EREMI E SANTUARI raccontano di miracoli e prodigi

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Dal corpo incredibilmente ben conservato di Santa Caterina da Bologna al mistero del Monte delle Formiche fino alle apparizioni di Boccadirio, tra mito, fede e storia

di Serena Bersani

(pubblicato su Nelle valli Bolognesi dell’Inverno 17/18)

Nascosti tra i boschi dell’Appennino o distesi tra tratturi e campi di grano nella Bassa, eremi e santuari del territorio bolognese ci raccontano di miracoli e di prodigi, di secoli di fede popolare rafforzata dalla tradizione e per questo divenuta patrimonio collettivo, non solo dei credenti. 

Sarà perché Bologna è rimasta per secoli sotto il dominio della Chiesa, sarà perché ha ospitato per un periodo della loro vita alcuni dei principali santi della storia, a cominciare da san Francesco e san Domenico, certo il culto per alcune figure della religione non è stato spazzato via nemmeno dalle incursioni laiciste dell’esercito napoleonico. Tant’è che figure come san Petronio e la Madonna di San Luca sono diventati simboli oltre che protettori di Bologna e anche in città i luoghi, le targhe agli angoli delle vie, i conventi, le chiese ricordano un po’ ovunque eventi straordinari, miracoli o leggende secondo i punti di vista. Basti citare il prodigio del corpo di santa Caterina da Bologna, visibile nella chiesa del convento del Corpus Domini in via Tagliapietre in perfetto stato di conservazione malgrado la morte della monaca santificata sia avvenuta il 9 marzo 1463. O il miracolo che accompagnò la morte della beata Imelde Lambertini, una bambina di undici anni che desiderava ardentemente la prima comunione e sulla quale discese un’ostia dal cielo alla presenza di numerosi testimoni, nell’anno di grazia 1333.

Stampa antica sul Santuario del Monte delle Formiche

Ma anche uscendo dai confini cittadini, la fitta presenza di santuari e luoghi mistici è testimonianza di secoli ricchi della presenza di futuri santi, beati ed eventi prodigiosi a loro connessi. Il fenomeno più straordinario, se non altro per la spettacolarità con cui si ripete ogni anno, è quello legato alla chiesa di Santa Maria in Val di Zena, meglio conosciuto come santuario del Monte delle Formiche per via dell’insolito fenomeno che vede ogni anno arrivare in questa località migliaia di formiche volanti che qui si accoppiano per poi morire. Si tratta di maschi della specie Mirmyca Scabrinodis, che mettono in scena una sorta di danza nuziale. Un mistero della natura che, nei secoli passati, è divenuto anche un mistero della fede, come testimonia un antico verso in latino in cui si parla delle formiche attirate dalla Vergine, ai cui piedi vanno poi a morire. Ancor oggi la tradizione mantiene un rito religioso durante il quale le formiche vengono raccolte e messe in sacchetti portafortuna da distribuire ai fedeli.

Rimanendo in zona, sulle colline di Ozzano il Passo della Badessa ricorda il miracolo della beata Lucia da Settefonti, una giovane e bellissima nobile bolognese che nel 1142 volle farsi monaca contro il volere della famiglia, oggetto di un amore impossibile da parte di un ragazzo che la vedeva pregare nella chiesa cittadina di Santo Stefano. Per cercare di dimenticarla, partì come crociato e venne fatto prigioniero dai saraceni. Lucia, che nel frattempo era morta, gli apparve miracolosamente e subito dopo il giovane venne lasciato andare. Ad attestare il presunto miracolo sono le catene del cavaliere liberato dalla schiavitù conservate, insieme alle reliquie della beata Lucia, nella chiesa di Sant’Andrea a Ozzano.

Santuario della Madonna di Boccadirio

Spostandoci tra Setta e Reno, le montagne sono ricche di apparizioni mariane, spesso a pastorelli. Nel comune di Castiglione dei Pepoli c’è il santuario di Boccadirio, che ricorda un episodio accaduto il 16 luglio 1480 da cui deriva il nome della località in corrispondenza della bocca del rio Davena. La Vergine apparve a due bambini chiedendo di essere venerata in quel luogo. I lavori per la costruzione della chiesa cominciarono solo nel Cinquecento, finanziati dalla popolazione di Baragazza e, essendo un santuario di crinale, è meta ancora oggi di pellegrinaggio sia dall’Emilia sia dalla Toscana. 

