti. Dove non riuscirono gli uomini, arrivarono le donne. Il 30 aprile 1868 i bolognesi poterono assistere a uno spettacolo straordinario: una mongolfiera si alzò niente meno che da piazza Maggiore con un equipaggio tutto al femminile. Nella cesta c’erano lady Elisa Otway, una bizzarra dama inglese che viveva a Bologna, appassionata delle immersioni negli abissi e delle ascese tra le nuvole, e madame Poitevin, una francese amante degli sport estremi, che sul pallone era già solita molte volte, anche in groppa a un toro. Le due donne, vestite di tutto punto con tanto di cappellino in testa, sorvolarono Bologna in mongolfiera per una ventina di minuti per poi atterrare con leggiadria in un prato fuori Porta Santo Stefano dove le attendeva un folto pubblico a bocca aperta.

Quand Monti al vularà al Zigant al cantarà
La passione del volo contagiò i bolognesi anche all’inizio del XX secolo. Dalle disavventure di uno di questi pionieri nacque addirittura un detto popolare, che recitava: “Quand Monti al vularà al Zigant al cantarà”, cioè “quando Monti volerà il Gigante canterà”, per evidenziare un’impresa impossibile. Il Monti a cui si fa riferimento era un tale Filippo Monti impiegato del dazio che, il giorno dell’Epifania del 1910, radunò ai Prati di Caprara un folto pubblico pagante un biglietto d’ingresso per assistere alla sua ascesa tra le nubi a bordo di un apparecchio ultraleggero di sua costruzione chiamato Bleriot XI. L’aereo però non si staccò da terra e il pubblico si sentì preso in giro sommergendo lo sfortunato Monti di fischi e d’insulti. Da quella vicenda ebbe origine il modo di dire bolognese, oramai caduto in disuso, “volare alla Monti” per sottolineare il fallimento di un’impresa.
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