Salviamo il barbo canino

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Cugino del noto barbo comune (Barbus plebejus), il Barbus meridionalis è una specie a rischio estinzione. Colpa dell’uomo, del cemento e della voracità delle trote Fario. Non è facile da riconoscere

di Gianluca Zuffi – http://www.hydrosynergy.it

(articolo pubblicato nel numero uscito nella primavera 2017)

Qualsiasi pescatore che frequenta l’Appennino bolognese (ma non solo) conoscerà una delle specie più comuni e frequenti delle nostre acque, il Barbus plebejus (Bonaparte, 1839), comunemente detto, appunto, barbo comune o più semplicemente barbo. Pochi sanno, invece, che nelle stesse acque si può incontrare, facendo attenzione a riconoscerlo, un suo vicino parente, diciamo un “cugino”: il barbo canino.

Il barbo canino – Barbus meridionalis, Risso 1826 – è un pesce poco conosciuto e purtroppo ormai raro appartenente alla famiglia dei Ciprinidi (come il barbo comune) che vive nei fiumi e nei torrenti collinari e submontani dell’Italia centro-settentrionale, purché caratterizzati da acque e habitat di buona qualità. A differenza del barbo comune, il barbo canino, grazie anche alle dimensioni ridotte (non supera i 20 cm), occupa preferibilmente zone più montane dove i corsi d’acqua hanno ancora caratteristiche spiccatamente torrentizie, spingendosi a convivere, talvolta, con la trota.

Barbo comune

La forma del corpo è allungata e simile a quella del barbo comune ma dal quale si differenzia per la maculatura della livrea (assente nel barbo comune) e per le dimensioni minori. Questo pesce è un buon nuotatore e ama frequentare le zone di fondale dove, grazie al ventre appiattito, la bocca rivolta verso il basso e due paia di barbigli, ispeziona il substrato alla ricerca dei piccoli invertebrati (larve di insetti, lombrichi, ecc.) di cui si nutre. I maschi raggiungono la maturità sessuale al terzo anno di età, mentre le femmine al quarto; durante il periodo riproduttivo, che va da fine di maggio all’inizio di luglio, le uova vengono depositate e fecondate tra i ciottoli del fondale in tratti di fiume con acque relativamente basse.

Nel corso degli anni il barbo canino ha subito un inarrestabile declino e per questa ragione è protetto a vari livelli: compare nella “lista di controllo”, nella “lista d’attenzione” e nell’elenco delle specie rare e/o minacciate ai sensi della legge regionale n. 15/2006 ed è incluso nel “Programma per il sistema regionale delle Aree Protette e dei Siti Rete Natura 2000”; è compreso negli allegati II e IV della Direttiva Habitat 92/43/CEE; è considerato minacciato (EN) nella “Lista Rossa IUCN Internazionale”, nella “Lista Rossa IUCN Italia” e nella “Lista Rossa IUCN Emilia Romagna” ed è incluso nell’allegato III della Convenzione di Berna. Per questi motivi la pesca del barbo canino è vietata in tutto il suo areale di distribuzione. Purtroppo la protezione di questo pesce è complicata dal fatto che la sua livrea può assumere diverse sfumature e talvolta può non presentare in maniera evidente le tipiche maculature, tanto da renderne difficile il riconoscimento e da generare confusione con il barbo comune.

Come se non bastasse, i nomi scientifici con cui ci si riferisce a questa specie possono essere diversi: Barbus meridionalis , Barbus meridionalis caninus e Barbus caninus e questo genera ulteriore confusione nei confronti del barbo meridionale francese (Barbus meridionalis propriamente detto). Recenti studi effettuati da Hydrosynergy in collaborazione con l’Università di Bologna, finalizzati ad aggiornare ed approfondire il quadro conoscitivo sulla distribuzione e sullo stato di conservazione della specie in Emilia-Romagna, hanno evidenziato un trend di peggioramento della specie nei corsi d’acqua bolognesi, forlivesi e cesenati.

Nel territorio della Città metropolitana di Bologna, in particolare, lo stato di conservazione della specie appare preoccupante poiché nella maggioranza dei casi le poche popolazioni ancora presenti sono composte da pochi individui e incomplete (destrutturate), ossia prive di alcune generazioni. I fattori che hanno influito negativamente sullo stato di diffusione e di salute del barbo canino sono da ricondurre, come per tante altre specie animali, all’uomo e alle sue azioni. In primo luogo, le “sistemazioni” ambientali: le briglie e le difese in muratura/calcestruzzo delle sponde ad esempio, manufatti oggi ingegneristicamente sorpassati, riducono rispettivamente la pendenza naturale del fiume e la disponibilità di tane. Questo si traduce rispettivamente in una riduzione drastica delle buche in cui l’acqua possa permanere durante i periodi di siccità prolungata ed in assenza di rifugi durante le ondate di piena. In secondo luogo la riduzione della copertura arborea delle sponde che dovrebbe garantire la diversificazione delle rive, la creazione di importanti zone di rifugio ed il mantenimento dei versanti. Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante poiché contrasta l’aumento del trasporto di materiale solido in acqua e quindi i processi di interramento delle buche e di “cementificazione” dei substrati con successiva perdita degli habitat riproduttivi. Una copertura arborea matura inoltre garantisce protezione dall’irraggiamento solare e, quindi, concorre a contenere il surriscaldamento estivo, a limitare l’evaporazione e a mantenere alto il tenore di ossigeno disciolto.

