Tanti nuovi abitanti nelle valli bolognesi

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Aumentano le specie rare presenti nel bolognese. Nella Bassa sono arrivati gli aironi guardabuoi e le gazzette bianche, in Appennino hanno nidificato tre coppie di aquile reali. La diffusione di cinghiali, cervi e caprioli ha convinto il lupo a ritornare

di Filippo Benni

(articolo pubblicato nel numero uscito nell’inverno 2016)

Maurizio Musolesi

Alcune specie sono sparite, altre sono ricomparse ed alcune, che da queste parti non si erano mai viste, sono diventate quasi infestanti. Ma il bilancio sulla biodiversità del nostro territorio, pianura o montagna che sia, negli ultimi trent’anni è decisamente positivo. Lo assicura Maurizio Musolesi, Ispettore capo della polizia provinciale della Città Metropolitana che da quasi trent’anni batte boschi, valli e campi per controllare, tutelare e studiare un territorio che anche per l’Unesco (che ha appena dichiarato l’Appennino tosco-emiliano patrimonio dell’umanità) è unico e bellissimo. “Quando ho iniziato a fare questo lavoro – racconta – si incontravano lepri, volpi, qualche faina e poco altro. Oggi il nostro territorio è ricchissimo, sono arrivati animali che mancavano da tempo immemore, come il lupo, e altri molto rari, come l’aquila reale o il falco Lanario. Poi sono comparsi migliaia di ungulati e cervidi. Pensate che prima degli anni novanta non ce n’era traccia, se si esclude una piccola area in cui era presente il muflone”.

Non solo segno più nell’andamento della fauna locale: “Per cause difficili da capire, e sicuramente non legate alla poca salubrità del territorio, alcuni piccoli mustelidi che parecchi anni fa si potevano incontrare oggi sono scomparsi”. Sono aumentati gli istrici ma di puzzole, per esempio, e di donnole, spauracchio dei pollai dei nostri nonni, non se vedono più. “Forse la donnola è ancora presente – continua Musolesi – qualche avvistamento è segnalato, ma io non l’ho mai incontrata. La puzzola invece sul nostro territorio non c’è più”. Regge la faina, bellissima anche se difficilissima da vedere, mentre altre note negative arrivano dai fiumi e dai canali della Bassa dove alcune specie autoctone sono quasi scomparse (luccio, pesce gatto, tinca e anguilla sono diventate decisamente rare) lasciando spazio a specie alloctone, arrivate da chissà dove, come il lucioperca,  i vari Blak Bass e i famigerati e affamatissimi siluro e gambero rosso della Luisiana, di cui abbiamo già diffusamente parlato in altre occasioni.

Volgendo lo sguardo verso il cielo, si scopre che di rapaci protetti in provincia ce ne sono parecchi, compreso il falco pellegrino (che nidifica anche in centro a Bologna) e il più raro Lanario, oggetto di un progetto specifico da parte della Città Metropolitana. La notizie più sorprendente arriva dall’alto Reno dove hanno nidificato ben tre coppie di aquila reale. “Sappiamo perfettamente dove sono e le controlliamo spesso. Quest’anno è nato anche un piccolo”, conferma l’Ispettore.

Rimanendo nel campo dei volatili, anche la Bassa ultimamente si è popolata di specie che una volta non c’erano: “Fino agli anni Settanta si poteva vedere solo l’airone rosso – spiega Davide Bettazzi, assistente scelto della Polizia provinciale esperto delle dinamiche della pianura bolognese  – Dagli anni Ottanta sono iniziati ad arrivare gli aironi cenerini e i rarissimi aironi bianchi maggiori che dal 2000 sono aumentati e diventati stanziali. Oggi si vedono anche aironi guardabuoi e soprattutto gazzette bianche che, da quando hanno vietato alcuni insetticidi agricoli, si possono alimentare delle rane che trovano nei fossati lungo i campi coltivati. Un’altra specie protetta che oggi si può notare tutto l’anno è il gabbiano reale”. Poi la cicogna bianca, che nidifica in alcune aree protette della pianura ed è oggetto di un progetto di tutela specifico: nel 2004 c’erano solo due coppie e tre esemplari giovani, oggi le coppie sono 9 e i giovani esemplari ben 22.

