Quando Bologna chiuse le porte alla peste

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Portata in città dai soldati lanzichenecchi che assediavano Mantova, nel 1630 l’epidemia, che fu gestita dai frati Camilliani, fece quasi 14 mila morti su una popolazione di circa 80mila persone

di Claudio Evangelisti

Nel 1630 in una Bologna già provata dalle carestie di inizio secolo, la peste si portò via quasi la metà della sua popolazione. Dentro le mura cittadine, i primi casi si riscontrarono nel maggio 1630. In sette mesi (maggio-dicembre) si ebbero 13.398 vittime su una popolazione di 61.559 abitanti del centro urbano, e 16.300 nel contado. Lo storico Marco Poli racconta che “All’inizio ci fu tanta superstizione. Si pensava che fosse un flagello di Dio, oppure che l’avessero portata le streghe e gli untori. A causa di queste credenze, non furono poche le donne che vennero bruciate in quanto ritenute colpevoli”. L’epidemia fu invece portata a Bologna dai soldati lanzichenecchi giunti ad assediare Mantova nel corso della guerra di successione apertasi alla morte del duca Vincenzo II Gonzaga nel 1627.

Il cardinale Spada (opera di Guido Reni)

La lotta contro l’epidemia fu diretta dal cardinale Bernardino Spada, legato pontificio, che si assicurò ben presto il consiglio e l’opera dei religiosi camilliani che in città erano presenti con una comunità di circa venti religiosi. Superiore era Giovanni Battista Campana, romano, di soli 28 anni. Padre Campana fu chiamato a far parte dell’Assunteria di Sanità (Commissione sanitaria cittadina) e fu pure incaricato di disinfettare lettere e far fare la quarantena a persone e cose che venissero da luoghi sospetti e inoltre con pieno appoggio del Legato, aprì un lazzaretto per i sospetti fuori porta Santo Stefano, sopra una collina chiamata Belpoggio, e uno a Castelfranco destinandovi a presiederlo due religiosi per ciascun Lazzaretto. Dentro le mura, i frati Camilliani si distinsero per abnegazione prestando soccorso agli appestati, ricoprendo anche le cariche dei quattro visitatori generali, uno per ogni quartiere della città, con l’autorità di far eseguire le disposizioni dell’Assunteria guidata dal legato Spada che rafforzò i controlli in prossimità delle dodici porte – rimarca Poli – “lasciandone operative solamente alcune, tra cui Porta San Felice, Porta Maggiore e Porta San Vitale. Un sistema per difendersi in guerra, ma che ha dato una grossa mano a impedire che le varie epidemie sterminassero i cittadini bolognesi”.

Particolare de La peste a Bologna

La cronaca di allora viene narrata da Pietro Moratti, vicario di Papa urbano VIII: “I cittadini si schivavano a vicenda, il vicino abbandonava il vicino … Videsi talora il fratello abbandonare il fratello, la moglie il marito, e talor persino padri e madri rifuggire alla vista de’ figliuoli fatti preda del morbo … non più congiunti, non più amici accompagnavano la spoglia alla quiete del sepolcro: un sacerdote, e due becchini soltanto recavano i cadaveri al campo santo o a la chiesa la più vicina.
Un quadro di Anonimo del XVII sec. riporta la descrizione dell’assistenza agli appestati di Bologna nell’epidemia del 1630. La descrizione è quanto mai particolareggiata e si riferisce ad una delle piazze più importanti della città. Un particolare che colpisce la nostra attenzione è che vi sono persone che indossano casacche bianche o nere, secondo il compito loro affidato: assistenza per i colpiti dal terribile morbo, oppure di sepoltura per i morti. Tutti (bianchi o neri) portano in bella vista un distintivo sulle casacche: è una croce rossa. La divisa fu ideata dai Camilliani che, durante la peste di quel periodo, reclutarono persone immuni al contagio poiché già avevano superato l’infezione e li divisero in cocchettieri (bianchi) e monatti (neri).

Camillo de Lellis, fondatore dell’ordine, dei Camilliani: fu proprio a Bologna durante la peste del 1630 che per la prima volta si vide il simbolo della croce rossa operare per salvare le vite dei cittadini.

I ministri vestiti di bianco che portavano gli infermi erano preposti al trasporto al Lazzaretto dei sospetti. Questi inservienti, per maggior tutela della propria salute tenevano, sotto il naso, una spugna imbevuta di aceto e altre sostanze. Altri accorgimenti erano utilizzati per preservare la salute degli inservienti. Tutte regole basate sull’igiene come se i coordinatori sanitari, e per primo il Padre Orimbelli, posto a capo dell’intera gestione dei Lazzaretti, avessero intuito che sterilizzare le vesti e lavarsi frequentemente tornasse utile a preservare la propria salute e a non far diffondere il contagio. Pietro Moratti, racconta che: “essi vestivansi con alcune veste di tela cerata, che da capo a piedi gli copriva, e usciti ch’erano dal luogo sospetto, di quella si spogliavano, ponendola all’aria, e se à caso fossero stati necessitati di nuovo ritornarvi, procuravano haverne un’altra, fin che quella almeno per spazio di 24 hore si fosse purgata, del che molti ne riceverono beneficio”. Moratti poi aggiunge: “erano poi vestiti alcuni Huomini con saccone negro, e un segno di croce rossa nel petto e nella schiena, i quali havevano un soprastante che loro comandava, dove dovessero andare e acciochè i morti non restassero molto tempo nelle case ogni quartiero haveva il suo soprastante, col quale si trattava non essendo sospetto e subito conduceva i suoi Huomini alle Case, dove erano i morti, trattando con quelli sempre di lontano, quali entrando in casa, pigliavano il morto e involto in un lenzuolo, lo ponevano sopra un cataletto basso, fatto à quell’effetto, e poi con una tela negra lo coprivano, e senza altre cerimonie lo portavano alle fosse e pozzi fatti dietro le mura della città. Sopra certi carri carichi  di circa 25 corpi, gli conducevano fuori della città ne’ renazzi del fiume Reno e Savena, dov’erano fosse grandissime, circondate di cancelli, e steccati e ivi condotti i sudetti carri e aperti alcuni catenazzi, dalla parte di dietro, cadevano i corpi nelle suddette fosse, e poi con diligenza esquisita, da certi homini, ch’ivi in alcune case di legno stavano, si coprivano, facendo sopra loro un suolo di calcina, e giara, acciochè le carni più tosto si consumassero, né potessero apportar fetore”.
Fu l’insieme di questi provvedimenti, insieme all’invalicabile cinta muraria, che permise alla città emiliana di sconfiggere la peste che cessò definitivamente nel febbraio 1631. Complessivamente furono nove i camilliani morti di peste a Bologna; ma anche gli altri (quasi tutti) contrassero il morbo. La loro bella prova ebbe risonanza anche negli ambienti della curia romana. Urbano VIII e tutta la corte ammirarono “il buon saggio dato in quell’occasione dai Ministri degli Infermi”.

Fu proprio a Bologna che per la prima volta si vide il simbolo della croce rossa operare per salvare le vite dei cittadini. I camilliani avevano così mantenuto il loro voto al “martirio della carità”. A ricordare la peste a Bologna, rimane la venerata Pala della peste realizzata nel 1630 dall’illustre Guido Reni, L’opera è stata commissionata a Reni in occasione del voto fatto alla Vergine del Rosario, per chiedere una tregua dall’epidemia di peste che allora infuriava in città.

 

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