ALBERTO TOMBA, il campione che fermò anche San Remo

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Tre ori olimpici, 50 successi in Coppa del mondo: il ragazzo di pianura che batté i campioni della montagna…e interruppe il Festival

di Marco Tarozzi
(foto Lamberto Bertozzi – www.bertozzihouse.it)

Puoi farne di tutti i colori, per togliere quell’area di sacralità che il Festival di Sanremo si è costruito in settant’anni di storia. Puoi presentarti sul palco vestito da Ziggy Stardust o Elisabetta Tudor, puoi addirittura girare i tacchi e abbandonare il palco dell’Ariston durante la tua esibizione. La macchina del festival inghiotte e digerisce tutto, e non si ferma.
Ma a dirla tutta, qualcuno che è riuscito a metterla in stand-by, per una manciata di irripetibili minuti, c’è stato. E non è stato un cantante, un presentatore, un direttore d’orchestra. È stato uno sportivo. Uno sciatore atipico, nato su un’ipotesi di collinetta appena fuori San Lazzaro, in una frazione chiamata Castel dè Britti, ma capace di mettere dietro tutti gli specialisti cresciuti con la montagna davanti a casa. È stato lui, a fermare Sanremo: quel fenomeno di Alberto Tomba.

NASCE LA LEGGENDA – Si fermarono, eccome, Milly Carlucci e Miguel Bosè, in quell’edizione 1988 della rassegna musicale più amata dagli italiani. Dovettero farlo, perché c’erano 20 milioni di connazionali appiccicati alle tv, per seguire quel ragazzo di appena ventidue anni che si giocava l’oro olimpico nella seconda manche dello slalom speciale di Calgary. Dissero, gli ineffabili presentatori, che Alberto stava per scendere in supergigante. Vabbè, non si può avere tutto. Contava il pensiero. Mentre Massimo Ranieri si apprestava a “Perdere l’amore” e a vincere il festival, il talento bolognese andò a prendersi quell’oro pesantissimo, recuperando dal terzo posto della prima manche e chiudendo con sei centesimi di vantaggio sul tedesco occidentale Frank Worndl. Era il bis del successo di qualche giorno prima nel gigante. Era l’inizio della leggenda. Roba da far alzare in piedi tutta la compassata platea dell’Ariston. E il resto d’Italia, naturalmente.

NATALE AL MONTE STELLA – Strano destino, a pensarci. Il ragazzo di città aveva dato i primi segni del suo talento in una gara… di città. Al Monte Stella, 185 metri sul livello del mare. A Milano lo conoscono tutti come “la montagnetta di San Siro”. Luogo sacro per runners e ciclisti, e quando (sempre più di rado) arriva un po’ di neve ecco saltar fuori anche qualche fanatico dello sci da fondo o dello snowboard. È lì che tutto è iniziato, il 23 dicembre 1984. Sembrava più bevuta che “da bere”, quella Milano che si inventava una gara per specialisti dello sci alpino su quello scherzo di montagna. Eppure funzionava, il Parallelo di Natale. Ci venivano i migliori atleti della Nazionale, maschile e femminile. E la gente si divertiva.
Gara diversa e spettacolare: due sciatori si sfidano fianco a fianco, eliminazione diretta e avanti così finché restano i due migliori a giocarsela. Ma più strano di tutti, quella sera, fu l’epilogo. Davanti a tutti finì un ragazzo di diciotto anni, cittadino anche lui. Dalla montagnetta di Castel dè Britti a quella di San Siro…
I giornali fecero salti mortali, per evitare quel cognome. Tanto, era solo un talentino della Nazionale B, d’accordo che aveva messo in fila tutti e per ultimo un azzurro esperto come Roberto Erlacher, ma chissà mai quando sarebbe ricapitato. Meglio i giri di parole. «Un azzurro della B beffa i grandi del parallelo». Ecco, perfetto… Due giorni prima di Natale, scrivere Tomba in prima pagina non sembrò a nessuno la cosa più indicata.
DAVANTI AL MITO – Esattamente un anno dopo, lasciato il segno sulla Coppa Europa, il ragazzo di Castel de’ Britti debuttò in Coppa del Mondo. E nel febbraio del 1986, ad Are, in Svezia, arrivò per la prima volta tra i dieci in slalom speciale: sesto assoluto, ma partendo col pettorale numero 62. Ancora un anno di Nazionale A ed ecco il primo podio: secondo nello speciale in Alta Badia dietro Pramotton, sulla Gran Risa che sarebbe diventata una delle piste del cuore, dove in seguito avrebbe trionfato quattro volte. Un piazzamento che gli aprì le porte del Mondiale di Crans Montana, dove andò a prendersi il primo bronzo della carriera, in gigante.
E poi il passaggio di consegne al Sestriere nell’87. Tomba vinse la prima gara di Coppa e annunciò, già così guascone e diverso da quelli che gli giravano intorno in quell’ambiente, la seconda che regolarmente sarebbe arrivata due giorni dopo in gigante. Ma quella volta, accanto a lui, c’era il mito a cui si ispirava da ragazzino. Alberto Tomba davanti ad Ingemar Stenmark. Qualcosa che fin lì gli era riuscito solo in sogno.

