Dell’amore d’un tempo

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La saggezza della cultura contadina nei proverbi di una volta

di Adriano Simoncini

(articolo pubblicato nel numero uscito nell’estate 2017)

Chi l’à d’ór, chi l’à d’arzént                                                                            

         chi l’à cl’an costa un azidént                                                    

         chi l’ha d’oro, chi l’ha d’argento

         chi l’ha che non costa un accidente.

È un crudo apprezzamento montanaro riferito al sesso femminile, tesoro che ovviamente tutte le ragazze possiedono, ma che va gestito con maliziosa intelligenza (almeno un tempo…) Attente a non farsi incantare da chi e fa Michél, sempr’amor e mai muiér / fa Michele, sempre amore e mai moglie. Poteva succedere infatti che la morosa rimanesse incinta prima del matrimonio: se il moroso era di amore sincero la vicenda si concludeva con l’andata in chiesa, ma se era una ‘leggera’ o aveva inconfessati impedimenti, la ragazza ingravidata era rovinata per la vita – si rammenti la triste storia della Minghina, narrata in una canzone di cui cito gli ultimi due versi: la Minghina l’è in t’la  gradèla, l’è cundida con l’usmér / la Minghina è sulla graticola, è condita col rosmarino.

Né valeva coinvolgere il maschio nello scandalo – perché, come recita il detto: in duv aiè onna tròia aiè ench un purzèl / dove c’è una troia c’è anche un porcello. Da noi, la tròia o vèra è la femmina del maiale, tenuta come esempio di bavosa libidine – partorisce fino a tredici porcellini – e con l’epiteto di tròia si bollava la donna di costumi facili. La troia tuttavia non può, per natura, concepire senza un compagno, che nel caso è un porcello. Cioè un porco – ma l’attributo affibbiato al maschio, lo si noti, è più di comprensione che di condanna: in una comunità patriarcale, e certo maschilista come la contadina montanara, era la donna che doveva tenere al suo posto il giovane e respingerne gli ardori inconsulti.

Nei fatti, il gravame della colpa ricadeva esclusivamente sulla madre. Che doveva abbandonare il bambino nei ‘bastardini’, che difficilmente trovava poi marito (o se lo trovava era lo scarto delle coetanee o un vedovo con figli o comunque un partito da poco) e che addirittura doveva andar per serva perché cacciata di casa dai suoi, accomunati dal disonore.

Resta comunque che le pulsioni del sesso sono contenibili a fatica e quando finalmente col matrimonio ci si poteva unire a una compagna – nella comunità contadina la frequentazione fra giovani e ragazze era difficoltosa: perfino in chiesa si era separati e addirittura nel cimitero, gli uomini da un canto, le donne dall’altro – quando finalmente ci si poteva unire era festa grossa. Riporto un detto a parziale testimonianza: sòtta i linzó an gn’è miséria / sotto i lenzuoli non c’è miseria.

A letto cioè anche i poveri diventavano ricchi e scialavano nel piacere – o forse, meglio, abbracciati alla legittima consorte dimenticavano la miserabile quotidianità.

E ancora, a confermare la prima interpretazione, il detto seguente:

curì curì parént                               

che la sposa la va in gnént

correte correte parenti

che la sposa va in niente.

Cioè si consuma fino a scomparire. Per amore, tanto il marito approfitta di lei? O, al contrario, il marito la trascura e lei ne patisce, la suocera e i cognati la sfruttano e lei rimpiange il focolare dei suoi… È infatti da dire che abbandonare per sempre la casa dove eri nata e cresciuta per entrare in una famiglia di sconosciuti, dove l’arzdóra (la suocera) era incontestata padrona, dove eri a servizio di tutti perché ultima arrivata, poteva anche essere dura fino a sfinirsi di magoni, come noi si diceva. Sono tuttavia per la prima ipotesi, ribadita da questo ammonimento ‘castionese’:

         chi dla mujere en sa l’uso                

         el sfina el gambe e slunga el muso   

         a chi della moglie non sa il (giusto) uso

         s’assottigliano le gambe e s’allunga il muso.

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