Lo sviluppo del nostro ecosistema ha portato cambiamenti sensibili e decisamente visibili. Non tutti però hanno un impatto positivo sulla percezione della popolazione: cervidi, ungulati e ultimamente il lupo sono spesso al centro di allarmi e polemiche. “Cervi, caprioli, daini e lupi sono arrivati nella montagna bolognese da pochi anni ma oggi sono presenti in massa”, spiega Musolesi. Grazie ai censimenti esiste anche una stima numerica, abbastanza precisa: i più rari sono i daini, di cui se ne contano circa 1.500 capi, di cervi ce ne sono circa 2.500 mentre i caprioli arrivano fino a 20 mila. Per i cinghiali va fatto un discorso a parte: prima dell’inizio della caccia se ne contano circa 10 mila capi che alla fine del periodo venatorio scendono a poco più di tremila, nascosti principalmente nelle aree protette. Ma ogni scrofa partorisce sei cuccioli e in autunno siamo daccapo.  “L’unico di questi la cui presenza è da considerarsi naturale è il capriolo, arrivato dall’Appennino romagnolo. I cervi e i cinghiali sono stati introdotti e, trovando un terreno fertile, si sono diffusi”. I cervi arrivano dal pistoiese dove sono stati lanciati, legalmente, negli anni Sessanta. Anche i cinghiali sono frutto di lanci, ma illegali, avvenuti a metà degli anni ’80. “I primi branchi si sono insediati a Monte Sole nel 1988. Senza pericoli e predatori naturali si sono diffusi molto velocemente e praticamente in ogni parte della provincia, Bassa compresa dove si iniziano a vedere lungo le aste dei torrenti, anche a Molinella e a San Pietro Capofiume.

Migliaia di ungulati hanno creato un terreno fertile per il lupo che infatti è tornato e si è insediato in tutta la montagna, a parte la Valsamoggia dove ancora non è stato visto. “Oggi i branchi presenti sono 15 – conferma Musolesi – ma voglio tranquillizzare tutti: non ci sono assolutamente pericoli per l’uomo, anzi. I lupi funzionano com selettori naturali, aiutano a tenere sotto controllo la diffusione degli ungulati e, predando soprattutto i capi più vecchi o malati, migliorano la qualità degli animali selvatici”.

Non tutti però la pensano così e nonostante gli sforzi della provincia per cercare di contenere i danni che possono recare a allevatori e contadini, aumentano ogni anno i casi di abbattimenti illegali. “In media, abbiamo sempre recuperato un animale morto all’anno – continua Musolesi – in genere giovani esemplari in dispersione (allontanati dal branco) che, in cerca di cibo, finiscono sotto le macchine o si si riducono a mangiare bocconi avvelenati. Quest’anno abbiamo trovato ben sei carcasse di lupi uccisi da fucilate”. A tal proposito, occorre ricordare che il lupo è inserito nelle specie vulnerabili, è rigorosamente protetto sia dalla convenzione di Berna che da direttive nazionali ed europee. Il consiglio, a chi non si sente sicuro o crede che i propri animali siano in pericolo, è quello di non agire in autonomia ma di contattare la polizia provinciale.

Dopo la pubblicazione di questo articolo, sulla pagina facebook della rivista sono arrivate molte segnalazioni (alcune attendibili, altre meno…) sul fatto che in realtà la puzzola nel bolognese non sia estinta. La polizia provinciale ha precisato che non ha mai parlato di estinzione ma solo di un prolungato periodo in cui non si sono verificati avvistamenti. Ma a qualche anno di distanza dalla pubblicazione di questo articolo, grazie alle foto di alcuni naturalisti locali, si può affermare che la puzzola nostrana è ancora nei nostri boschi.

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