Come gli insetti sopravvivono all’inverno

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Chi si rintana, chi si iberna e chi scompare

di Guido Pedroni

I primi segnali invernali portano gli animali, piccoli e grandi, a cercare riparo, a migrare, a ibernarsi. Diversamente il clima, sempre più rigido, porta con sé la loro scomparsa.
I rifugi dei piccoli animali come gli insetti sono tra i più diversificati: le profondità del suolo (come nelle foreste), le fessure delle rocce (come negli ambienti rupestri e di alta quota), le cortecce degli alberi (come nei boschi e nelle foreste), il contatto tra suolo e frammenti di roccia di varie dimensioni (come nelle praterie e nelle brughiere in montagna), l’interno delle piante a cuscinetto (come negli ambienti oltre il limite degli alberi). Anche alle alte quote dell’Appennino settentrionale si presentano queste stesse strategie di sopravvivenza.

elletta di svernamento in conifera di Coleotteri Elateridi (Foto dal sito www.elateridae.com)

Le abitudini di vita di animali come i Coleotteri e gli Imenotteri (e molti altri) è quanto di più interessante si possa osservare e studiare, soprattutto in ambienti con caratteristiche ecologiche molto diversificate fra loro, facendo avvertire la netta diversità delle stagioni, con escursioni termiche molto ampie tra il giorno e la notte, con l’azione degli agenti esogeni che diventano intense, dure, anche estreme, come capita soprattutto negli ultimi tempi.

Diversi anni fa ero in escursione al Colle del Piccolo San Bernardo (AO) e una serie di pensieri e ragionamenti mi frullavano per la testa, tutti sulle difficoltà a vivere a quelle quote (2200-2400 m) e sulla esistenza di specie che riuscivano a vivere in quegli ambienti anche d’inverno, e quindi sviluppare il loro intero ciclo biologico a quelle quote. Non pensavo che semplicemente alzando un sasso si potesse scorgere una serie molto numerosa di piccoli animaletti a sei e più zampe; in effetti durante varie escursioni in alta quota ho raccolto un buon numero di esemplari di diverse specie di Coleotteri e Aracnidi (ragni).
I rifugi invernali sono un chiaro esempio di come la fantasia della natura interviene a difendere la vita degli animali, relativamente anche alla loro capacità di adattamento a temperature spesso di diversi gradi sotto lo zero per diversi mesi all’anno. Vari gruppi di Insetti hanno potuto conquistare ogni tipo di ambiente grazie all’acquisizione di particolari caratteri morfologici, fisiologici e comportamentali. Essi sono in grado di utilizzare i più svariati tipi di alimentazione e sviluppano interessanti capacità di difesa contro i numerosi predatori, sviluppando contemporaneamente specifici adattamenti nei confronti delle caratteristiche fisiche e chimiche dell’ambiente stesso. Meritano un cenno i coleotteri Curculionidi, in particolare del genere Dichotrachelus, che abitano normalmente ambienti estremi di Alpi e Appennini, rintanandosi sotto frammenti di roccia di varie dimensioni o in mezzo a muschi, o a piante a cuscinetto. I loro movimenti sono lentissimi, quasi a voler risparmiare energia in quegli ambienti che richiedono agli organismi notevoli sforzi adattivi. Insieme a questo gruppo di Coleotteri specializzati nella vita climaticamente “al limite” esistono diverse specie di Carabidi e di Elateridi, ma anche di diversi altri gruppi dell’entomofauna.

Questi cenni sui “Coleotteri estremi” portano anche a rilevare alcuni aspetti che riguardano la capacità di diverse specie di altri Insetti (non solo Coleotteri, quindi) ad autoconservarsi a temperature molto rigide. Esistono casi in cui il letargo, a cui pensiamo normalmente, non è la strategia seguita. Sono infatti messi in atto il congelamento e il sovraraffreddamento. Quest’ultimo consiste nella produzione di sostanze chimiche che intervengono in vario modo e con reazioni complesse con il fine di evitare il congelamento dell’organismo, preservandolo da morte certa.

Nel caso di una strategia che contempla il congelamento, invece, caso veramente super-estremo, allora la respirazione, il battito cardiaco e la circolazione del sangue, l’attività neurologica si riducono notevolmente rimanendo appena accennate e l’animale non compie nessun tipo di movimento durante tutto il periodo dell’ibernazione. Ci sono specie che rimangono ibernate in specifici rifugi con temperature fino a -50°C per diversi mesi all’anno.
Nell’Appennino bolognese e modenese si conoscono specie relitte dell’ultima glaciazione, che è terminata circa 10.000 anni fa. Esse sono la testimonianza di climi molto rigidi dove la vita era possibile se si erano sviluppate strategie adatte, che contemplavano (e contemplano anche oggi) rifugi adeguati e adattamenti fisiologici del corpo fino al suo congelamento, per rimanere in vita.
Si possono trovare altre notizie su questo argomento sulla pubblicazione edita dal Club Alpino Italiano nel 1997: L’ultima Glaciazione: aspetti naturalistico-ambientali e primi insediamenti umani al Corno alle Scale, oppure sugli altri numeri stagionali di “Nelle Valli Bolognesi” nella rubrica riservata all’entomologia.

  • Ringrazio gli amici entomologi della Repubblica Ceca: Josef Mertlik e Václav Dušánek per le fotografie n. 3 e 4.
    (Ricerche entomologiche effettuate con il permesso n. 173 del 16/09/2019 dell’Ente di Gestione per i Parchi e la Biodiversità Emilia Orientale) –
    Guido Pedroni: guidopedroni@libero.it
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