Il castello scomparso di Gesso

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La storia del fortino costruito sopra uno sperone di roccia nei pressi di Calderino, tra nobili, faide e banditi, dal Tardo impero romano d’Occidente al XV secolo

Di Giuseppe Rivalta
(Parco Museale della Val di ZenaGSB/USB)

Chi percorre la strada che va a Calderino e passa nella località di Gesso, non immagina che, sulla cima di uno sperone gessoso, anticamente si ergeva un castello molto antico. Questo territorio ha una storia molto interessante ed affascinate. In breve così si può riassumere.

Monte Castello lato sud, sullo sfondo il campanile di Zola Predosa

Fin dalla Età del Bronzo, questa montagna, è stata frequentata da gruppi umani che hanno lasciato testimonianze ceramiche decorate e manufatti in selce. L’epoca era compresa tra il 2500 ed il 3370 a.C. circa (analoga alla famosa Grotta del Farneto). In età storica, molti secoli dopo, grazie alla presenza di una sorgente, un corso d’acqua perenne di boschi e per la presenza di selvaggina, venne costruito un  primo abitato. Secondo lo storico A.R. Della Casa, esisteva un Pagus Gixi ovvero un piccolo distretto di una Provincia. Era il periodo del Tardo Impero Romano d’Occidente. Questo villaggio essendo lontano da un centro amministrativo, per proteggersi da attacchi di banditi, si fortificò Nell’891, come risulta dai documenti, si parla già di un Castellum Gixi, con esistenza di un proprietario di nome Guido da Spoleto. Dopo l’anno 1000 viene costruita una torre circondata da mura ed il luogo prende la denominazione di “Castrum”. Nell’ Alto Medioevo, farà parte dei possedimenti matildici per poi diventare “Communitas Ruralis” sotto il Comune di Bologna. Analizzando la cosa più in dettaglio, in base alla documentazione dell’epoca, si può affermare che, nei primi decenni dell’anno mille, era appartenuto a Bonifacio, padre di Matilde e successivamente, nel 1055, la seconda moglie di Bonifacio, in un rogito, concesse della terra al prete Azzone di Zeula (=Zola). Con la morte della Contessa Matilde (1115) , il regno si disgregò e, nel l1116, vi fu una vertenza tra Gesso e l’Abbazia di Nonantola, per un problema di “usurpazione” dei beni. I territori matildici  del Lavino passarono sotto la protezione dei Conti di Sala, della famiglia degli Aigoni che, quindi diventarono i feudatari del Castello di Gesso. Nel 1164 gli abitanti del borgo (con l’appoggio del notaio Manfredo e di altri dignitari) furono messi sotto il governo di un podestà legato al Comune di Bologna. La popolazione del territorio era aumentata e  conseguentemente anche la produzione di beni di consumo. Come sempre accade nel mondo dell’amministrazione politica, per meglio sfruttare un’economia in deciso sviluppo, vennero aumentate le tasse in maniera esagerata. La comunità fu costretta a vendere i beni, faticosamente guadagnati col proprio lavoro, per sopravvivere. Sembra di leggere una cronaca di oggi. In otto secoli ben poco è cambiato… .

Monte Castello

Nel 1282, il paese di Gesso, era ormai ridotto a sole 39 famiglie. Si cominciano a verificare diversi fatti di sangue. Uno di questi è ben descritto dallo storico Cherubino Ghirardacci, nella sua Historia di Bologna. In breve i fatti si erano così svolti:

Nicchie scavate nel gesso

Mese di Novembre 1301: Desolo (figlio di Guidone di Guzzano) insieme a Gualtiero di Guzzano e Guidinello da Monte, insieme ad altri banditi, saccheggiano e uccidono facendo  scorribande in varie località del circondario. La gente abbandona i campi ed il prezioso bestiame, per rifugiarsi nei castelli. L’11 novembre la banda arriva a Gesso e, dopo aver ucciso e depredato il paese, si rifugia nell’omonimo castello, in cima alla rupe. Il Senato  bolognese, stanco di questa situazione,  convoca Paganino da Panico (nobile e temuta famiglia della Valle del Reno) e gli affida 400 soldati. Attraverso i boschi della Val Samoggia, arrivano sotto al castello di Gesso e sferrano diversi  attacchi senza risultati soddisfacenti. I banditi resistono. Allora il comandante Paganino ordina una finta ritirata, mostrando di allontanarsi. Al mattino successivo, alle prime luci dell’alba, sferra un improvviso e durissimo attacco che porta allo sfondamento del portone del castello. All’interno le truppe bolognesi letteralmente massacrano brutalmente tutti i banditi. Desolo, gravemente ferito viene fatto prigioniero e subito portato a Bologna dove però arriva morto. Come monito, il cadavere viene appeso per un piede ad una quercia come chiara dimostrazione che la legge aveva prevalso. Così tornò la tranquillità in tutti quei territori. 

La cisterna

Nel 1354, la Grande Compagnia Antiviscontea fortificò ulteriormente il castello, ma nel 1451 la rocca era ormai in rovina. Le case vennero ricostruite nel fondovalle, per meglio sviluppare i commerci tra Modena e Bologna. Poi le macerie ormai erano coperte dalla vegetazione e, con queste, anche la memoria storica del luogo, (come testimoniato da Serafino Calindri nel 1782). Negli anni ’60 dello scorso secolo, i soci della Unione Speleologica Bolognese, con un lungo lavoro di scavo, riportarono alla luce i pochi resti di questo castello e la sua cisterna, effettuando anche un accurato rilievo topografico. La soprintendenza archeologica effettuò anche lo studio dei reperti ritrovati.

Parete scavata del castello

Il luogo merita una sua valorizzazione con la possibilità di creare un accesso ed una adeguata cartellonistica che racconti questo pezzo, importante di Storia (ancora oggi poco conosciuto) direttamente  legato  a Zola ed a Bologna 

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