Il nocciolo, l’albero dei rabdomanti

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I suoi amenti pieni di polline annunciano che la primavera è alle porte. Dalla farina ottenuta con i suoi frutti si ricavano mille prelibatezze

di Lucilla Pieralli

(articolo pubblicato nel numero uscito nell’autunno 2018)

Sempre per restare nella nostra adorata montagna bolognese, non si può non descrivere una pianta comunissima nei nostri rivali, nei nostri greppi, nelle siepi e nei boschi: il nocciolo. La pianta parte come un modesto arbusto, in sordina in mezzo a salici, cerri, cornioli e sambuchi poi piano piano diventa invadente e fa un cesto di alberelli frondosi che lentamente si appropriano della luce del sottobosco. Nel tempo, se lasciato a se stesso, il cesto diventa sempre più alto allargandosi a ventaglio e seleziona il suo tronco principale che si irrobustisce fino a diventare un vero albero . Abbastanza grande da toccare i tetti delle case, si trasforma poi in abitazione per molti animali, primi fra tutti i ghiri. Le sue nocciole sono cibo per molte specie non solo per l’uomo. Anche le api ne adorano la presenza e nella primissima primavera gli amenti pieni di polline che penzolano dai suoi rami sono il primo segnale che l’inverno è finito e che quindi si può cominciare a deporre la covata per avere presto le indispensabili armate di giovani bottinatrici che serviranno a raccogliere il nettare per fare il miele. Il suo legno è da sempre carico di significati simbolici come d’altronde tutte le piante utili che hanno accompagnato l’uomo nella ricerca affannosa di cibo fin dall’alba dell’umanità. Tra tutti, quello che mi ha colpito di più viene riportato dai fratelli Grimm nella favola originale di Cenerentola, dove la ragazza invoca l’albero di nocciolo di trasformarla in una principessa per la durata delle tre sere durante le quali a palazzo il Principe avrebbe scelto la sua sposa. Pianta legata, nei culti remoti, alle divinità femminili e alla Luna, è da sempre l’essenza con la quale i rabdomanti cercano l’acqua. La bacchetta a tre punte con la quale si cercano le sorgenti sotterranee nei campi è di nocciolo a testimonianza di quanta importanza ha questo albero ubiquitario qui da noi.

Inutile dire che è la noce che ci interessa: raccolta alla fine dell’estate si mette ad asciugare, poi con santa pazienza una ad una si estraggono i semi dalla durissima noce che ulteriormente seccati, poi si tostano e si conservano in barattoli di vetro. La nocciola è un frutto molto nutriente e contiene il 50% di olio. È ricco di rame e di vitamina E . Alcune nocciole al giorno garantiscono per un individuo sano il fabbisogno quotidiano di questi due elementi . Entra nella composizione dei torroni, dei cioccolati nocciolati, del gianduia, che è fatto di farina di nocciole e del 15/20 per cento di cacao. Si racconta che all’inizio dell’800, a causa di un blocco dell’importazione delle spezie decretato da Napoleone, a Torino si inventasse il famoso gianduiotto grazie proprio alle coltivazioni di nocciole presenti in zona. Ancora oggi in Piemonte e nel Lazio ci sono vastissimi noccioleti senza i quali non avremmo la nostra adorata Nutella la cui produzione richiede enormi quantità di pasta di nocciole. Ma la modernità a volte non è solo predatoria dell’ambiente e nella ricerca di far valere sempre di più i concetti espressi dalle teorie legate all’economia circolare i gusci densissimi della risulta di questa lavorazione sono diventati una sorta di pellet della natura che, utilizzato come combustibile, scalda le case di molta gente e speriamo, sempre di più ne scalderà. Raccogliamole quindi, spendiamo un po’ del nostro tempo e facciamone un cesto, quanto basta per una famiglia in un anno. Poi impariamo ad aspettare che si asciughino e quindi puliamole. Poi con santa pazienza liberiamole del guscio e prepariamole a diventare cibo. Questi passaggi, questa attesa, questa pazienza, si sono persi nella nostra cultura ma sono vitali sia per la nostra salute fisica e sicuramente e maggiormente per quella mentale.

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