Dagli a quel cane!

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La saggezza della cultura contadina nei proverbi di una volta

Di Adriano Simoncini

(pubblicato nel numero uscito nell’autunno del 2016)

In un mondo che dipendeva immediatamente dalla natura gli animali erano compagni quotidiani. La lingua ne partecipava, come documentano innumerevoli metafore codificate in secolari modi di dire. Anche i cani, numerosi come oggi, ma diversamente utilizzati e coccolati, sono protagonisti in vari detti e proverbi. E dunque:

dai a che chén! / dagli a quel cane!

Perché esistono i colpevoli designati dalla sorte: tutti i guai della comunità gli sono imputati, deboli o diversi per scelta o per destino. Come a quel cane di nessuno, sorpreso con qualcosa di rubacchiato in bocca: alla sassata del primo accusatore fan seguito le altre di persone che nemmeno sanno perché tirano il sasso. Tanto la colpa, quale che sia, è sua.

Per gnènt an scosa la còvva gnénc e chen.

Per niente (senza ricompensa) non scossa la coda nemmeno il cane.

Ognuno cioè va pagato per il lavoro che compie. Parrebbe ovvio. In realtà il secolare rapporto di dipendenza padrone/contadino, che prevedeva dal lontano medioevo anche prestazioni d’opera non riferibili alla coltivazione del podere, spesso pretendeva servigi gratuiti, da cui l’ironica protesta. Cui fa riscontro il seguente, bellissimo:

Per gninte an chenta l’órb               

e se chenta e dura póc                     

per niente (gratis) non canta l’orbo

e se canta dura poco.

In uno Stato che non si faceva carico dei deboli, i minorati dovevano arrangiarsi per sopravvivere e s’adattavano, i più, a mendicare. I non vedenti (orbo vale cieco) magari cantavano o suonacchiavano un loro organetto a richiamare l’attenzione e impietosire. Ma non per niente.

Duv i pér an i va gnenc i chen a caghér

Dove gli pare non vanno neanche i cani a cagare.

Cruda risposta a un’improvvida affermazione di qualcuno che avrà esclamato, a domanda, a vog duv um pér / vado dove mi pare. La volontà di ciascuno, cioè, in una comunità povera ma solidale – fosse la famiglia, il borgo, la parrocchia – è vincolata al rispetto dei bisogni degli altri. Tanto che nemmeno i cani possono andare a svuotarsi dove capita.

La mort dal pegher l’è la chempa di chen

La morte delle pecore è il campare dei cani.

Quel che è male per il pastore, cioè, può risultare un bene per il cane, che vede ridursi la propria fatica di guardiano del gregge col diminuire del numero delle pecore da sorvegliare. Più generalmente – i proverbi infatti van sempre oltre il significato letterale – ogni accadimento ha vari risvolti che possono leggersi a seconda delle situazioni. Il saggio sa che l’opinione della gente è mutevole, per cui:

Chi la pensa a e chen

Chi la pensa a la lèver

chi la pensa (attribuisce) al cane

chi la pensa alla lepre

La colpa o il merito di una battuta di caccia andata a male e dunque di un’impresa, un affare mal riusciti. I fatti cioè van ponderati prima di giudicare.

Tri an onna zèda                             

tre zèd un chen                                

tri chen un caval                              

tri caval un cristién                          

Tre anni una siepe

tre siepi un cane

tre cani un cavallo

tre cavalli un cristiano

Così si affermava della durata della vita. Preso atto che una siepe viva, di rovo o di biancospino, si rinnovava ogni tre anni: ne consegue che la durata media dell’esistenza dell’uomo al tempo dell’estensore del detto era di anni 81. Credere o non credere. Quello che ci importa qui di sottolineare è comunque lo spontaneo riferirsi che si faceva nella cultura contadina a piante e animali anche per trattare eventi definitivi quali la morte.

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