Viaggio al centro della Croara

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Scendendo nella Cava a Filo come un tuffo nel passato per incontrare gli abitanti preistorici del Parco dei Gessi

di Giuseppe Rivalta – Gruppo Speleologico Bolognese-Unione Speleologica Bolognese

Alla Croara, nell’area del Parco dei Gessi, si può fare un viaggio (non virtuale) nel lontano passato del nostro territorio. Purtroppo i lavori della Cava a Filo (e di altre) hanno in gran parte asportato, oltre che la selenite, anche un importante archivio di dati scientifici e notizie. Per fortuna, grazie al lavoro dei paleontologi organizzati dal direttore Gabriele Nenzioni, del Museo Della Preistoria di San Lazzaro, si è riusciti a ricostruire le vicende geologico-ambientali dei nostri Gessi, a partire da le fasi finali del Pleistocene superiore. In un momento in cui si parla tanto di cambiamenti climatici, credo che sia importante conoscere gli eventi di un passato che ci hanno portato alla situazione attuale in cui l’Uomo sta agendo, senz’altro, su questi mutamenti, ma si tratta, soltanto, di un’accelerazione del fenomeno, perché l’oggi, come molti specialisti affermano (es. C.N.R.), può essere considerato come una delle tante oscillazioni avvenute e che continueranno ad avvenire.

LA CAVA A FILO IN UN’IMMAGINE D’EPOCA

Occorre precisare che durante il Pleistocene i periodi Glaciali fanno parte di un sistema di oscillazioni climatiche fredde che si sono ciclicamente alternate a periodi Interglaciali più caldi. Le fasi conclusive di questo fenomeno, dopo l’ultimo poderoso “picco freddo” nel Pleistocene superiore, si suppone siano avvenute all’incirca 11.500-12.000 anni da oggi. Proprio dallo studio della famosa “Cava a Filo” si possono ripercorrere le ultime tappe che ci hanno accompagnato al clima attuale.

EVOLUZIONE MORFOLOLGICA DEI GESSI DELLA CROARA
Il Wurm (ultima fase di una serie di cambiamenti climatici del Quaternario) volgeva al termine. Ottocentomila anni fa, a causa del sollevamento del pede-appennino bolognese, le banconate di gesso emersero dalle coltri che le avevano coperte fin dal Pliocene. Cominciarono a crearsi fenomeni di erosione carsica e, lungo le fratture, il piano di campagna subì uno sprofondamento. Si stava formando, ad esempio, la dolina della Spipola. La località di Monte Castello era attraversata da modeste grotte e condotte in cui si convogliavano le acque meteoriche verso Nord. L’erosione, durante le fasi climatiche critiche creò, nel tardo pleistocene, inghiottitoi e cavità fluvio-carsiche come quelle della Cava a Filo che divennero delle vere e proprie trappole per molti animali vivi o morti. Il sito è stato datato dagli 11.000 ai 25.000 anni da oggi, partendo dall’alto al fondo dell’imbuto scavatosi nel gesso.

Durante questo lasso di tempo, in base alle faune ed ai tipi di piante scoperte, si sono potute ricostruire le fasi climatiche dell’ultimo massimo glaciale. Proprio lo studio dei diversi pollini fossili ben stratificati, ha permesso di comprendere le variazioni della vegetazione direttamente collegate ai cambiamenti climatici delle ultime fasi del glaciale Wurm. Si iniziò con un forte calo della temperatura che comportò lo sviluppo di estese praterie steppiche fredde (c.a 24.000- 25.000 cal BP). Seguirono oscillazioni più calde temperate e umide (21.000 cal BP) con aumento della copertura boschiva. Successivamente, ritornarono le steppe. In certi periodi dominarono Pini e Betulle, con valli a prateria incise da corsi d’acqua, mentre nei momenti più temperati prosperarono boscaglie di Querce e Olmi. Entrati nel Tardo glaciale, 18.000-17.500 da oggi, si diradarono le foreste e ritornò la prateria steppica fredda. Alla fine del Pleistocene superiore si entrò nell’Olocene (l’attuale periodo) con una temperatura che cominciava di nuovo a crescere, pur con continue oscillazioni (all’Epoca Romana era caldo e nel Medioevo freddo).

Bison priscus – Dis. Mauro Cutrona -Museo Donini

Le spoglie di quelle faune che si erano succedute in questa continua alternanza di paesaggi, si sono sedimentate nell’inghiottitoio che proseguiva in antiche cavità prodotte da corsi d’acqua. I resti ossei recuperati, rappresentano animali tipici di climi freddi e di habitat aperti e di aree poco boschive. Tra questi troviamo un’avifauna con fagiani di monte, pernici, falchi ecc.. Numerosi, in numero, i piccoli roditori, ma gli elementi più spettacolari sono i grandi erbivori come numerosi bisonti (Bison priscus) e cervi giganti (Megalocerus giganteus). Importante è stata la scoperta di una tibia di bisonte che sembra recare segni lasciati da uno strumento litico (macellazione ?) e altri campioni in fase di studio.
Recenti ricerche effettuate sui sedimenti e sui reperti di questo deposito paleontologico, hanno portato alla conferma della presenza del Lupo antico. Inoltre si è scoperto, dalle analisi del DNA di tali campioni, che alcuni si scostavano dalle caratteristiche attese per questo animale, che invece erano molto simili a quelle del cane. Da ciò si deduce che già 25.000 anni fa, era presente un fenomeno di prima domesticazione del lupo. Infatti la contiguità uomo-lupo aveva portato a una variazione evolutiva morfologica del lupo stesso verso il cane.

Il deposito della Cava a Filo, non ha ancora finito di regalarci pezzi di storia del nostro mondo dei Gessi e questo grazie alla ostinata abnegazione dei paleontologi che, come il Prof. Nenzioni, pur con poche risorse economiche, ancora stanno lavorando per regalarci sempre nuove conoscenze.

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