CICUTA, la regina delle piante velenose

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Simbolo di perfidia, fin da tempi remoti la Conium Maculatum veniva utilizzata quale strumento sicuro per eliminare nemici scomodi. Attenti a non confonderla con altre piumate simili

di Lucilla Pieralli

(pubblicato nel numero uscito nell’estate del 2016)

Platone che lo racconta, e Socrate che ne misurò l’efficacia, sono i personaggi storici che più hanno contribuito alla fama di questa pericolosissima quanto diffusa pianta selvatica.

Potentissimo il veleno che se ne ricava, fin da tempi remoti veniva utilizzata quale strumento sicuro per eliminare nemici scomodi . Intrighi di corte, dispute regali di successione, corti papali poco inclini al dialogo, riuscivano a sbrogliare complesse relazioni e giochi di potere con un semplice caldo infuso di erba molto comune. Da qui dunque, dalla cattiveria umana che ha fatto un uso malvagio di una modestissima pianticella, la trasposizione al significato di erba simbolo della perfidia.

Certo che anche in Grecia, nel 399 a.C., non andavano tanto per il sottile quando si trattava di condanne. Il regime democratico condannò Socrate, il filosofo che non scrisse nulla e che diceva che “più so, più so di non sapere “, alla morte per ingestione di una bevanda a base di cicuta perché era accusato di non credere agli Dei della tradizione e di corrompere le nuove generazioni. La dettagliata descrizione che Platone fece dell’evento è una rara testimonianza di una scena drammatica e al contempo educativa per le generazioni a venire di medici e cerusici.

Per fortuna però la natura è sempre prodiga di strategie a volte bizzarre: la cicuta somiglia moltissimo alla carota selvatica e al prezzemolo, nelle foglie e nel fiore, quindi, se qualcuno volesse provare a disfarsi di qualche antipatia, dovrebbe fare molta attenzione ai fiaschi. Ma al di là delle facezie bisogna considerare che si tratta ovviamente di una pianta molto pericolosa e non esistono motivi per raccoglierla ed usarla in alcun modo. Ribadisco come sempre l’importanza del saper riconoscere per non toccare e non usare in alcun modo le erbe selvatiche che troviamo diffusamente nei nostri boschi appenninici. Anzi, in questo caso in particolare consiglio di evitare di raccogliere anche quelle piante che, molto simili a soggetto velenoso possono indurre in pericolose situazioni. Tra l’altro non c’è motivo di raccogliere la carota selvatica (Daucus carota), e il prezzemolo selvatico non profuma quasi.

Si tratta della famiglia delle Apiacee, è una pianta biennale ed ha una caratteristica che la rende abbastanza identificabile: il fusto è cosparso di macchie rosse, da cui maculatum, ed emette uno sgradevole odore. I fiori ad ombrella non sono troppo dissimili alle altre ombrellifere, biancastri,  diventano verdi quando fruttificano. Si trova nei luoghi ombrosi e umidi come tante altre ombrellifere

Ne esistono svariate specie che differiscono di pochi elementi che possono interessare solo gli appassionati di botanica e comunque sempre velenose.

Negli antichi testi di erboristeria o di farmacologia si trova spesso la cicuta maggiore

usata come medicamento: ricca di un alcaloide particolare, la coniina, veniva usata quale sedativo,  antispasmodico e analgesico. Oggi, per fortuna, è totalmente in disuso.

 

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