Canta il cuculo, è primavera

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La saggezza della cultura contadina nei proverbi di una vola

di Adriano Simoncini

Per Sen Iusèf
zèna e va a lèt
Per San Giuseppe (19 marzo)
cena e vai a letto.

Inizia infatti la Primavera (l’equinozio è il 21 marzo) e col bel tempo i campi attendevano il contadino. Basta dunque con le veglie nelle stalle fino a notte a trecciare e ad ascoltare favole, basta con le serate nell’osteria a giocare a briscola e alla morra: la mattina ci si doveva alzare assieme al sole e, zappa e vanga in spalla, avviarsi al lavoro. Che era tanto: seminare i marzuoli, le patate, il frumentone, zappare e potare la vite, vangare l’orto, tagliare la macchia, portare al pascolo le pecore e le bestie della stalla…
Dalla Maremma ritornavano gli emigranti che, ferme causa il maltempo le faccende nel podere di casa, erano partiti in autunno per raggranellare qualche lira a far scassi, fossi, tagli in quelle boscaglie prossime al mare:

andén véia a caval di Sent
e a turnén a caval ed Sen Iusèf
andiamo via a cavallo dei Santi
e torniamo a cavallo di San Giuseppe.

Il cavallo in realtà era quello delle braghe, perché la strada la si percorreva a piedi, magari scalzi per risparmiare le scarpe, con nel sacco i balós / le castagne lesse, il paiolo e la farina per la polenta – qualcuno, oltre agli attrezzi, spingeva davanti a sé anche la carriola, cl’a invìda a e pas / che invita al passo e che comunque l’avrebbe accreditato come operaio qualificato. Sul crinale del Savena, le notti attorno a San Giuseppe, le donne rimaste a casa accendevano alti falò perché i mariti orientassero il proprio cammino lungo la via più breve.
Il gioioso segnale che la primavera era finalmente in rigoglio lo dava (e lo dà, ma chi l’ascolta più?) il cuculo, col suo inconfondibile canto ritmato:

I tri d’avrìl
e cóc l’à d’avgnir
e s’an è arivà dentr’a i òt
quii ed Càster i l’én còt
Il tre di aprile
il cuculo deve venire
e se non è arrivato entro l’otto
quelli di Castro l’hanno cotto.

Castro è un borgo appena di là dal crinale, in territorio non nostro e dunque malfido: quelli di Castro potrebbero averlo ucciso per mangiarselo e, malignamente, trattenere la primavera. Il cuculo è ancora un uccello fascinoso, per il canto e per il comportamento furbesco di far allevare i propri piccoli nel nido di altri. Ma un tempo era tenuto addirittura profetico: la prima volta che l’udivi dovevi cercarti in tasca qualche moneta; se ne contavi almeno una, avresti avuto denaro tutto l’anno – che pare stupida credenza: in realtà era fondata sulla constatazione che possedendo ancora qualche spicciolo alla fine dell’inverno, giunta finalmente la stagione dei raccolti, non avresti più avuto penuria di beni.
Poi, interrogato al modo giusto, il cuculo prediceva il futuro:

cóc, cóc de bèl cantér
dim quent an ch’aiò da campér
se no at vòg a afughér
cuculo, cuculo dal bel cantare
dimmi quanti anni ho da campare
se no ti vado ad affogare.

Il numero dei gorgheggi dava la risposta – ma le ragazze, più cautamente, lo interrogavano sugli anni che le separavano dal matrimonio.

Articolo pubblicasto sul numero di primavera 2010

 

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