IL CALCIO VISTO DA UN POETA

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Pasolini e il Bologna dei magnifici anni Sessanta

testo di Marco Tarozzi
foto Archivio Luca e Lamberto Bertozzi

La Bologna di Pier Paolo Pasolini passa da lì, anzi si può dire che sia nata lì. Tra il liceo Galvani e i Prati di Caprara, il campo dove nel 1909 aveva preso il via la leggenda rossoblù, il luogo dove “quei matti che corrono dietro una palla” avevano iniziato a darsi appuntamento per dedicare un po’ del loro tempo e della loro gioventù al “football”.

Lì passava le sue ore anche lo studente liceale Pasolini, reimmergendosi nello spirito di una città che fino a quel momento era stata solo un luogo di nascita. Perché in quel periodo la casa natale in via Borgonuovo era un ricordo sbiadito, quasi rimosso per via dei trasferimenti del padre, capitano di fanteria, tra Parma, il Veneto e il Friuli. Anche se il Bologna, inteso come amore sportivo, era sempre presente, persino nei colori rosso e blu con cui l’adolescente Pier Paolo aveva tappezzato la camera a Casarsa, paese natale di mamma Susanna.

SOGNANDO BIAVATI

C’erano quegli interminabili pomeriggi passati correndo dietro al pallone, e c’era anche lo spettacolo delle partite vere, quelle viste dagli spalti dello stadio. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso. Quello era il Bologna più potente della sua storia: quello di Biavati e Sansone, di Reguzzoni e Andreolo (il re del campo), di Marchesi, di Fedullo e Pagotto. Non ho mai visto niente di più bello degli scambi tra Biavati e Sansone. Che domeniche, al Comunale…”
Amedeo Biavati fu il primo mito vero. Un campione del mondo che ispirò quel ragazzo magro ma già potente, un fascio di nervi, nelle sue sgroppate sulla fascia. Intorno c’era i
l Bologna di prima della guerra, quello dell’ultimo Felsner e dell’ultimo Schiavio, di Reguzzoni, di Sansone e Fedullo, del quinto e sesto scudetto. E Pier Paolo, sull’erba dei Prati, provava e riprovava il “doppio passo”, finché aveva fiato ed energia in corpo.

BULGARO, FACCIA DA ATTORE

Quando Pasolini giocava a pallone, lasciava trasparire un entusiasmo quasi infantile. Lo hanno ricordato nel tempo anche gli amici più cari, come Ninetto Davoli o Sergio Citti, impegnati tante volte al suo fianco in quella che allora si chiamava Nazionale Attori e Cantanti, e iniziava ad esibirsi per beneficenza. Lui era il capitano, naturalmente. E da quel gruppo passarono Gianni Morandi, Ugo Tognazzi, Franco Nero, Philippe Leroy, Enrico Montesano, Enzo Cerusico, Maurizio Merli.

Una passione di cui sono testimonianza proprio le parole di Citti, suo storico collaboratore così come di Bertolucci e Scola. “Una volta incontrò Giacomo Bulgarelli. Restò incantato: pareva avesse visto Gesù Cristo”. A Giacomino, leggenda rossoblù, il Pasolini regista arrivò anche a proporre un ruolo importante ne “I racconti di Canterbury”. Sosteneva che oltre ad essere un prosatore del calcio, a differenza di Riva che ne rappresentava la poesia, il Bulgaro avesse anche la faccia giusta per stare davanti alla macchina da presa. Ma forse i tempi non erano maturi perché un eroe del pallone si mescolasse a quelli del cinema, anche se il precedente di Raf Vallone, che prima di diventare attore aveva giocato in Serie A con i colori del Torino, avrebbe potuto invogliare quel ragazzo destinato a diventare una bandiera rossoblù. Che comunque ringraziò, declinando l’invito.

