DANTE E QUEI BOLOGNESI ALL’INFERNO

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Non si può dire che il Sommo Poeta avesse troppa simpatia per i nostri concittadini, al contrario di quanto invece ne aveva per la città delle torri…

Di Serena Bersani

Portrait of Dante Alighieri Painting by the Italian school, 16th century. [Innsbruck, Schloss Ambras (Castle), Kunsthistorisches Museum Habsburger Portratgalerie

Il figlio del grande giurista Accursio tra i sodomiti. Il noto esponente del partito guelfo Venedico Caccianemico tra gli sfruttatori di donne. I rappresentanti di spicco dell’ordine cavalleresco dei Frati Gaudenti, Catalano de’ Malavolti e Loderingo degli Andalò, tra gli ipocriti. Non si può dire che il Sommo Poeta avesse troppa simpatia per i bolognesi, al contrario di quanto invece ne aveva per la città delle torri.

A settecento anni dalla morte di Dante, la collocazione dei tanti bolognesi nella Divina Commedia ci fa capire bene quale fosse la sua visione dei nostri concittadini: nessuno merita di essere citato nel Paradiso, nemmeno il modello stilnovistico Guido Guinizelli che finisce in Purgatorio tra i lussuriosi, colpevole di avere amato troppo. All’Inferno, durante la discesa nelle Malebolge, invece il risuona spesso il bolognese, parlata che Dante conosce assai bene per averla sentita durante il suo soggiorno da “studente fuori sede” nella città dello Studium tra il 1286 e il 1287, quando era poco più che ventenne, e per averla presa a modello dei suoi studi di linguistica ritornato in città dopo l’esilio, nel 1305. Conosceva talmente bene la lingua di Bologna che, nel De vulgari eloquentia, ne riconosce l’eccellenza su tutti gli altri dialetti municipali ed è in grado di distinguere la diversità di parlata tra i bolognesi di Strada Maggiore e quelli di Borgo San Felice. E ha un legame così forte con la città dei portici che Bologna è la città che ricorre con maggiore frequenza nella Commedia, dopo la natìa Firenze e prima della Capitale.

 

Accursio, padre di Francesco d’Accursio

Ma torniamo all’Inferno, anzi ai peccatori bolognesi. Il primo che Dante incontra, nel XV canto, è Francesco D’Accursio, figlio del celebre giurista e glossatore che ha dato il nome al palazzo comunale. Anche Francesco era giurista e docente universitario proprio negli anni in cui il poeta era in città come studente. Il glossatore è accomunato, nel peccato e nella pena, a quello che era stato il più caro dei maestri di Dante durante l’adolescenza a Firenze, Brunetto Latini. Come dimenticare il malcelato stupore dell’Alighieri nell’incontrarlo tra i sodomiti: «Siete voi qui, ser Brunetto?». Un girone molto ben frequentato, pieno di chierici «e letterati grandi e di gran fama», ci racconta Dante. Peccato per l’infamia che li marchia e che li costringe a correre nudi sulla sabbia bollente e sotto una pioggia infuocata. Di Francesco Accursio, che riposa insieme al padre in una delle tombe di piazza Malpighi, si sa che fu uno dei più importanti giureconsulti e insegnò diritto civile anche a Oxford. Null’altro si conosce della sua vita privata, se non fosse per il “pettegolezzo” dantesco, che oggi gli sarebbe probabilmente valso una querela.

 

Scendendo verso i peccatori più gravi, all’inizio di Malebolge Dante incontra un altro bolognese, Venedico Caccianemico, frustato da diavoli con le corna per il suo essere stato un ruffiano senza scrupoli, al punto di avere venduto la propria sorella al marchese Obizzo II D’Este, noto e impunito stupratore ferrarese. Per soldi Venedico cedette la povera Ghisolabella dopo averla ingannata e per questo viene annoverato tra i fraudolenti. Il poeta riconosce Caccianemico per averlo incontrato più volte a Bologna e gli chiede come mai sia finito tra «sì pungenti salse». Le “salse” sarebbero da identificare in un avvallamento tra il colle dell’Osservanza e Ronzano, chiamato Salse perché c’erano piccoli vulcani di fango in cui venivano gettati i corpi dei suicidi, dei condannati a morte e degli scomunicati. Una lapide collocata a Gaibola su uno degli edifici del podere Tre Portoni dice che, secondo gli antichi commentatori, Dante alludeva proprio a questo luogo. Che il Sommo non fosse forse del tutto in buona fede lo rivela il fatto che non è attestato da nessun’altra fonte dell’epoca il comportamento criminale di Venedico a cui, per sovrappiù, il Poeta fa anche dire che in quella stessa bolgia sono presenti molti altri suoi concittadini, tanti quanto ce ne sono tra Savena e Reno. Un’affermazione che pare riflettere il pregiudizio nei confronti dei bolognesi, considerati ruffiani perché avari e dediti poi a spendere il proprio denaro in sordidi vizi.

Ancora più in basso nell’Inferno Dante incontra Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andalò, fondatore dell’ordine cavalleresco di Santa Maria Gloriosa, chiamati Frati Gaudenti per la loro vocazione a glorificare la Madonna concependo la vita monastica come godimento. Il compito dei Frati Gaudenti era quello di mediare nei contrasti tra fazioni politiche (come accadde a Bologna tra i Lambertazzi e i Geremei), di mettere pace e di riparare i più deboli dai soprusi. Nel 1265 vennero inviati a Firenze dal papa Clemente IV proprio per fare da pacieri dopo la cacciata dei Ghibellini, ma non ebbero un comportamento equanime perché favorirono di nascosto la parte guelfa. L’Alighieri li considera quindi degni rappresentanti del peccato d’ipocrisia e li condanna a camminare in eterno gravati da pesantissime cappe di piombo. Anche in questo canto non esce un’immagine particolarmente positiva dei bolognesi, sebbene Dante abbia l’astuzia di attribuire il giudizio critico nei confronti dei propri concittadini allo stesso Catalano. Alla fine ai due monaci non restò che ritirarsi nell’eremo di Ronzano, nel convento acquistato da Loderingo degli Andalò nel 1267.

La discesa nelle Malebolge prosegue e, nel canto XXVIII, tra i seminatori di discordia smembrati da diavoli, Dante incontra l’ennesimo bolognese, Pier da Medicina, orrendamente sfigurato e mutilato in viso, di cui per altro non si sa quasi nulla. A condividerne la sventura nell’aldilà, neanche a farlo apposta, c’è Maometto, il profeta rappresentato nel famoso dipinto contenuto nella cappella Bolognini in San Petronio, che ancora oggi suscita lo sdegno iconoclasta dei suoi fedeli. Uno sparuto gruppo di petroniani troverà posto nel Purgatorio dantesco: il pittore Franco Bolognese tra i superbi, Guido Guinizelli tra i lussuriosi e Fabbro de’ Lambertazzi tra gli invidiosi di cui vengono ricordate le virtù cavalleresche. In Paradiso, invece, nessun bolognese troverà accoglienza.

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