Feste religiose (e pagane) di primavera

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La saggezza della cultura contadina nei proverbi di una volta

di Adriano Simoncini

(Pubblicato sul numero uscito nella primavera del 2012)

Andatasene ormai la neve, il lungo inverno era finalmente solo un ricordo e il trillo dell’allodola, alta nel cielo, annunciava l’arrivo della prima festa di primavera: 19 marzo, San Giuseppe. Santo nel cui nome secoli fa s’erano resi cristiani i riti animistici che celebravano il risveglio della natura. La gente della vallata del Sambro festeggiava quel giorno a Valle di Monzuno, dove uomini e donne scendevano per viottole e sentieri dai crinali intorno. Terminata la processione con la statua del Santo e ricevuta la benedizione, iniziava la festa pagana: bere, mangiare, danzare – ma anche burle insulti scazzottature fra i maschi dei borghi per rivalità di donne o soltanto per volontà di primeggiare. E s’udivano sbeffeggi in filastrocche come la seguente, di cui riportiamo solo alcuni versi:

carscintón quii ed Zidrèccia                  

raza ed bèc quii ed Runcastéld             

bariagòt quii ed Semmindèt                  

crescentoni quelli di Cedrecchia

razza di becchi quelli di Roncastaldo

ubriaconi quelli di San Benedetto.

A Valle è rimasta nella memoria una giornata finita a coltellate fra quelli di San Benedetto e Monte Acuto: si racconta che uno dei litiganti fu riportato a casa sul biroccio con le budella raccolte nel cappello. In pieno inverno nella valle del Savena si festeggiavano invece a Zaccanesca (17 gennaio) Sant’Antonio abate, patrono del bestiame, e a Castel dell’Alpi (3 febbraio) San Biagio, taumaturgo dei mali della testa e della gola. Sangue non ne correva se non di capponi e conigli, anche perché la festa, celebrati i riti religiosi, si svolgeva causa il freddo soprattutto in casa, a tavola, fra parenti e amici (festa ed la magnaza si ironizzava dai blasfemi). Ma nell’osteria gli sfottò non mancavano. Quelli della Villa, ad esempio, venivano irrisi per la loro rassegnata miseria (premetto che e scòt era il liquido rimasto dopo che dal latte s’erano ricavati formaggio e ricotta): 

A sen dla Vella e a sten bén

avén onna mócca c’a la munzén

e lat al vendén e e scòt al bvén

siamo della Villa e stiamo bene

abbiamo una mucca e la mungiamo

il latte lo vendiamo e il siero lo beviamo.

Lo spregio in rima per quelli di Castel dell’Alpi era:

Sen Biés

l’arènga l’an me piés

um piés ei suzizín

e viva Sen Biasín

San Biagio

l’aringa non mi piace

mi piace il salsiccino

evviva San Biagino.

La festa primaverile più attesa era comunque la Pasqua, celebrata con tripudio ovunque. Ma a Trasasso era giornata di gran richiama il lunedì dell’Angelo. Perché nei prati attorno al borgo si svolgevano le gare con le uova sode: e scuzèt, che consisteva nel picchiare a turno il proprio uovo su quello impugnato dall’avversario – vinceva l’uovo il cui guscio non si rompeva – e la rózzla,che consisteva nel far ruzzolare l’uovo lungo un prato in declivio: vinceva chi era andato più lontano o che nel percorso colpiva un avversario (vedasi il volume Trasasso presentato qui accanto). Ovviamente le gare suscitavano contese e baruffe. Avveniva dunque che quelli di Monzuno protestassero in rima:

chi va a Tarsasa

la pèl i lasa

chi va a Trasasso

la pelle ci lascia.

E i Tarsasotti di rimando:

chi va a Munzùn

i lasa i marùn

chi va a Monzuno

ci lascia i marroni (cioè i testicoli).

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