La chiesa di Minerbio liberata ma senza campanile

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Il campanile fu fatto esplodere il 22 aprile del ’45 dai tedeschi in ritirata. Fortunatamente il resto dell’edificio rimase intatto comprese le meraviglie che contiene, a partire dall’abside opera del noto scultore bolognese Giuseppe Mazza

di Gian Luigi Zucchini

Ricordo ancora benissimo quella mattina del 22 aprile 1945, quando le truppe alleate, dopo essere entrate a Bologna, dilagavano nella pianura verso il Po e Ferrara. Io mi trovavo a Minerbio con i miei genitori, sfollati dalla città per via dei frequenti bombardamenti e di altre atrocità dovute alla cruenta guerra che si stava combattendo anche in Emilia, con l’intervento tragico delle SS naziste.
Dopo una notte di continui cannoneggiamenti, si fece, verso l’alba, uno strano, improvviso silenzio. Poco alla volta, la gente uscì dalle case, e si interrogava smarrita a che cosa fosse dovuta quella pacatezza quasi sublime, nella luminosità di un aprile ancora timidamente invernale. Intorno, molti alberi fioriti, e tutta la campagna piena di molte tonalità di verde. Si guardava fissamente la via del Canaletto, che iniziava ai margini del paese e si dirigeva poi, tra due fossati ai margini, verso la via di comunicazione più battuta, che collegava direttamente Bologna a Ferrara. Qualcosa doveva pur apparire da lì: truppe appiedate, carri, autoblinde, cannoni, carri armati….Chissà. Invece nulla. E in quel silenzio assoluto, un boato immenso, improvviso e terrificante, che si perse con un’eco prolungata nella campagna. Tutti fuggirono rapidamente, chi in casa, chi nascondendosi nelle vicinanze. Anche i miei genitori rientrarono rapidamente, chiamandomi. Ma io, curioso, con l’incoscienza propria dei bambini, volli ancora rimanere guardando in giro per vedere se si scorgesse qualcosa di vivo, di animato. E infatti, dopo una decina di minuti all’incirca, apparvero all’inizio della strada, provenienti dal paese, due soldati tedeschi. Avanzavano lentamente, e uno dei due teneva sulle spalle un’asta di legno con in cima un cencio bianco, una specie di bandiera di resa, nel caso si fossero incontrate formazioni partigiane, già in quel territorio molto attive. Cosa che dopo qualche chilometro avvenne, come ci fu poi riferito in seguito.

Chi erano mai quei due poveri soldati, assai dimessi e polverosi, che avanzavano con passo stanco per la strada? E che ci facevano lì, da soli, avanzando anche lentamente, come se aspettassero di essere catturati il prima possibile? Infine, c’era un collegamento tra quel boato udito poco prima, e quei due che erano apparsi come zombi all’inizio della via del Canaletto, subito dopo la svolta che portava al centro del paese?
Sì, c’era un collegamento; anzi, la loro presenza di ultima retroguardia era la conseguenza di un atto che aveva dato luogo poi all’esplosione udita poco prima. I due infatti avevano dovuto far esplodere il campanile della chiesa parrocchiale, dopo che tutti i soldati tedeschi si fossero ritirati dal paese, nell’esatto momento in cui si sarebbero cominciate a vedere le prime avanguardie dell’esercito alleato avanzare da Bologna verso i borghi della pianura. Cosa che essi fecero puntualmente, lasciando al posto del bel campanile settecentesco un mucchio di macerie.

Fortunatamente, la chiesa non fu toccata, e rimase pressoché intatta, conservando il prezioso abside opera del noto scultore bolognese Giuseppe Mazza, che tante opere di notevole bellezza e grazia ha lasciato in città e in altri luoghi. E così, ricordando da testimone un fatto molto modesto ma forse interessante per gli eventi accaduti a Bologna e dintorni, è quasi d’obbligo allargare il discorso alla chiesa, definita ‘la più bella della provincia bolognese’ proprio in ragione del lavoro del Mazza, oltre che per le ulteriori opere d’arte conservate nella stessa chiesa e nella sacrestia.


Costruita tra il 1733 e il 1737 per opera dell’architetto Carlo Francesco Dotti, fortemente incoraggiato dal cardinale Prospero Lambertini arcivescovo di Bologna (poi papa Benedetto XIV), è costituita da un’unica grande navata, con altari laterali dove si possono ammirare dipinti pregevoli, alcuni anche di notevole valore artistico, opera di maestri bolognesi dell’epoca, tra cui Gian Gioseffo Dal Sole (Bologna, 1654 – 1719), Pietro Fancelli (Bologna, 1764; Pesaro 1850), Ubaldo Gandolfi (S. Matteo della Decima –BO- 1728; Ravenna, 1781), Ercole Graziani (Mezzolara –BO- 1651; Bologna,1726), Alessandro Guardassoni, (Bologna, 1819 – 1888), Vincenzo Spisanelli (Orta Novarese, 1595; Bologna 1663), Giacomo De Maria (Bologna, 1762 – 1838)
Ma ciò che sorprende e subito attira l’occhio di chi entra è l’abside, sormontato da un ampio complesso di stucchi e da un leggiadro movimenti di angeli e santi, tra volute di nubi e decorazioni simboliche, il tutto alleggerito da una luce diffusa che pervade tutto il lavoro allargandosi nell’abside fino a coinvolgere anche l’altare: opera molto sontuosa e di estrema eleganza decorativa, come del resto richiedeva la liturgia imposta dal Concilio di Trento, tipica della chiesa trionfante, in contrasto con la visione molto severa e spoglia della Riforma protestante.


Ma, al di là della simbologia liturgica, l’opera si fa apprezzare soprattutto per la genialità della composizione, per l’articolare armonia degli insiemi, per le figure che si integrano con leggerezza nell’intero complesso. Essa inoltre si traduce non soltanto in un prodotto estetico di grande valore artistico, ma anche in una trama di riferimenti biblici collocati nell’ambito di una sacralità che, proprio per la geniale creatività dell’autore, esula dal profano per entrare, anche e soprattutto per via della luce, in un’apertura solenne e maestosa di spiritualità.
Opera sicuramente da vedere, insieme alla Rocca Isolani (con gli affreschi di Amico Aspertini), costruita ad inizio del XIV secolo, e molto ben conservata, e al piccolo ma molto interessante centro storico, che fa di Minerbio un delizioso esempio di centro agricolo Sei- Settecentesco, con resti di elementi ben più antichi.

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