AMORE E PALLONE

Più tardi, Pasolini riuscì comunque a coinvolgere i suoi idoli, in modo totalmente diverso. Nel 1963, mentre lavorava a “Comizi d’amore”, documentario pensato con l’intento di conoscere le opinioni degli italiani sulla sessualità, l’amore e il buon costume, e per capire il cambiamento della morale dei suoi connazionali, riuscì a sondare il mondo del pallone e lo fece proprio attraverso i giocatori del Bologna. Irrompendo all’allenamento dei rossoblù per intervistarli e provocando un imbarazzo diffuso, perché quasi sessant’anni fa parare di certi argomenti e in certi contesti, e farlo senza filtri o remore, era piuttosto complicato. Date un’occhiata a quello spezzone: troverete Pavinato che sembra il più deciso, Pascutti che dice pane al pane e vino al vino, Bulgarelli che attacca un sermoncino da studente modello, Furlanis che divaga, Negri che evita l’argomento (come del resto faceva con ogni altro argomento). Una testimonianza da un mondo ancora chiuso, pieno di cose non dette.

TIFOSO VERO

C’è dunque il Pasolini tifoso, accanto al Pasolini giocatore. Entrambi appassionati. Dopo gli anni giovanili, il primo continuò a frequentare gli stadi, e quando possibile anche le partite del Bologna: a Roma si presentò spesso all’Olimpico per vedere i rossoblù impegnati contro la Roma o la Lazio. Gli piaceva andarci in compagnia, e il sodale preferito era Paolo Volponi, che condivideva con lui la fede rossoblù pur essendo nato ad Urbino. E il Comunale, oggi intitolato a Renato Dall’Ara, era sempre nei suoi pensieri, quando non addirittura nelle sue rime: “…E so come sia terso in questo ottobre / il colle di San Luca sopra il mare / di teste che copre il cerchio dello stadio…”

SFIDA TRA REGISTI

Il secondo, quello che andava personalmente in campo, restò agguerrito anche in età matura. Sempre all’ala, sempre a spendersi generosamente, sempre in cerca della vittoria perché perdere non gli piaceva affatto. Per dire, uscì dal campo arrabbiatissimo in occasione dell’improvvisato derby tra le troupes di “Novecento” e di Salò o le 120 giornate di Sodoma”, quando lui e Bertolucci interruppero i lavori sui set che distavano pochi chilometri l’uno dall’altro per sfidarsi in una partita accesissima. Si arrabbiò, Pasolini, perché quell’incontro come al solito lo aveva preso dannatamente sul serio, mettendo a disposizione anche la muta di maglie (rossoblù, ci mancherebbe) per la squadra, e una volta in campo aveva subito capito che i compagni avevano preso l’impegno sottogamba. Per la felicità di Bertolucci, che nel giorno del suo compleanno, seppure da semplice spettatore, vide il team di “Novecento” vincere 5-2.

FENOMENO SOCIALE

Pier Paolo Pasolini amava il calcio perché lo considerava fondamentale all’interno della nostra società. “Il calcio è un fenomeno sociale, che lui spiega come “un sistema di segni, un linguaggio. Chi non conosce il codice del calcio non capisce il “significato” delle sue parole (i passaggi) né il senso del suo discorso (un insieme di passaggi)”.
Lui lo conosceva davvero, quel significato. Al punto da non avere dubbi nemmeno sulla risposta da dare ad Enzo Biagi che gli chiese cosa avrebbe voluto diventare, senza cinema né scrittura: “Un bravo calciatore. Dopo la letteratura e l’eros, per me il football è uno dei grandi piaceri”.

Una sorta di Nazionale Cantanti in cui si vede anche un giovane Gianni Morandi

LA SOLITUDINE DEL POETA

Pier Paolo Pasolini a Roma aveva costruito la sua grandezza e coltivato la sua profonda solitudine. Scrivendo opere che hanno segnato il tempo, da “Ragazzi di vita” a “Una vita violenta”, da “Teorema” all’incompiuto e drammatico “Petrolio”; creando un cinema poeticamente tragico, fatto di accattoni e Vangeli. E c’è tragicamente il calcio anche a segnare la sua fine: su un campetto squallido del litorale, uno di quelli su cui si tirano calci sghembi al pallone, morì di una morte violenta e mai davvero chiarita una notte d’autunno del 1975. In quell’agguato non se ne andò semplicemente un personaggio famoso e controverso, uno scrittore, un regista, ma un uomo libero e controcorrente, e per questo assediato dai dubbi e da una malinconica tristezza. Uno che non aveva dimenticato i luoghi di Bologna: il Galvani, i Prati di Caprara, il Comunale, posti che aveva amato e nei quali aveva bruciato passioni ed emozioni.

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