Il Santuario di Boccadirio

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La tradizione narra che il 16 luglio del 1480 la Madonna apparve a due pastorelli. Il maestoso santuario che fu costruito in quel luogo da secoli è meta dei pellegrini di Emilia e Toscana

di Michelangelo Abatantuono
(pubblicato nel numero uscito nell’inverno 2010)

Il Santuario della Beata Vergine delle Grazie di Boccadirio si trova a Baragazza, frazione del Comune di Castiglione dei Pepoli. È tra le principali mete di pellegrinaggio della regione e tradizionalmente raccoglie un vasto flusso di fedeli e di visitatori anche dalle terre di Toscana.

Il culto mariano e l’edificazione del maestoso santuario che oggi è possibile ammirare traggono origine dall’apparizione della Vergine a due pastorelli di Baragazza, ai quali la Madonna sarebbe apparsa secondo la tradizione il 16 luglio 1480. Chi arriva al santuario si trova in immediato rapporto con l’ambiente circostante: il complesso, immerso tra ampie foreste di castagni, faggi ed abeti è lontano da centri abitati e grandi vie di comunicazione; la sensazione che si può provare oggi, se dimenticassimo per un attimo le onnipresenti automobili, è simile a quella di un tempo ormai perduto.

Ecco il racconto di due escursionisti bolognesi che, giunti a Castiglione il giorno precedente, arrivarono a Boccadirio il 15 agosto 1853, nel giorno della festa dell’Assunzione di Maria: “Partimmo da Castiglione la mattina presto per andare a Bocca di Rio. La distanza è di circa sei miglia; la strada corre quasi sempre fra i boschi; un castello, Baragazza, è sulla via; esso ha l’aspetto agiato e trovasi in una bella posizione… Il Santuario si compone di un vasto chiostro circondato da portici di una struttura particolare, e di una Chiesa di mezzana grandezza e di architettura comune, ma edifizio sorprendente in mezzo a quel deserto e sospeso su di un profondo burrone. Stando nel mezzo del chiostro si vede d’ogni intorno sovrastare all’edifizio il bosco di castagni, e attorno ad ogni albero un gruppo di montanari che stanno colà quasi accampati, o riposando, o cibandosi con le modeste provvigioni che hanno recate con loro. E dappertutto in fine, nel chiostro, nella Chiesa, nel viale, una folla variata, pittoresca, vero popolo delle montagne superiore a quello del piano come la poesia alla prosa; uomini con cappelli a larghe falde; donne vestite a colori vivaci, portanti sul capo o cappelli di nero castoro a guisa degli uomini, o larghi cappelli di fine paglia di Toscana: e tutti portano al capo, per un poetico costume proprio di quella festa, un mazzo di fiori variopinti che nell’assieme producono l’effetto più bello. Eravamo immersi nel piacere di contemplare quella scena così nuova per noi, quando un ben diverso spettacolo ce ne distrasse. Tutta una famiglia di Inglesi saliva il viale a cavallo: uomini e donne con le loro fisionomie originali, la loro aria dominatrice… e fra loro due giovinette quali io non aveva mai vagheggiato neppur ne’ miei sogni: creature delicate ed incantevoli come la natura ne ha date all’Inghilterra per consolarla del suo triste cielo e del suo pallido sole…” Così scriveva Giuseppe Fontana nei suoi diari, certo influenzati dai toni romantici del secondo Ottocento.

L’afflusso dei pellegrini al santuario era divenuto imponente già a partire dal Seicento, quando il complesso cominciò a prendere le forme attuali, con la costruzione della grande chiesa sospesa sulla confluenza dei due rii ove era avvenuta la miracolosa apparizione. Le strutture vennero poi completate verso il 1680 con la costruzione del chiostro che racchiude l’ampio prato antistante la chiesa. Alla metà del secolo si era provveduto all’edificazione di una locanda al fine di fornire vitto e alloggio ai pellegrini più facoltosi. Quelli più facoltosi, poiché il popolo minuto che giungeva al santuario soprattutto in alcune ricorrenze annuali, uniche occasioni in cui veniva mostrata la sacra immagine della Vergine (opera cinquecentesca di scuola robbiana), pernottava in chiesa o sotto il porticato.

Le copiose offerte dei fedeli e dei Pepoli (padroni del feudo di Castiglione, un piccolo stato autonomo entro cui si trovò Boccadirio fino al 1796) contribuirono a dotare riccamente il santuario di addobbi e paramenti, tanto che nel 1728 si costruì il grande credenzone che ancora oggi si trova in sagrestia, per contenere arredi e suppellettili: tappeti, cuscini, portiere, damaschi reliquiari.
A Boccadirio si giungeva a piedi, sobbarcandosi spesso anche diverse decine di chilometri di viaggio, ma si trattava di un gesto connaturato all’indole dei poveri abitatori della montagna, pastori e agricoltori, che si identificavano nei due pastorelli a cui il divino si era benignamente mostrato, in un epoca di crude e impietose disparità di classe. Il percorso era componente fondamentale del pellegrinaggio, poiché lo stesso tragitto, lungo, faticoso, percorso a piedi costituiva una penitenza, tanto che alcuni solevano levarsi le scarpe (beninteso chi le possedeva) per accrescere la penitenza o porsi una pietra sul capo.


La vista dei pellegrini accampati produceva sconcerto nelle autorità ecclesiastiche, come nel 1911: “per chi entra [in chiesa]dopo le 22 trova uno spettacolo che non si sa come definire: tante donne dormienti l’una presso l’altra sul nudo pavimento ed in ogni angolo”. L’uso di dormire in chiesa, nel corso del Novecento, viene sempre più ritenuto inaccettabile, sia per la promiscuità fra uomini e donne difficilmente controllabile, sia per le pericolose accensioni di fuochi all’interno dell’edificio, che causavano anche il progressivo annerimento di pareti, quadri, suppellettili.
Per porre rimedio e freno a questo comportamento, che pare risalire a diversi secoli addietro, nel 1924 il visitatore vescovile giungeva a suggerire di celebrare dall’una di notte a mezzogiorno una messa ogni ora: gli stanchi pellegrini sarebbero stati scoraggiati dalla continua litania…

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