L’ALTRO ALBERTO – Ci facemmo presto l’abitudine. Ad Alberto, alla sua spontaneità, al tracimare delle sue parole a ruota libera, che lo mostravano spavaldo al mondo, quando dentro combatteva spesso con la timidezza. Ma questo lo avremmo imparato molto più in là nel tempo. Ci abituammo alle sue discese impossibili, al suo talento, alla carovana di amici e presunti tali che iniziava a seguirlo ovunque, alle trasferte dei cittadini che seguivano il loro campione nei templi della montagna, alle sue guasconate che ha sempre pagato più di quanto non apparisse, soprattutto interiormente. Ce lo ha raccontato lui stesso, appena qualche mese fa. Così: “Ho avuto un rapporto di amore-odio con la mia vita sportiva. Vincere da giovane è fantastico, ma non sempre sei attrezzato per il dopo. Ti fidi delle persone, vai dietro ai consigli di qualcuno, tu sei stato un fenomeno nella tua disciplina ma fuori c’è il mondo, c’è anche chi vuole approfittare dei tuoi successi. Gestirsi a vent’anni è complicato. Io scherzavo con tutti, avevo questo comportamento guascone ma in realtà ero timido e introverso. C’è stato anche chi ha insistito per mostrare un Tomba diverso, da mettere a confronto con gli atleti della montagna. Spesso ne è uscita una persona che non ero io”.
CAMPIONE ASSOLUTO – Sulle piste però, e negli annali dello sport italiano, c’è una firma indelebile. Tre ori e due argenti alle Olimpiadi, due ori e due bronzi mondiali, otto Coppe del Mondo di specialità e una sola assoluta “perché mamma non vuole che faccia la discesa libera, troppo pericolosa”. 50 vittorie, anche se lui ne conta una in più, il parallelo di Saalbach dell’88, cancellato da tutti gli annali. La bellezza di 88 podi. Una popolarità assoluta, mondiale, proprio come la sognava.
Resta da decidere la vittoria più bella. Ori olimpici e Mondiali? Sarebbe facile. Allora, sapendo che chissà quante altre restano nella memoria, ne scegliamo una incredibile. 21 dicembre 1994, a Lech, in Austria. Ci aveva vinto già il giorno prima in gigante, su quella pista. Nella seconda manche dello speciale Alberto fa un errore enorme, praticamente si ferma. Finita per chiunque. Non per lui: resta in corsa, riparte, arriva in fondo. E vince. È la vittoria numero 37, delle 50 che conteremo alla fine. L’ultima, ancora a Crans Montana nel marzo del 1988. Chiude lì, “Tomba la Bomba”, a trentun anni. Con il rimpianto che crescerà nel tempo, che traspare sempre più dalle sue parole. Ma è pur sempre la malinconia di una leggenda.

ALBERTO TOMBA è nato a San Lazzaro di Savena il 19 dicembre 1966. Protagonista dello sci alpino dal 1986 al 1998, ha vinto cinquanta gare di Coppa del Mondo (quarto di sempre dopo Stenmark, Hirscher e Maier), conquistando la Coppa del Mondo di specialità assoluta nel 1995 e otto Coppe di specialità, quattro nello slalom gigante e altrettante nello speciale. Due ori olimpici in slalom gigante, in due edizioni consecutive (Calgary 1988 e Albertville 1992), un altro oro in speciale a Calgary 1988, oltre a due medaglie d’argento, ha conquistato i successi sia in gigante che in speciale anche ai Mondiali del 1996. E’ l’unico sciatore ad aver vinto per undici anni consecutivi almeno una gara in Coppa del Mondo. Atleta del Centenario CONI nel 2014, ha ricevuto dalla città di Bologna il Nettuno d’Oro nel 1996.

 

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