I MITI DELLO SPORT FRANCESCO CAVICCHI, il gigante contadino

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Se ne è andato a 90 anni il più grande campione della boxe bolognese
Nel ’55 conquistò l’ europeo dei pesi massimi davanti a 60mila spettatori che gremivano le tribune dello Stadio

testo di Marco Tarozzi
foto di Lamberto Bertozzi

(articolo pubblicato nel numero uscito nell’autunno 2018)

Stava su come un tronco di quercia, in mezzo ai campi che erano da sempre la sua vita e il suo mondo piccolo. Vero, il tempo non fa sconti e per lui aveva da poco battuto novanta rintocchi, ed era stata festa grande tra la sua gente, laggiù a Pieve di Cento. Ma era quasi impossibile pensare a Checco Cavicchi come a una storia destinata a finire. In quella campagna amica tornava ogni mattina, appena dopo l’alba, fino a poco tempo fa. Perché, diceva, “in campagna qualcosa da fare si trova sempre”.

Era partito da lì, appena ventenne, per imparare i segreti della boxe, quell’arte che lo affascinava nelle posture e negli sguardi dei campioni che vedeva nelle foto sui giornali, davanti all’edicola della piazza di Pieve. Destinazione Bologna, le prime volte in bicicletta, tanto per capire che aria tirava nella grande città. Una volta socchiusa la palestra della Sempre Avanti, e aver fatto conoscenza con un maestro del pugilato come Leone Blasi, che lo prese sotto la sua ala protettiva, cominciò a organizzarsi e a scoprire i vantaggi della “litorina”. Ma era comunque un pensiero, perché, confessò pochi anni fa, “rubavo ogni giorno qualche ora alla mia famiglia, al lavoro nei campi. Ma a vent’anni si fanno cose senza pensarci troppo. E comunque non avrei mai creduto di resistere quindici anni sul ring. All’inizio era una voglia da togliere, perché mi affascinavano le storie di Tiberio Mitri e Duilio Loi. Strada facendo diventò una passione, e quella palestra un approdo naturale”.

Francesco Cavicchi

Eppure qualcuno riusciva anche a metterla in dubbio, quella passione. Francesco Cavicchi era per molti un campione troppo buono, a volte addirittura svogliato. Storie. Non si arriva al titolo europeo dei pesi massimi, senza crederci fino in fondo. Meno che mai ci si arrivava ai suoi tempi, quando non ci si smarriva tra troppe “versioni” di una categoria: ce n’era una sola, per il leggendario Nat Fleischer, la “bibbia della boxe” che ogni anno metteva in fila i migliori sulle colonne della rivista “The Ring”, e nel 1955 classificò Checco al nono posto nel mondo, in una graduatoria che vedeva Rocky Marciano al primo posto e Archie Moore come primo sfidante. Fu epocale, quell’anno, per il gigante che a Pieve tutti avrebbero continuato a chiamare “Cesco”, fregandosene dei diminutivi scelti da quelli della città. Fu la stagione del raccolto più grande, dopo appena tre anni da quando era diventato professionista. Dopo che la passione dei bolognesi per il loro campione aveva addirittura provocato ressa ai botteghini, e conseguenti disordini, in quella che all’epoca era la “casa” della boxe, la vecchia e gloriosa Sala Borsa. Proprio per questo, molto più che per la pallacanestro che allora non conosceva ancora il fenomeno di BasketCity, qualche anno dopo si sentì il bisogno di far nascere una struttura adeguata, in una zona da ricostruire dopo le ferite della guerra. Fu per Cavicchi e per il pugilato, prima che per qualunque altra forma di spettacolo, che nel 1956 si accesero le luci del Palasport di piazza Azzarita. Ma il piccolo Madison non c’era ancora quando Checco toccò il cielo con un dito. E allora tutta quella passione si riversò in un altro luogo storico dello sport bolognese, lo Stadio Comunale.