Altro fattore importante è quello legato alla gestione delle necromasse legnose (Large Woody Debris) ossia dei grossi tronchi morti caduti in alveo che vengono trasportati dalla corrente verso valle. Questi elementi naturali, solitamente rimossi per motivi di sicurezza idraulica, sono uno dei principali motori di diversificazione (e quindi qualità) ambientale. Incassandosi fra i substrati del fiume, infatti, causano variazioni della corrente e innescano meccanismi di deposito ed erosione in grado di diversificare gli habitat fluviali ed in particolare di creare raschi, saltelli e grosse buche. Ultimo aspetto degno di nota è la competizione con altre specie ittiche la cui presenza o abbondanza, talvolta, possono essere non naturali a seguito di introduzioni da parte dell’uomo.

Barbo canino (non maculato)

La trota fario, ad esempio, nelle sue diverse forme (ceppi mediterranei o atlantici) è un pesce estremamente ambito dai pescatori sportivi ed oggetto di attività di allevamento e/o ripopolamento in molte, se non tutte, le provincie italiane con territorio montano. Nei corsi con buone portate idriche gli areali di barbo canino e trota fario si sovrappongono parzialmente e sovra-ripopolamenti di trota, specie predatrice, possono rappresentare un fattore di minaccia non trascurabile per le popolazioni di barbo canino. Nei piani di gestione (PdG) del SIC IT4050020 Laghi di Suviana e Brasimone e del SIC-ZPS IT4050002 – Corno alle Scale, ad esempio, i ripopolamenti eccessivi a trota fario sono stati individuati come fattore di pressione responsabile del cattivo stato di conservazione del barbo canino. I piani di gestione di questi due Siti Natura 2000 individuano quindi la necessità di calibrare i ripopolamenti a trota fario a seguito di studi specifici sullo stato di conservazione delle diverse specie (non solo barbo canino) potenzialmente impattate da un’eccessiva abbondanza di salmonidi. In tal senso sono stati allacciati contatti e avviate collaborazioni tra Enti gestori (Parchi, Regione, ecc.) e Associazioni di pesca sportiva dando il via ad una cooperazione che ci auspichiamo possa durare a lungo e affinarsi sempre più.

In considerazione dei fattori di minaccia appena descritti sarebbe opportuno mettere in pratica alcuni interventi finalizzati a scongiurare l’estinzione della specie nel territorio della Città metropolitana di Bologna (e non solo). Tali interventi dovrebbero riguardare in primo luogo il ripristino delle condizioni naturali e della capacità tampone degli ambienti prediletti dal barbo canino, per mettere gli esemplari ancora presenti nelle condizioni di poter completare l’intero ciclo biologico e aumentare le consistenze numeriche delle poche popolazioni sopravvissute e la diffusione territoriale della specie. Parallelamente sarebbe necessario aumentare considerevolmente la quantità e la qualità delle informazioni relative alla distribuzione, alle abitudini e ai rapporti trofici delle diverse specie del nostro territorio al fine di ottimizzare le attività di ripopolamento e minimizzare gli effetti della pressione predatoria della trota. A questi primi due interventi, se necessario, potrebbe esserne affiancato un terzo relativo alla riproduzione in incubatoio di esemplari di barbo canino da ridistribuire sul territorio.

A tal proposito è opportuno sottolineare che la riproduzione in cattività di qualsiasi specie (barbo, trota, panda, ecc.) e la successiva reintroduzione in natura degli esemplari allevati, dovrebbero essere interventi “estremi” e in ogni modo limitati nel tempo in quanto rappresentano palliativi di breve durata se non affiancati, o ancor meglio preceduti, da un recupero degli habitat ed un ripristino delle condizioni idonee alla vita della specie target (in questo nostro caso fiumi e torrenti, ma il discorso vale anche per le foreste di bambù dei panda). A prescindere dall’importanza e dalla fattibilità di questi progetti, è fondamentale proteggere le popolazioni ancora presenti rispettando il divieto di pesca del barbo canino. Pertanto, si raccomanda a tutti gli amanti della pesca, da quelli alle prime armi agli esperti di vecchia data, di fare sempre attenzione a distinguere gli esemplari di barbo canino da quelli di barbo comune. Per raccogliere informazioni aggiornate e dettagliate sui caratteri distintivi delle due specie, vista la loro somiglianza, consigliamo di consultare ed utilizzare alcuni strumenti semplici ma accreditati come la Lista Rossa Internazionale delle specie minacciate (www.iucnredlist.org), la Lista Rossa delle specie italiane (www.iucn.it/liste-rosse-italiane.php), il sito internazionale di ittiologia www.fishbase.org (per aspiranti zoologi!), oppure il “Manuale per il monitoraggio di specie e habitat di interesse comunitario” scaricabile gratuitamente dal sito del Ministero dell’Ambiente (www.minambiente.it).

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