Cripta della chiesa di Santa Maria a Montovolo

Legato a una tradizione molto più antica sono il santuario dedicato a Santa Maria e l’annesso oratorio di Santa Caterina di Alessandria sulla cima di Montovolo, nel comune di Grizzana Morandi. L’impervia località a 912 metri d’altezza era considerata una “montagna sacra” fin dai tempi più antichi ed era meta di pellegrinaggi religiosi da quando questi territori erano popolati dagli Etruschi. Il significato del nome Montovolo ha infatti origini pagane: qui sorgeva un tempietto oracolare con al centro una pietra sacra di forma ovale, come da tradizione presso gli Etruschi e poi i Romani. Si ritiene che l’oratorio sia stato edificato come ex voto per il ritorno dalla Terra Santa di crociati di questo territorio. Una delle leggende riportate dagli antichi cronisti riguarda san Acazio, fratello di santa Caterina d’Alessandria, che proprio nel territorio di Montovolo avrebbe subìto il martirio nel II secolo dopo Cristo, insieme a migliaia di altri cristiani crocefissi agli alberi di questi boschi.

Sull’altro versante dell’Appennino, nel comune di Castel d’Aiano sorge il santuario della Madonna di Brasa, chiamato in origine anche della Madonna del Fuoco, costruito tra il 1719 e il 1734 per ricordare l’evento prodigioso che vide come protagonista un contadino: un giorno tolse l’immagine della Madonna che era stata collocata su di un albero del suo podere per portarla a casa propria ma, il giorno successivo, l’immagine ricomparve miracolosamente sull’albero. Proseguendo lungo l’alta valle del Reno, nei boschi intorno a Lizzano in Belvedere si trova il santuario della Madonna del Faggio, costruito nel 1722 dagli abitanti di Capugnano e di Monteacuto delle Alpi. Anche qui l’immagine mariana è legato a un maestoso albero accanto al quale la Vergine sarebbe apparsa a un ragazzo. Un altro santuario nella stessa zona è quello della Madonna dell’Acero, costruito nel Cinquecento là dove Maria era apparsa a due bambini sordomuti che si erano rifugiati sotto un grande acero durante una bufera. In seguito a ciò i due pastorelli riebbero la parola e l’udito. Temporali, boschi e apparizioni mariane sono una trama costante anche per quanto riguarda la nascita del santuario della Madonna di Calvigi, nel comune di Granaglione. Qui, nella prima metà del Cinquecento, il rettore della chiesa di San Nicolò, sorpreso in mezzo ai boschi da una tempesta, trovò riparo sotto uno sperone di roccia che crollò non appena il sacerdote riprese il cammino. Grato per lo scampato pericolo, decise di far dipingere proprio sul costone del monte un piccolo ritratto della Madonna con il Bambino. A questa vengono attribuiti diversi miracoli, come quello di aver fatto cessare la peste del 1930 in seguito a un pellegrinaggio a piedi nudi fatto dai fedeli del territorio di Granaglione.

In pianura si trovano tradizioni analoghe. A pochi chilometri da Budrio c’è il santuario della Madonna delle Grazie, detta anche dell’Olmo poiché a un albero di questa specie il falegname budriese Lodovico dall’Orto avrebbe appeso nel 1586 un’immagine della Vergine, che divenne ben presto meta di numerosi pellegrinaggi. Per questo venne costruita la chiesa, che è tuttora meta di fedeli speranzosi in una grazia. Ma tra fossi, argini e cavedagne, il santuario più famoso della Bassa è quello dedicato Clelia Barbieri, santificata da Giovanni Paolo II nel 1989, alle Budrie di San Giovanni in Persiceto. Qui, a metà dell’Ottocento, la giovanissima Clelia si impegnava a insegnare la dottrina cristiana e a leggere e a scrivere alle ragazzine più povere. E qui nacque, dopo la prematura morte dell’ispiratrice, la Congregazione delle Suore Minime dell’Addolorata. I miracoli attribuiti alla Santa delle Budrie cominciarono un anno esatto dopo la sua scomparsa a soli 23 anni, quando le consorelle riunite in preghiera il 13 luglio 1871 udirono durante i canti una voce che si accompagnava alle altre, che però non apparteneva a nessuna delle presenti e in cui riconobbero quella di Clelia, ancora viva nella comunità che aveva fondato.

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