Come scegliere la moglie

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La saggezza della cultura contadina nei proverbi di una volta

Di Adriano Simoncini

(pubblicato nel numero uscito nell’estate del 2016)

D’inverno, un tempo, s’andavano a cercare le ragazze nelle stalle dove si spagliava o trecciava, d’estate invece alle feste di paese. Ma se eri di via i maschi del posto ti guardavano male, gelosi. Non le ragazze, che sguardavano di sottecchi e sorridevano maliziose specie se eri di bella figura o ben vestito. Anche succedeva, come a Qualto nella valle del Sambro, che il gruppo dei giovani ti affrontasse con queste parole: al noster ragacini as li srgacacén da nû / la nostre ragazzine ce le sragazziamo da noi, le facciamo diventare donne noi. E al ritorno la sera a buio magari, non solo a Qualto ma un po’ in ogni borgo, ti venivano alla via (come si diceva) e ti facevano la sassaiola o ti tendevano fili di ferro a traverso il sentiero o addirittura – se insistevi a frequentare le loro ragazze – t’incapparellavano, cioè ti coprivano con una capparella per non farsi riconoscere e giù botte. Perché la donna, come i prodotti dei campi e gli animali domestici o selvatici, era bene esclusivo della comunità e andava difeso dagli estranei.

Del resto le esortazioni dei vecchi fermate in proverbi erano chiare. Come:

         dòn e vac e bó

         tulili ai paés só

         donne e vacche e buoi

         prendeteli ai paesi vostri.

Perché altrove le persone, come le bestie della stalla, hanno usanze diverse, con cui poi ci si dovrà confrontare. Come anche ammonisce il detto castionese che segue:

         forra di paesi sóo         

         el vacche i dann ai bóo 

         fuori dai paesi suoi

         le vacche danno ai buoi.

Cioè le vacche, che dovrebbero per natura essere più deboli e quindi sottomesse, incornano i buoi, pur possenti e dotati di ben altre corna. Trasparente metafora di un possibile rovesciato rapporto fra il marito e la moglie presa fuor di parrocchia. Le conseguenze per chi sposava una di via erano che i chen duv ien castrà e i òmen duv ien tolt muiér in i tórnen pió / i cani dove li hanno castrati e gli uomini dove hanno preso moglie non tornano più.

Anche delle ragazze conosciute alle veglie nelle stalle, dove la luce è scarsa e la conoscenza approssimativa, non fidarsi perché

        con e lóm e la candela  

        an se compra nè don nè tela 

        con il lume e la candela

        non si compra né donne né tela.

Altro avvertimento di carattere più generale e non legato alla provenienza della donna era questo:

         dio m’in lebra d’un manzìn                                                      

         e d’una dona cla bev e vin                                                      

         dio mi liberi di un mancino

         e di una donna che beve il vino.

La donna di casa, cioè, vuole assolutamente astemia, altrimenti combina guai. Come il mancino che di necessità si comporta all’incontrario degli altri, ad esempio nel segare il fieno con la falce che manovra da sinistra a destra, con pericolo per sé e i compagni che tagliano da destra a sinistra.

E ancora nella scelta della consorte si ricordi il detto:

         chen de bchèr                                                                          

         porz ed mulinèr                                                                        

         don d’ustarìa                                                                            

         an in tulessi per la vergin Maria                                              

         cane di beccaio

         porco di mulinaio

         donna d’osteria

         non ne prendete per la vergine Maria.

Perché la donna vuole per bene, non usa a frequentare uomini, al contrario di quelle che crescono nelle osterie, abituate a qualsiasi discorso e comportamento, viziate come i cani dei beccai, che crescono in mezzo a carne e ossa, o ai maiali dei mugnai nell’abbondanza di crusca e farina.

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