In fondo al POZZO

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Nel sottosuolo della piana dove sorgeva la rocca di Zappolino: qui si scontrarono quarantamila soldati divisi tra Guelfi e Ghibellini

di Francesco Nigro – VITRUVIO

Seguendo acque e sotterranei, ci spostiamo dalla città per raggiungere le colline bolognesi, nella Val Samoggia, dimenticando i lunghi filari di vite, gli alberi da frutto e quanto dipinge la campagna, per sprofondare letteralmente in un medioevo nascosto.
“Tempi bui”, un termine che si utilizza sempre più raramente per indicare un’epoca di mezzo troppo vasta per semplicistiche connotazioni e stereotipi. Eppure difficile non vedere qualcosa di dannatamente buio nella piana straziata dalla Battaglia di Zappolino. Impressionante la moltitudine di uomini in armi  scesi in campo nella valle del Samoggia, oltre quarantamila fra guelfi e ghibellini, in uno scontro campale che sarebbe rimasto nella storia. Era l’antitesi di quella rovinosa avanzata modenese ricordata per un trofeo di ben poca gloria, strappato ad un pozzo a pochi passi dalle mura di Bologna: una “vil Secchia” rapita dalle armate giminiane. Un misero secchio, che nei tempi a venire avrebbe infiammato la fantasia, più di un bollettino di guerra senza precedenti. Tuttavia è sempre di pozzi che stiamo per parlare.
Risalendo la collina, si giunge all’abitato di Zappolino, poche case strette intorno ad una chiesa e al suo cimitero, entrambi costruiti sui ruderi di una fortezza rasa al suolo che dominava la valle.
Della rocca di Zappolino resta molto di più di quel che appare a prima vista e lungo la strada bianca che si snoda a pochi passi della chiesa, troviamo una notevole dimora di sasso, oggi privata. Si tratta di Cà de Casini, una costruzione dalle origini remote che ha inglobato parte della mura massicce di quello che nel 1297 era parte del castello.
Particolari dettagli e alcuni fregi murati, in apparenza longobardi, ci portano ancora più lontano nel tempo, mentre un curioso sistema di fori scavati nelle pareti appare pensato per permettere di comunicare direttamente dal piano terra ai sotterranei. In disparte, oltre alle volte delle grandi cantine, si apre un cunicolo trecentesco, scolpito direttamente nell’arenaria punteggiata di fossili marini su cui poggia l’intero edificio.

Una grata in ferro battuto chiude l’accesso ad un angusto percorso sotterraneo che penetra nella roccia, sfumando nel buio. Stretto, ma ancora sufficientemente ampio per permettere un rapido accesso, chinati, sfregando contro le pareti scalpellate a mano.
Il cunicolo termina in una sala sotterranea, scavata a ridosso del margine di un pozzo. Un passaggio segreto che conduceva in un rifugio sicuro? L’ultimo disperato nascondiglio in caso di assalto?
Molti metri più in alto filtra la luce fra le assi che coprono la sommità del pozzo, in fondo si respira il buio di un medioevo che penetra nella pietra e nella sabbia di Zappolino.

 

 

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