Il medico e il brigante, un duello per fare l’Italia

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In Appennino la lotta tra piemontesi e papalini ebbe due grandi protagonisti: il Capitano Amato Gamberini e Gaetano Prosperi, per tutti Lo Spirito. Liberale il primo, ribelle il secondo, diedero vita ad una caccia all’uomo senza esclusione di colpi, fatta di agguati, fughe rocambolesche e faide famigliari conclusa con l’esecuzione del bandito a Porta Lame nel giorno del suo compleanno, il 15 dicembre 1863.

Di Claudio Evangelisti

(Pubblicato sul numero uscito nell’inverno del 2011)

Allo scadere del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, è doveroso ricordare i personaggi che ebbero un ruolo da protagonista nel compimento del processo di unificazione. Del Cavaliere Amato Gamberini si è già scritto diffusamente all’interno del romanzo storico “Lo Spirito”, edito recentemente dal gruppo studi  Savena Setta Sambro. Ma da una più approfondita ricerca su questo poliedrico personaggio che ha dato lustro a Loiano, sono emersi nuovi particolari e documenti inediti. L’eccellentissimo medico chirurgo Amato Gamberini, fu Capitano e Cavaliere dell’Ordine Mauriziano, nonché rappresentante del partito liberale e accanito oppositore del partito dei “neri”. Suo degno avversario era infatti l’ascetico arciprete di Lojano, Don Massimiliano Magnani, che impersonava la più rigida intransigenza del partito Papista.

Amato Gamberini nacque a Loiano il 25 settembre 1825, figlio del dottor Paolo, decise di seguire le orme paterne, iscrivendosi alla Facoltà di Medicina dell’ateneo bolognese. Durante quel periodo, proprio per frenare gli ardori dei giovani universitari, Pio IX acconsentì alla formazione del battaglione universitario bolognese comandato dal generale Durando e organizzato da Berti Pichat. Quando il 10 aprile 1848 fu costituita la 1° compagnia mobile universitaria, composta da 54 individui, Amato Gamberini fu eletto caporale, diventandone l’ufficiale medico e andando a combattere per l’indipendenza di Venezia. L’ardire e l’ambizione non erano estranee al carattere impetuoso del Gamberini che dopo esser riuscito a diventare medico condotto di Loiano, sposò Giuseppina Dall’Olio, sorella del Cavaliere Cesare Dall’Olio, di cospicua famiglia Loianese e gestore del delicato servizio di Posta.

Dal 1849 al 1859,  Gamberini e il cognato capeggiarono la cosiddetta “trafila” nella valle del Savena sino al confine toscano e numerosi furono i cospiratori che riuscirono a trarre in salvo. Il celebre cronista del ‘900, Fulvio Cantoni, così lo descrive: “Di fronte al partito dei neri si ergeva, degno, aperto, irremovibile avversario, uno schietto liberale, dai modi simpatici, di animo nobilissimo e cuor d’oro, di salda tempra, colto, fattivo e già combattente nel 1948 colla Legione Bolognese, il medico condotto e possidente di Lojano, dottor Amato Gamberini”

L’8 agosto del 1860 con l’annessione al Regno di Sardegna e la cessazione del potere temporale dello Stato Pontificio, avvenne la sommossa di Monghidoro sobillata dal delegato pontificio Monsignor Tancredi Bellà, a causa dell’imposizione sulla leva obbligatoria che rubava le braccia ai campi. Il Capitano Gamberini si gettò con cieco furore all’inseguimento dei vigliacchi papalini e dei capi della rivolta che erano Gaetano Prosperi detto lo Spirito e Assuero Ruggeri. I due ribelli si rifugiarono nelle Marche, aldilà del precario confine di Cattolica. Dopo la presa delle Marche per mano del generale Cialdini, lo Spirito riuscì a sfuggire ai piemontesi ancora una volta, ma il Gamberini aveva deciso di farla pagare a quell’impudente mugnaio detto Al Spirit! Per quasi tre anni ne nacque una caccia serrata senza esclusione di colpi, agli agguati delle guardie nazionali guidate dal Gamberini ne seguivano altrettanti dello Spirito che era tenuto nascosto e aiutato dalla maggioranza della popolazione. Il Prosperi risultò imprendibile alla forza pubblica e il Cantoni lo paragonò “all’inafferabile De Wet”, il valoroso capo dei Boeri nella guerra contro gli inglesi.

L’episodio più eclatante avvenne il 19 agosto 1861 quando il Capitano Gamberini rimase ferito nell’ennesimo agguato alle Lastre di Barbarolo. Per il mancato assassinio del Gamberini fu incolpato lo Spirito che un mese prima, il 15 luglio 1861, aveva ucciso in un celebre duello il vice brigadiere Sondaz  a Lògnola (a lui è stata recentemente dedicata una piazzetta di Loiano e posta una lapide sul luogo del duello, a Cà de Rossi).

Nel settembre del 1861, lo Spirito passeggiava tranquillamente per Roncastaldo, quando venne ferito in modo lieve da una fucilata alla schiena, sparata proditoriamente dal capitano Gamberini, che lo vide passare mentre stava giocando a carte nell’osteria dei fratelli Macchiavelli, nemici giurati dei Prosperi a causa di vecchie faide familiari. Lo Spirito decise così di rifugiarsi a Roma, coperto dai servizi segreti vaticani e proprio dalla città eterna il 6 gennaio 1862 partì la famosa lettera indirizzata a Gamberini, in cui il brigante sfidava il medico.

La lettera arrivò pochi giorni dopo allo stesso Gamberini e non si sa come, il proprietario del Corriere dell’Emilia, Pasquale Cuzzocrea, riuscì ad entrare in possesso della lettera e a pubblicarla nella settima colonna di detto giornale in data 22 gennaio 1862. Il giornalista fu indagato per sospetta complicità coi disertori della montagna, ma non risulta che venne poi scoperto come l’ebbe ricevuta. Un anno dopo, quando lo Spirito gravemente ferito ad una mano si fece arrestare dai Carabinieri di Castiglion dei Pepoli, la giuria della corte di Bologna lo discolpò sia dall’aver scritto la lettera (Prosperi era analfabeta come la maggioranza della popolazione) che dall’attentato al Gamberini, salvo farlo decapitare a Porta Lame il 15 dicembre del 1863 proprio il giorno del suo compleanno. In seguito all’arresto dello Spirito e per aver frenato la reazione del 1860, sua maestà Re Vittorio Emanuele II nominò Gamberini Cavaliere dell’Ordine Mauriziano. Nel 1864 Giuseppe Bonafè fece comporre da Giuseppe Macchiavelli dei sonetti in onore del cavaliere Amato Gamberini che vennero affissi sui muri di Loiano: “…medico chirurgo eccellentissimo toglieva al grave pericolo di morte Fortunata Bianconcini per vasto scirro ulcerato alla destra mammella con aderenze sterno costali, il marito Giuseppe Bonafè questi versi offeriva…” Il manifesto originale scovato all’Archiginnasio durante le nuove ricerche sul Gamberini stupisce per l’acclamata devozione verso il medico chirurgo, quasi come fosse avvenuto un miracolo ad opera di un magnifico taumaturgo.

Il 19 marzo del 1897, all’età di 72 anni, Gamberini morì.  Nonostante in quegli anni, la montagna bolognese fosse ferventemente religiosa e parteggiasse per il partito temporalista, le operazioni di leva procedettero con regolarità e i montanari accettarono il servizio sotto la bandiera tricolore sabauda avviandosi così verso il loro destino.

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