Era il 26 giugno 1955, in palio c’era la corona europea dei massimi, di fronte a Cavicchi il tedesco Neuhaus. Sugli spalti, 60mila persone. Oggi ci riuscirebbero in pochi, a fare un pieno così. Qualche idolo del rock, probabilmente. Cavicchi era campione italiano, dopo aver portato via il titolo a Uber Baccilieri al Palazzo del Ghiaccio di Milano, due anni prima, in un’altra indimenticabile serata di passione e delirio. Heinz Neuhaus era soprannominato “il birraio di Dortmund”, e certamente la sua propensione alla pinguedine aveva avuto una certa influenza sulla scelta del nickname. Ma era comunque un avversario di valore, campione in carica e combattente tosto ed agguerrito. Però quella sera lasciò la sua corona nelle mani di un campagnolo della Bassa bolognese, che con quel successo entrò in un club molto esclusivo: prima di lui, il titolo continentale dei massimi, in Italia, lo avevano conquistato solo Primo Carnera ed Erminio Spalla. Si rividero sul ring, col “birraio”: a Dortmund, nella tana di Neuhaus, e Checco subì una squalifica in una di quelle trasferte sottotono che di tanto in tanto gli capitavano, per fortuna nell’occasione senza titolo in palio; nella terza sfida, proprio al Palasport nuovo di zecca, il 21 luglio del ’56 chiuse la pratica, mettendo ko il tedesco all’undicesimo round. 

Corriere dello Sport 1955

Cavicchi era anche uno che non si risparmiava, sul ring. Diciannove incontri nel ’55, altri sei nel ’56, davvero tanti per un peso massimo. Due mesi dopo aver chiuso i conti con Neuhaus, arrivò uno svedese semisconosciuto a portargli via il titolo. Si chiamava Ingemar Johansson, e tre anni più tardi, allo Yankee Stadium nel Bronx, avrebbe sfilato la corona mondiale a Floyd Patterson. Cavicchi andò avanti tra i professionisti ancora a lungo, fedele al motto per cui “non si danno dieci pugni all’avversario, se per vincere ne bastano otto…”. Le borse guadagnate sul ring le reinvestiva facendo più bella la sua campagna. Comprando mucche, maiali, nuove attrezzature, trattori di ultima generazione per curare i campi. Continuò fino a una maledetta notte bolognese nella quale capì che l’avventura era finita. Era il 25 febbraio 1963, di fronte a lui un americano pressoché sconosciuto.

“Mi proposero di sfidare questo Tommy Fields” raccontava il vecchio campione”. Ero uscito da poco da un ricovero al Sant’Orsola, in quasi isolamento per una forma lieve di vaiolo contratta chissà come. Mi allenai con Dante Canè, che ho allevato io e mi faceva da sparring partner. Mi sembrava di essere a posto. Ma il giorno dell’incontro ero uno straccio, sul quadrato non vedevo nessuno. Sentivo, però: la gente fischiava, mi insultava. Alzai il braccio e dissi basta. Me ne tornai a casa mia e da allora non sono più venuto a vedere un incontro. Dissero: i fischi lo hanno ferito. No, era altro. Un senso di vergogna che non avevo mai provato. Pensai: se torno tra venti giorni a vedere un incontro, non me la perdonano ancora”.

Meglio salutare la compagnia. Non mi rivedranno più, aveva detto, e fu di parola. Solo qualche premiazione, a cui partecipava di rado perché “ricevere ancora troppi complimenti non fa per me”. Fino alla festa per i novant’anni, lo scorso 12 maggio, col sindaco di Pieve in testa. E i concittadini che non avevano dimenticato “Cesco”, perché poi “Checco” era roba per quelli di città. Perché lui, che amava fare il contadino, era stato capace di scaldare i cuori a sessantamila persone in una sola sera. Mica riesce a chiunque, un miracolo così.

LA SCHEDA

Cavicchi

Francesco “Checco” Cavicchi è nato a Pieve di Cento il 12 maggio 1928. Entrato nella palestra della Sempre Avanti a vent’anni, poco dopo era già tra i migliori massimi italiani nei Dilettanti, arrivando fino al titolo tricolore e alla maglia azzurra (cinque presenze). L’1 ottobre 1952 il primo match da professionista, battendo Mario Azzarà in due round. Campione italiano dei massimi nel ’54, battendo Uber Baccilieri a Milano, Il 26 maggio 1955 divenne campione d’Europa battendo allo stadio Comunale, davanti a 60.000 persone, il tedesco Heinz Neuhaus ai punti. Prima di lui, tra i massimi, solo Carnera e Spalla avevano conquistato il titolo continentale. Nella rivincita difese vittoriosamente il titolo il 21 luglio del ’56, perdendolo poi il 30 settembre dello stesso anno contro lo svedese Ingemar Johansson. Nel ’62, quasi a fine carriera, riconquistò il titolo tricolore contro Mazzola. L’ultima sfida nella primavera del ’63: sconfitto per abbandono alla settima ripresa dallo statuinitense Tommy Fields, contestato dal pubblico, disse addio al ring. In carriera 89 incontri, con 71 vittorie (45 prima del limite), 4 pareggi e 14 sconfitte. Ci ha lasciati il 22 agosto di quest’anno: tre mesi prima aveva compiuto novant’anni.

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